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M. Mazza, C. Tozzini, A. De Risio, D. Ussorio, R. Roncone, M. Casacchia - Vol. 8, June 2002, Issue 2

Testo Bibliografia Summary Indice

Articolo di aggiornamento/Up-date article

Teoria della mente e sindromi schizofreniche
Neuropsychology of schizophrenic syndromes

M. Mazza, C. Tozzini, A. De Risio, D. Ussorio, R. Roncone, M. Casacchia

Cattedra di Clinica Psichiatrica, Università dell’Aquila

Key words: Theory of Mind • Schizophrenia • Social cognition

Correspondence: Dr. Monica Mazza, Clinica Psichiatrica Universitaria, Nuovo Ospedale «San Salvatore», via Vetoio, 67100 Coppito, L’Aquila, Italy - Tel. +39 862 368504 - Fax +39 862 312104
E-mail: mazzamon@tin.it

Introduzione

Il termine «Teoria della Mente» fu usato per la prima volta nel 1978 in uno studio di Premack e Woodroof (1) pubblicato sulla rivista Behavioral and Brain Sciences» dal titolo «Does the chimpanzee have a theory of mind?». Tale termine indicava la capacità di un soggetto di predire, spiegare o interpretare le azioni altrui in termini di «… credenze, intenzioni e desideri …».

In seguito molti autori si sono interessati a tale ambito di ricerca e dalle speculazioni puramente teoriche si è passati all’indagine del costrutto di Teoria della Mente in ambito clinico.

Lo studio delle competenze di Teoria della Mente ha trovato applicazione in particolare nell’ambito dell’indagine sui deficit cognitivi nei disturbi mentali gravi sia in età evolutiva che nelle patologie dell’adulto. Infatti dapprima il costrutto di Teoria della Mente è stato studiato nei disturbi pervasivi dello sviluppo (autismo infantile), ed in seguito anche nell’ambito della schizofrenia sono stati riscontrati deficit della capacità di comprendere ed interpretare azioni altrui (2).

La compromissione della capacità di «formarsi» una Teoria della Mente di un altro individuo è stata recentemente considerata uno dei modelli più accreditati per spiegare le caratteristiche delle anomalie cognitive presenti nella schizofrenia (2).

Per meglio comprendere la natura di tale deficit desideriamo presentarne l’evoluzione storica, le basi neuroanatomiche e le applicazioni in campo clinico.

Origini della Teoria della Mente

L’ipotesi più accreditata relativa allo sviluppo del meccanismo cognitivo che ci permette di avere una Teoria della Mente di un altro individuo afferma che esso sia il frutto della corretta maturazione di un modulo cognitivo innato (3) (4).

Numerosi studi di neurofisiologia dimostrano che il sistema nervoso, in particolare la neocorteccia, presenta un’organizzazione modulare (5) (6).

Il concetto di modulo è relativamente recente nelle scienze neuropsicologiche e prevede che ogni modulo venga descritto come meccanismo di elaborazione di informazioni con le seguenti proprietà:

Specificità di dominio: il modulo è in grado di elaborare solo un particolare tipo di input.

Obbligatorietà di attivazione: il modulo è automatico. La sua attivazione è obbligatoria se vengono soddisfatte particolari condizioni.

Impenetrabilità: il contenuto dei moduli non è accessibile all’esperienza cosciente.

Velocità: ogni singolo modulo funziona più velocemente dei processi centrali.

Incapsulamento informazionale: il modulo possiede una relativa indipendenza dall’informazione che proviene da altri moduli più «profondi».

Semplicità: i moduli non sono «assemblati», non sono cioè «costituiti dall’unione di un insieme di sottoprocessi più elementari».

Superficialità dell’informazione in uscita: l’output di un modulo può essere la forma di un oggetto o la sua posizione nello spazio, ma è altamente improbabile che contenga informazioni sulla struttura molecolare di tale oggetto.

Associazione con un’architettura neurale fissa: i sistemi di input modulari hanno delle caratteristiche architettoniche neurali e funzionali fisse.

– Associazione con deficit caratteristici e tipici: esiste un’associazione tra architettura neurale e deficit selettivi.

