C. Del Miglio, A. Gamba, T. Cantelmi - Vol. 8, June 2002, Issue 2
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Articolo originale/Original article
C. Del Miglio*, A. Gamba*, T. Cantelmi**
* Dipartimento di Psicologia, Università di Roma «La Sapienza»; ** Professore a contratto di Cyberpsicologia, Seconda Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Università di Roma «La Sapienza»
Key words: Internet addiction Personality Psychopathology
Correspondence: Dr. Tonino Cantelmi, via Livorno 36, 00162 Roma, Italy - Tel.
+39 6 44247115
Linteresse scientifico nei confronti degli aspetti psicologici e psicopatologici delluso della Rete si sta focalizzando sul fenomeno della dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder) o «dipendenza del terzo millennio» come la Young (1) stessa ama definirla. Tale attenzione spesso non rende giustizia alla natura complessa della Rete, alla sua dimensione interpersonale (solitamente infatti si accosta lIAD a psicopatologie come il gioco dazzardo patologico o il Compulsive buying, dove gli aspetti sociali e relazionali sono in secondo piano), alla molteplicità dei bisogni individuali che Internet, tecnologia particolare e indeterminata, può soddisfare (2)-(4).
In Italia liniziale e comprensibile scetticismo dimostrato dal mondo scientifico e in particolare psichiatrico (5) si è trasformato in reale interesse in merito da quando è stato possibile esaminare i primi pazienti affetti da sintomatologia Internet-correlata, «nei quali era presente assieme a uno strano corteo sintomatologico, una sorta di irrefrenabile bisogno di chattare, a volte così esclusivo da indurre a trascurare qualsiasi altra attività (6). Il rapporto tra psicologia e Internet ha recentemente ricevuto ulteriori attenzioni, grazie alla possibilità di trattare questo tipo di pazienti (e non solo) attraverso il contatto on-line, utilizzando Internet come uno strumento terapeutico (7)-(9) che si dimostra particolarmente indicato per quegli utenti che altrimenti difficilmente ricorrerebbero allaiuto di uno specialista. Sembra comunque accettato che sia possibile evidenziare una sorta di potenzialità psicopatologica propria della Rete e persino un percorso verso la retomania, costituito da: a) una fase iniziale, con attenzione ossessiva per la mail-box, polarizzazione ideo-affettiva sui temi inerenti la Rete; b) una fase tossicofila, con progressivo incremento del tempo di permanenza in Rete e sensazione di malessere quando si è off-line, collegamenti in ore notturne con perdita di sonno; c) una fase finale tossicomanica (per ora difficile da raggiungere in Italia), caratterizzata da collegamenti così prolungati da compromettere la vita personale, sociale e professionale (10) (11).
Dal 1996 al 2000, Cantelmi (6) precisa di aver avuto lopportunità di esaminare solo sei pazienti rete-dipendenti (4 maschi e 2 femmine), giovani adulti di livello culturale medio-alto. I soggetti rientrano nella fascia detà considerata a rischio per linsorgenza della dipendenza da Internet (tra i 30 e i 35 anni). Tutti i pazienti, che utilizzano Internet da più di sei mesi, riferiscono di passare molte ore settimanali in rete (fino a 50), lamentando apatia, ansia, irrequietezza e anedonia off-line, nonché una marcata compromissione della vita relazionale, scarso interesse per le relazioni interpersonali e diminuito rendimento professionale.
Ai fini diagnostici e terapeutici rimane di fondamentale interesse attuare ricerche su numeri elevati di soggetti che intrattengono con il computer una relazione privilegiata, a prescindere da chi ne fa uso per motivi di lavoro e di studio, con il preciso intento di mettere in evidenza particolari tratti di personalità che possano predisporre alla dipendenza da Internet o alle nuove forme di dipendenza, le new-addictions, di cui si inizia a parlare, precisandone gli ambiti e le eventuali correlazioni. Molto va chiarito in proposito; innanzi tutto, è possibile parlare di una nuova forma di dipendenza senza il concorso di una sostanza fisica che ne giustifichi lesistenza, così come prevede il DSM-IV? Per la Young la sindrome da Internet-dipendenza va classificata tra le dipendenze cosiddette comportamentali, come il gioco dazzardo o la bulimia. Non sarebbe dunque una tossicodipendenza, ma non per questo meno pericolosa. Secondo Caretti (12), invece, la dipendenza patologica dal computer sarebbe solo la prima fase di un disturbo più grave caratterizzato da alterazione dello stato di coscienza, depersonalizzazione e perdita del senso abituale dellidentità personale e andrebbe collocata allinterno della categoria diagnostica «Trance Dissociativa da Videoterminale».