– Sviluppo caratteristico e universale: secondo alcuni autori (7) (8), ogni modulo mentale contiene al suo interno le strutture di dati che servono alla funzione da svolgere: ad esempio, la capacità umana di agire in modo adeguato nel mondo sociale sarebbe resa possibile dal pronto impiego di una serie di conoscenze sugli stati mentali; meccanismi modulari sincronici sarebbero preposti sia all’interpretazione finalizzata del comportamento delle altre persone, cioè all’interpretazione basata su scopi e funzioni, sia alla comprensione della loro mente (9).

Esiste attualmente un dibattito tra i sostenitori di un’architettura modulare della mente biologicamente determinata e coloro che postulano invece la sua adattabilità alle necessità ambientali. Non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo tra i ricercatori sulla modularità della Teoria della Mente e sul campo di definizione di tale costrutto (9).

Tuttavia l’approccio modulare prevede che esista una «una struttura di conoscenze», cioè un corpo di regole rappresentate internamente, che guida la formazione di una Teoria della Mente di un altro individuo. In questo modo la teoria non sarebbe altro che l’applicazione di queste regole al dominio psicologico e le spiegazioni e le previsioni del comportamento umano si baserebbero su un meccanismo molto simile a quello che rende possibili le spiegazioni e le previsioni del comportamento dei comuni oggetti fisici. Leslie (4) ha proposto che lo sviluppo di una Teoria della Mente dipenda dalla disponibilità, fra i 18 e i 24 mesi di vita, di un modulo adatto a processare le relazioni mentali tra agenti e proposizioni, definito ToMM (Theory of Mind Mechanism). L’autore ha successivamente distinto tre moduli: il ToBy (Theory of Body Mechanism), che compare a 3-4 mesi e identifica se ciò che si muove lo fa come risultato di forze interne o esterne; il ToMM1, che compare a 6-8 mesi e identifica le azioni compiute da agenti su oggetti ed infine il ToMM2, capace di interpretare gli atteggiamenti che gli agenti intrattengono nei confronti di proposizioni (10). Baron-Cohen (11) (12) ha invece ipotizzato una diversa architettura modulare, secondo la quale leggere la direzione dello sguardo consente di interpretare le intenzioni altrui. L’autore descrive tre moduli che si sviluppano molto precocemente, prima che compaia il ToMM. Si tratta dell’ID (Intentionality Detector), rilevatore dell’intenzionalità, dell’EDD (Eye-direction Detector) che rileva la direzione dello sguardo e del SAM (Shared Attention Mechanism) per la rilevazione dell’attenzione condivisa. Di questi tre meccanismi solo il SAM presuppone l’interazione fra l’agente cognitivo, gli oggetti e gli altri.

Le basi anatomofisiologiche della Teoria della Mente

Diverse regioni cerebrali sembrano coinvolte nello sviluppo della Teoria della Mente. La compromissione del funzionamento cerebrale è stata associata al deficit degli aspetti pragmatici e non linguistici della comunicazione e potrebbe quindi essere responsabile dell’appiattimento affettivo e della ridotta o assente comprensione del sarcasmo e dell’ironia, caratteristiche della capacità di eseguire inferenze ed attribuzioni (13)-(18). Nella comprensione della Teoria della Mente sembra verosimile l’ipotesi di un coinvolgimento delle strutture frontali (19) (20). I lobi frontali sono stati per lungo tempo considerati in grado di svolgere una funzione insostituibile nel comportamento umano; infatti un danno in queste regioni non solo altera le funzioni cognitive superiori, ma anche il comportamento sociale, la personalità, i ricordi individuali e la consapevolezza di sé (21)-(29).

Inoltre lesioni specifiche di aree frontali si associano a deficit funzionali specifici, consentendo di evidenziare un ruolo distinto per la Teoria della Mente di particolari regioni dei lobi frontali. Danni alle aree orbitofrontali/ventromediali di destra o di sinistra inducono cambiamenti nella personalità, fra cui indifferenza, deficit nella capacità di formulare giudizi in un contesto sociale, ridotta capacità di esprimere affettività, ridotta capacità di comprendere azioni finalizzate, deficit nell’autoregolazione ed incapacità nell’associare le situazioni sociali con gli stati affettivi personali (30)-(32). Il lobo frontale destro è coinvolto nella comprensione del senso dell’umorismo, nell’autoconsapevolezza, nel riconoscimento del proprio volto e nella memoria episodica (personale, legata agli affetti, autobiografica) (34)-(39). Più recentemente i dati delle tecniche di imaging funzionale hanno dato solide conferme all’ipotesi di un ruolo delle strutture frontali nella Teoria della Mente. Fletcher et al. (40), infatti, hanno trovato un’attivazione nell’area frontale mediale di sinistra (specificamente dell’area 8 di Brodmann) quando i soggetti dovevano considerare i pensieri ed i sentimenti dei personaggi protagonisti di alcune storie. Allo stesso risultato sono giunti Goel et al. (41) e più recentemente Gallagher et al. (42) e Brunet et al. (43).

Questi studi tenderebbero a confermare l’ipotesi secondo la quale nel nostro cervello esisterebbero aree specificamente deputate alla gestione delle rappresentazioni degli stati mentali nostri ed altrui.

Teoria della Mente e sindromi neurologiche

I deficit nell’abilità di rappresentazione degli stati mentali non sembrano riscontrabili esclusivamente in disturbi mentali gravi come autismo o schizofrenia.

Stuss et al. (28) hanno postulato che il deficit di Teoria della Mente è presente in persone con lesioni neurologiche del lobo frontale. Tali soggetti hanno evidenziato deficit nella capacità di comprendere gli stati mentali di altre persone ed una dissociazione nelle prestazioni tra i due lobi frontali. Infatti, lesioni che coinvolgono il lobo frontale nella sua interezza, con particolare riguardo alla parte destra, sono associate ad un deficit nella capacità di modificare la prospettiva visuale. Le lesioni del lobo frontale mediale, in particolare nella parte ventrale di destra, sono invece associate all’incapacità di riconoscere ed utilizzare l’inganno. Occorre sottolineare che il primo tipo di lesione comprende processi cognitivi delle regioni mediali laterali e superiori, il secondo tipo di lesioni riguarda le connessioni del lobo frontale mediale ventrale con l’amigdala ed altre regioni del sistema limbico e perciò coinvolge la sfera affettiva.

Quest’ultimo dato sembrerebbe confermato dall’interessante osservazione di Fine et al. (44), che hanno descritto un caso clinico di danno congenito dell’amigdala che nell’età adulta ha determinato la diagnosi di sindrome di Asperger. Il paziente, dopo un’accurata indagine neuropsicologica che includeva, tra gli altri compiti, alcune storie di ToM, ha manifestato un deficit selettivo di ToM, senza tra l’altro mostrare indicazione di deficit generalizzati delle funzioni esecutive. Gli autori hanno concluso che il deficit di ToM è di natura selettiva, indipendente dalle altre funzioni esecutive e che l’amigdala avrebbe qualche funzione in tale ambito.

Infine, in un recente lavoro, Rowe et al. (45) hanno dimostrato deficit nelle abilità di metarappresentazione in un campione di 31 persone con danno unilaterale del lobo frontale destro e sinistro.

Esistono chiaramente delle differenze sulla natura del deficit di ToM associato a sindromi neurologiche rispetto a quello evidenziato nei disturbi pervasivi dello sviluppo. Infatti, analogamente a quanto si ritiene avvenga nella schizofrenia, il deficit riguarderebbe la perdita di abilità già a suo tempo apprese, di minore entità (46) e quindi potenzialmente riabilitabili.