A quanto ci risulta in Italia, oltre la nostra ricerca sperimentale on-line, tuttora in corso e i cui risultati parziali sono stati via via pubblicati (6) (13), non esistono dati sperimentali su campioni attendibili per numerosità e rappresentatività della popolazione di riferimento. Inoltre rimane il grande limite della raccolta dei dati on-line, laddove non è assolutamente possibile controllare la veridicità delle informazioni più semplici, quali il sesso dei soggetti, il titolo di studio, il numero di ore che trascorrono in rete e da quanto tempo.
In una prima fase della ricerca, degli 80 soggetti contattati 14 sono risultati addicted, cioè con punteggio medio-alto alla scala IAD (Internet Addiction Test) della Young (1) (tenendo presente che lo strumento non è stato validato dallAutrice). Questi soggetti utilizzano Internet soprattutto per comunicare con altre persone o per raccogliere informazioni, preferendo servizi come e-mail, chat e MUD. I punteggi del MMPI di tutti i soggetti sono stati correlati con i punteggi alla scala IAD: sono risultate significative le correlazioni con le scale Pd (deviazione psicopatica), D (Depressione) e Sc (schizofrenia), scala che raggruppa unampia varietà di sintomi, quali sensazioni dirrealtà, ritiro sociale, convinzioni devianti, esperienze insolite, percezioni particolari. I fenomeni dissociativi possono trovare in servizi come chat e MUD una condizione facilitante, per la possibilità offerta allutente di assumere identità fittizie diverse da quella reale. Chiaramente i risultati possono essere letti in modo diametralmente opposto, ovvero nel senso di una causalità diretta tra la rete e lindividuo: in questottica sarebbero le stesse caratteristiche tecnologiche della comunicazione telematica a generare nellindividuo la dipendenza dal media e a determinare linsorgenza di stati psicologici abnormi.
Mettendo poi a confronto i 14 addicted con i 14 soggetti con i punteggi più bassi alla scala IAD, quindi non addicted, si rileva che i primi riportano punteggi alti (statisticamente significativi) nella deviazione psicopatica; punteggi più alti nella scala F e più bassi nella scala K, che evidenziano i disagi degli utenti dipendenti, nonché le loro difficoltà ad attivare difese adeguate alle circostanze e alle esigenze ambientali.
Si constata, inoltre, una netta differenza tra le 16.86 ore medie settimanali dei non addicted contro le 29.86 degli addicted e tra i 41 mesi medi di utilizzo del primo gruppo contro i 71 del secondo gruppo.
Per ovviare ai limiti dello strumento utilizzato (la scala IAD della Young) e del campione composto esclusivamente da utenti «reclutati» on-line, abbiamo avviato una ricerca che è in corso di pubblicazione con uno strumento da noi predisposto e validato, il questionario UADI (Uso, Abuso e Dipendenza da Internet) (14).