Teoria della Mente e autismo infantile

In questi ultimi anni si è tentato di spiegare il quadro sintomatologico dell’autismo infantile e della schizofrenia sulla base di una visione modularista. La visione modularista appare supportata da evidenze scientifiche e neuropsicologiche e considera come non solo l’autismo, ma anche alcune caratteristiche della schizofrenia traggano la loro origine da compromissioni a carico dei meccanismi della metarappresentazione (47). I bambini affetti da autismo infantile tendono a non seguire la direzione dello sguardo dell’adulto e non alternano il proprio sguardo tra il volto dell’adulto ed un oggetto interessante. Essi sono abili nel chiedere oggetti o nel compiere azioni di cui hanno bisogno, insistono attraverso i gesti finché i loro scopi vengano soddisfatti. I bambini con autismo sono tuttavia incapaci di usare i gesti per scopi dichiarativi, cioè per condividere un’esperienza o commentare un evento con l’interlocutore. Dunque il deficit comunicativo nei bambini con autismo infantile riguarda le caratteristiche intenzionali della comunicazione: sono in grado di comprendere eventi fisici o comportamenti basati su semplici desideri e scopi di un personaggio, ma hanno gravi difficoltà nella comprensione dei desideri e delle intenzioni degli altri in situazioni di interazione sociale. Infatti tali bambini non presentano i sintomi positivi, come le allucinazioni e i deliri di persecuzione o di influenzamento, presenti più frequentemente nelle persone affette da schizofrenia. Frith (47) ha affermato che questi sintomi potrebbero derivare dalla perdita di una capacità metarappresentazionale che, nella persona affetta da schizofrenia, avrebbe però avuto uno sviluppo normale.

Teoria della Mente e cognizione sociale

Si definisce «cognizione sociale» la fondamentale abilità di interagire con successo con le altre persone. Questa abilità cognitiva si fonda sulla capacità di comprendere i pensieri e le convinzioni degli altri, ed include anche la capacità di intraprendere in maniera efficace relazioni interpersonali, le abilità di problem-solving nelle interazioni interpersonali, la capacità di esprimere giudizi morali e abilità di comunicazione generali (48) (49).

Fra i principali aspetti della schizofrenia, il danno nel funzionamento sociale è caratteristico, nonché indipendente dai sintomi positivi e da quelli negativi (50). Esso è presente anche in bambini o adolescenti che in seguito manifesteranno i sintomi della malattia. Inoltre, la permanenza di un deficit nelle competenze sociali è inversamente correlata con il tasso di recidiva (49). Il danno nel funzionamento sociale è forse il più importante predittore di esito in pazienti con schizofrenia (51).

Tale disabilità nei soggetti con schizofrenia potrebbe essere dovuta a deficit nella Cognizione Sociale. In particolare, sono proprio i deficit nella percezione delle emozioni e di problem solving ad essere associati alle competenze sociali (52) (53). Nello specifico Mueser et al. (49) hanno dimostrato che la prestazione in compiti di riconoscimento di espressioni facciali era associata al comportamento dei pazienti in corsia.

La Teoria della Mente rappresenta quindi un aspetto peculiare della cognizione sociale nel disturbo schizofrenico, che associa i deficit «di base» dovuti a disturbi dell’information processing, a quelli delle competenze sociali vere e proprie, che si ripercuotono sul funzionamento delle persone affette da questa malattia.

Da molto tempo è stato osservato che i fattori psicosociali influenzano la terapia, la prognosi, il decorso e l’esito della schizofrenia. Gli interventi psicosociali comprendono tecniche e strategie sociali e psicosociali per ridurre o eliminare le difficoltà sociali, psicologiche e cognitive, le disfunzioni e gli handicaps, allo scopo di facilitare la riabilitazione e il reinserimento sociale. In pratica gli interventi psicosociali mirano a ridurre sia i sintomi negativi che positivi, a migliorare l’insight e l’adesione al piano terapeutico, a prevenire le ricadute, a migliorare le capacità comunicative e sociali e ad insegnare ai pazienti ed alle loro famiglie come affrontare meglio lo stress quotidiano (52) (54).

Quasi tutti gli studi di confronto tra approccio medico e riabilitativo sociale hanno mostrato che la farmacoterapia associata alla riabilitazione sociale conduce ad un esito migliore rispetto ai singoli approcci. I farmaci sono spesso necessari, ma non sufficienti, mentre gli effetti della riabilitazione sociale sono quasi sempre potenziati dall’uso di farmaci.

Le persone con schizofrenia hanno un maggiore beneficio nel momento in cui più trattamenti gli vengono forniti dai gruppi di professionisti che rimangono in contatto con loro per molto tempo, garantendo la continuità del trattamento.

Teoria della Mente e schizofrenia

Frith (55) riteneva che alcuni sintomi della schizofrenia fossero il risultato di un’«invasione di campo» della coscienza di elementi dell’elaborazione dell’informazione riguardante atti percettivi ed atti legati alla formulazione del linguaggio e del pensiero. Secondo l’autore, a livello preconscio, in persone affette da schizofrenia sono presenti alcune interpretazioni (controlli e supposizioni) che non raggiungono la sfera della coscienza. Ad esempio, le allucinazioni rappresenterebbero la manifestazione cosciente di interpretazioni non corrette di suoni reali presenti nell’ambiente. Allo stesso modo, i deliri deriverebbero da un prematuro accesso alla coscienza di significati attribuiti alle percezioni che di solito vengono scartati in quanto erronei. La catatonia è stata spiegata come una fissazione su sequenze motorie di solito automatiche. Più recentemente Frith e Done (58) hanno formulato una teoria secondo la quale esisterebbero due modalità di controllo comportamentale, di cui la prima sarebbe basata sulla volontà dell’individuo (willed intentions) e la seconda sarebbe legata a situazioni contingenti esterne (stimulus driven). Nelle persone affette da schizofrenia esisterebbe un deficit di produzione o monitoraggio delle azioni intenzionali. In quest’ottica i sintomi negativi deriverebbero dalla mancata generazione di atti intenzionali con conseguente prevalenza della modalità «stimulus driven» di controllo comportamentale. I sintomi positivi sarebbero invece dovuti al mancato riconoscimento dell’intenzionalità delle proprie azioni. I sintomi disorganizzati (incoerenza affettiva e linguistica) si manifesterebbero a causa della mancanza dell’inibizione della modalità stimulus driven del comportamento. Secondo gli Autori, i sintomi negativi della schizofrenia deriverebbero da una disfunzione delle connessioni tra il sistema comprendente la corteccia prefrontale dorsolaterale, l’area supplementare motoria e la parte anteriore del cingolo (si tratta della base neurofisiologica del SAS) e lo striato, che è fondamentale nell’esecuzione dei piani comportamentali. Questa disfunzione potrebbe spiegare il comportamento perseverativo, stereotipato ed inappropriato osservabile in persone con incoerenza verbale ed affettiva, incapaci di inibire le risposte stimulus-driven.

Frith (47) ha ulteriormente elaborato tale modello aggiungendo che alla base della schizofrenia esisterebbe l’alterazione del processo di metarappresentazione di stati mentali altrui cioè un’alterazione della capacità di formarsi una «Teoria della Mente» dell’altro. Secondo questo modello, le persone con schizofrenia avrebbero almeno tre tipi di deficit di meta-rappresentazione:

1.Disturbo della consapevolezza dei propri obiettivi: corrisponde alla difficoltà di muoversi e di parlare intenzionalmente e di manifestare intenzionalmente i sentimenti. In particolare, i sintomi negativi sarebbero dovuti all’incapacità di produrre azioni intenzionali e quelli positivi all’incapacità ad inibire un comportamento inadeguato.

2.Disturbo della consapevolezza delle proprie intenzioni: è rappresentato dalla percezione da parte della persona che le sue azioni non sono causate da sé stessa, ma da forze esterne. Ciò è alla base di deliri di influenzamento, pensieri intrusivi ed allucinazioni uditive, cioè della percezione dei propri pensieri o del linguaggio subvocale, vissuti come estranei a sé.

3.Disturbo della consapevolezza delle intenzioni altrui: comporta la produzione di inferenze sbagliate sulle intenzioni degli altri. Si ha la comparsa di deliri di riferimento (le persone percepiscono erroneamente che gli altri intendono comunicare con loro); deliri di persecuzione (persone percepiscono che gli altri vogliono attaccarli) linguaggio incoerente (per incapacità di fornire correttamente le informazioni sugli argomenti di cui si discute), allucinazioni uditive in terza persona (informazioni erroneamente percepite come provenienti da una fonte esterna).

Secondo il modello di Frith, dunque (47), la caratteristica principale dei processi di mentalizzazione è rappresentata dall’abilità di ragionare su come noi ci rappresentiamo il mondo, i nostri pensieri e le nostre azioni. Tale caratteristica viene definita meta-rappresentazione ed è la «struttura di dati» che sottosta all’autoconsapevolezza (57).