Lo strumento costruito è composto da 80 item, ripartiti con lanalisi delle componenti principali in 5 scale, Evasione compensatoria, Dissociazione, Impatto sulla vita reale, Sperimentazione e Dipendenza. Il questionario è stato validato su 241 soggetti utenti off-line della Rete (M = 163 e F = 78). Dallanalisi dei dati è emersa una correlazione negativa tra la scala Dissociazione e la variabile mesi di utilizzo. Questo dato smentirebbe la convinzione diffusa che i comportamenti di abuso (in questo caso la sperimentazione di fenomeni dissociativi e la tendenza al comportamento di evitamento-fuga) riguardino maggiormente i soggetti che utilizzano questo strumento da molto tempo. Al contrario, gli utenti più esperti hanno totalizzato i punteggi più bassi in questa scala, oltre che nelle scale Sperimentazione ed Evasione. Grohol (15) ha affermato che gran parte dei soggetti che abusano di Internet ha probabilmente scoperto da poco luniverso della rete e ne è rimasta profondamente affascinata (enchantment). La maggior parte di essi raggiunge, di solito, una successiva fase di equilibrio, caratterizzata da un uso di Internet responsabile e integrato con le attività della «vita reale». Inoltre la variabile ore di collegamento non si è rivelata una misura correlata con il livello di dipendenza da Internet e non ha mostrato alcuna relazione con le scale dello strumento.
Scopo della ricerca
Nella ricerca prima menzionata ai soggetti era stato somministrato il Minnesota Multiphasic Personality Inventory 2 (MMPI-2), noto test di personalità, al fine di studiare eventuali relazioni tra aspetti di personalità e modalità di utilizzo della Rete, con particolare attenzione al comportamento di abuso.
Nel presente lavoro intendiamo esporre alcuni risultati ottenuti approfondendo le caratteristiche di personalità degli utenti intervistati.
Materiale e metodo
Soggetti
I soggetti della ricerca sono stati reperiti grazie alla frequentazione di Internet café o Internet center e di ambienti lavorativi e universitari nelle città di Roma, Salerno, Milano, Siena e Bari; sono soggetti che utilizzano Internet da almeno 6 mesi e per almeno 6 ore settimanali.
Il campione (Tab. I) è composto in prevalenza da utenti di sesso maschile (M = 163; F = 78), dato in accordo con le stime esistenti circa la popolazione degli utenti di Internet a livello internazionale.
Letà è compresa tra i 13 e i 57 anni (media 28.7 aa.; 29 per i maschi e 28 per le femmine); la fascia di età più rappresentata è quella tra i 20 e i 25 anni (31,1%); solo 9 soggetti sono minorenni. I più giovani (< 20 anni) utilizzano Internet da minor tempo (in media da 16 mesi) e per un minor numero di ore settimanali (9,33 ore). Il 70% dei soggetti si collega per 6-12 ore settimanali (in media 11,9 ore/settimana); solo 3 individui superano le 40 ore settimanali. Mediamente i soggetti usano Internet da 24 mesi (i maschi da 26 mesi contro i 18 mesi delle femmine).
Ai soggetti è stato chiesto di riportare i due servizi di Internet maggiormente utilizzati e i due scopi principali per i quali si collegano. World Wide Web e posta elettronica sono risultati di gran lunga i servizi preferiti. Secondariamente a questi compare la chat, mentre solo 14 utenti si collegano principalmente per praticare i giochi di ruolo on-line (MUD). La ricerca, generica, è lo scopo primario del collegamento più frequentemente riportato; seguono il lavoro e le relazioni interpersonali. Solo 15 utenti riferiscono di collegarsi principalmente per scopi sessuali.
Strumenti utilizzati
Sono stati somministrati il questionario UADI (Uso, Abuso e Dipendenza da Internet) (13) e ilMMPI-2 (Minnesota Multiphasic Personality Inventory) (16). LUADI è composto da 80 item secondo una scala Likert a 5 punti (da «assolutamente vero» a «assolutamente falso») che riguardano luso di Internet, con particolare attenzione al vissuto emotivo del soggetto durante e dopo il collegamento. Lo strumento prevede 5 scale, ciascuna composta da 15 item (5 sono riempitivi): Evasione compensatoria (EVA) raccoglie una serie di item che descrivono un uso di Internet allinsegna dellevasione, quale atto di compensazione rispetto alle difficoltà della vita reale quotidiana. Le affermazioni riguardano la regolazione, in positivo, dellumore, del senso di competenza personale e delle qualità di relazione sociali.