Partendo da ciò alcuni autori individuano almeno tre livelli di autoconsapevolezza: consapevolezza dei propri scopi nell’agire quotidiano, consapevolezza delle proprie intenzioni e consapevolezza delle intenzioni delle altre persone. L’alterazione di questi tre livelli di consapevolezza è stata associata a tre tipi di disfunzioni cognitive che sembrano sottendere le diverse dimensioni sintomatologiche della schizofrenia. La scarsa consapevolezza di scopi nell’agire potrebbe essere alla base dei segni e sintomi di tipo comportamentale, presenti sia nella dimensione positiva che in quella negativa della schizofrenia (ad es.: catatonia, stereotipie comportamentali). La scarsa consapevolezza delle proprie intenzioni potrebbe spiegare la difficoltà che le persone con schizofrenia hanno nell’esprimere le azioni come proprie (ad es.: voci commentanti) (47) (58). I deficit di consapevolezza delle intenzioni altrui potrebbero infine fornire una spiegazione della sintomatologia delirante o persecutoria.

Numerosi autori si sono occupati dello studio della Teoria della Mente nella schizofrenia (59) (2) (60)-(64). Corcoran et al. (59) hanno trovato che soggetti con schizofrenia hanno prestazioni più scadenti rispetto a soggetti con altri disturbi psichiatrici e controlli sani nei compiti che richiedono capacità di compiere inferenze sociali nella comprensione del linguaggio indiretto in compiti che richiedono l’interpretazione di stati mentali (e.g., un bambino dice alla mamma «per favore chiudi la finestra» significa «ho freddo»); nella comprensione di false credenze di primo (false credenze su uno stato del mondo) e secondo ordine (false credenze riguardo allo stato mentale di un altro soggetto). Soggetti con sintomatologia negativa, ma soprattutto positiva (per esempio, deliri di riferimento, deliri di influenzamento, deliri di persecuzione), hanno gravi difficoltà nella comprensione di compiti di ToM di primo e secondo ordine con incapacità di interpretare e utilizzare massime conversazionali (65) (60).

Sarfati et al. (62) affermano che disturbi del pensiero e del linguaggio possono riflettere un deficit di pianificazione e che il deficit di comprendere gli stati mentali è una conseguenza di tale disturbo. Un recente lavoro di Drury et al. (63) afferma che non è ancora chiaro se il deficit di ToM sia di natura concettuale o se dipenda da alterazioni del processamento di informazioni generale delle funzioni.

Doody et al. (64) trovano una sovrapposizione tra deficit nei compiti di ToM di secondo livello e sintomatologia negativa. Lo studio pionieristico di Mazza et al. (58), attraverso l’analisi e la comprensione di compiti di falsa credenza ed inganno per mezzo della somministrazione di storie di ToM di primo e secondo ordine in un campione di persone affette da schizofrenia confrontate con soggetti di controllo, ha evidenziato differenze significative nel confronto con i soggetti normali nella prestazione ai compiti di ToM e correlazioni significative tra le competenze metarappresentazionali di primo ordine ed i sintomi negativi, nonché le competenze metarappresentazionali di secondo ordine ed i sintomi positivi.

Il recente lavoro di Mazza et al. (66) ha posto invece l’enfasi sulla selettività del deficit di Teoria della Mente in persone affette da schizofrenia, i cui sintomi sono stati considerati secondo il modello tridimensionale di Liddle (67), nel quale si postula un continuum, a livello clinico, fra la dimensione positiva, quella negativa e quella disorganizzata. In accordo con questo modello, i sintomi presenti nel disturbo schizofrenico sono stati riformulati in termini di «fattori sintomatologici» e sono state identificate tre differenti dimensioni. La prima dimensione, «povertà psicomotoria», include la povertà di linguaggio, il decremento di movimenti spontanei e l’appiattimento affettivo. La seconda, «distorsione della realtà», consiste in allucinazioni e in deliri. L’ultima, «disorganizzazione», include disturbi del pensiero, affettività inappropriata e povertà nel contenuto del pensiero. Liddle afferma che la sindrome «povertà psicomotoria» è strettamente associata con alterazioni funzionali della corteccia prefrontale dorso-laterale; la sindrome «distorsione della realtà» potrebbe riflettere una disfunzione del lobo temporale mediale con particolare effetto da parte del lobo temporale sinistro, mentre la sindrome «disorganizzazione» è legata ad alterazioni funzionali della corteccia prefrontale medio basale. I risultati dello studio di Mazza et al. (58) mostrano un significativo deficit di competenze metarappresentazionali di secondo ordine in soggetti in cui erano prevalenti i sintomi della dimensione negativa.

Conclusione

Secondo la recente letteratura sulla Teoria della Mente è possibile affermare che tale meccanismo mentale permette ad un individuo di prevedere, spiegare e descrivere il comportamento umano in base all’attribuzione di stati e processi mentali (2). Lo studio della Teoria della Mente ha interessato vari ambiti di ricerca come l’etologia cognitiva, la filosofia della mente, la neuroscienza cognitiva dell’azione, la psicologia dello sviluppo e la psicopatologia cognitiva.

In particolare, in ambito psicologico il termine si riferisce ad una struttura di dati o una rappresentazione delle conoscenze rappresentata da mente/cervello. La letteratura psicologica sulla Teoria della Mente è stata ampiamente utilizzata dalla psicologia dello sviluppo per descrivere i deficit di rappresentazione degli stati mentali presenti in persone affette da autismo infantile (4) (53). Solo negli ultimi dieci anni si è arrivati all’evidenza empirica che persone affette da schizofrenia con notevoli difficoltà nell’interazione sociale presentano disfunzioni nelle abilità di comprendere compiti sperimentali di Teoria della Mente simili a quelle di soggetti affetti da autismo infantile (2). La principale differenza tra i due gruppi di patologie consiste nel fatto che mentre i soggetti con autismo non hanno potuto sviluppare alcuna competenza metarappresentazionale, le persone affette da schizofrenia, invece, hanno parzialmente perduto la capacità di formare metarappresentazioni, conservando generalmente le abilità metarappresentazionali di primo ordine («io penso che tu pensi»). Tale capacità comunque non è abbastanza flessibile, veloce e generalizzabile da consentire la comprensione di metarappresentazioni di secondo ordine («io penso che tu pensi che lui pensa») e dunque una vita sociale adeguata ed una comunicazione appropriata (62). Tali affermazioni sono state suffragate anche da una notevole quantità di dati provenienti da studi di neuroimaging che avrebbero individuato un substrato anatomico specifico che giustificherebbe l’origine organica dei deficit di ToM (38) (39).

Simili evidenze inducono a ritenere che la Teoria della Mente sia un meccanismo mentale indipendente dai processi mentali periferici: percezione, elaborazione del linguaggio, controllo motorio.

A nostro avviso, le numerose alterazioni neuroanatomiche e morfofunzionali descritte in persone affette da schizofrenia mostrano che la vulnerabilità biologica è altrettanto responsabile della pressione selettiva dell’ambiente nella patogenesi del disturbo. Una vasta letteratura associa il deficit di Teoria della Mente quali ad esempio anomalie nel riconoscimento percettivo delle emozioni (3) ed è quindi possibile affermare che difficoltà nella percezione degli stati emotivi possa dipendere le alterazioni dei processi di metarappresentazione.

Lo studio di tali costrutti ha avuto un grosso rilievo per quanto riguarda le strategie riabilitative di persone affette da disturbi mentali gravi (58).

Numerosi autori hanno indicato le abilità terapeutiche e le tecniche necessarie (48), che comprendono: fornire informazioni sulla schizofrenia, aiutare le famiglie ad imparare tecniche di problem-solving, migliorare la comunicazione e affrontare i conflitti, ridurre la critica e l’ipercoinvolgimento, abbassare le aspettative e incrementare le reti sociali.

In questo ambito, appare senza dubbio interessante l’integrazione di interventi riabilitativi su persone affette da disturbi mentali gravi con strategie che indagano anche l’aspetto metarappresentazionale della disabilità sociale. L’adozione di strategie di intervento su tali forme di disabilità potrebbe prevedere il riconoscimento precoce dei deficit metacognitivi che rendono difficoltosa la comprensione della mente dell’altro e la loro correzione attraverso un lavoro mirato sul concetto fenomenologico di reciprocità.