La scala Dissociazione (DIS) descrive alcuni sintomi dissociativi (esperienze sensoriali bizzarre, depersonalizzazione, derealizzazione) insieme alla tendenza allalienazione e allallontanamento-fuga dalla realtà.
La scala Impatto sulla vita reale (IMP) contiene degli item che descrivono le conseguenze sulla vita reale (eventuale modificazione delle abitudini, dei rapporti sociali, dellumore) delluso di Internet.
La scala Sperimentazione (SPE) descrive luso di Internet come spazio privato, come laboratorio sociale di sperimentazione del sé, come terreno per il gioco e la regressione, come strumento per la ricerca di emozioni.
La scala Dipendenza (DIP) contiene item che riguardano alcuni comportamenti e sintomi della dipendenza, in particolare tolleranza (aumento progressivo del periodo di collegamento), astinenza, compulsività e ipercoinvolgimento. I punteggi normativi provvisori sono riportati nella Tabella II.
Il MMPI-2 è stato utilizzato per valutare le più importanti caratteristiche strutturali della personalità dei soggetti e la presenza di disturbi emozionali; sono state considerate le tre scale di controllo (L-Lie, K-correzione, F-frequenza) e le dieci scale cliniche principali (Hs-ipocondria, D-depressione, Hy-isteria, Pd-deviazione psicopatica, Mf-mascolinità/femminilità, Pa-paranoia, Pt-psicoastenia, Sc-schizofrenia, Ma-mania, Si-introversione sociale).
Analisi dei dati e discussione dei risultati
Il confronto tra le medie di M e F allUADI non aveva evidenziato differenze significative sulle singole scale e sul punteggio totale (Tab. II): quindi i soggetti del nostro campione non si differenziano in base al sesso per uso-abuso di Internet. Invece il confronto tra le scale del test di personalità evidenzia differenze significative (Tab. III) per la scala L (p = .017), la scala Pd (p = .004), con punteggi più elevati (ma pur sempre in un range di normalità) in entrambe le variabili nel gruppo delle F.
Successivamente sono state correlate (17), sempre separatamente per M e F, le scale e il totale UADI con le scale del MMPI-2 (Tab. IV).
Nel gruppo F solo la scala L è correlata negativamente (- .230*) con il punteggio totale dellUADI, correlazione del tutto legata alla scala DIP (- .236*). È evidente che allorché i punteggi alla scala L aumentano, il soggetto tende a mentire per dare di sé una buona impressione e probabilmente tende a mentire anche rispondendo al questionario UADI.
Nel gruppo M le correlazioni sono più numerose e articolate: i punteggi totali dellUADI sono correlati negativamente (- .243**) con la scala K e positivamente con F (.189*), Pt (.163*), Sc (.165*), Ma (.204**) e Si (.202*) a.
Si è ritenuto opportuno approfondire la ricerca sulla personalità nel gruppo M indagando sui soggetti ripartiti in base ai loro punteggi allUADI, individuati dal calcolo dei quartili. Si ottengono così quattro gruppi caratterizzati da: «UADI basso» (N = 38, media = 126.95, ds = 14,04), «UADI medio-basso» (N = 41, media = 160,83, ds = 9,52), «UADI medio-alto» (N = 41, media = 190,83, ds = 10,33) e «UADI alto» (N = 40, media = 249,65, ds = 30,39). Nella Tabella V, dove sono messi a confronto i punteggi medi al MMPI dei due gruppi estremi (UADI basso e UADI alto), si evidenziano differenze significative nelle scale F, K, Pt, Sc, Ma e Si, le stesse risultate correlate con lUADI (Tab. IV).
Si possono quindi commentare come segue il risultati allMMPI: le cause dellelevazione della scala F possono essere spiegate con il desiderio di conformismo rispetto allambiente esterno (che può esprimersi nelluso acritico degli strumenti offerti dalla cultura di appartenenza, senza unadeguata elaborazione personale), con un forte coinvolgimento sociale, politico o religioso (diverse motivazioni implicano differenti modalità di utilizzo della Rete), con agitazione, scarsa attenzione e possibile presenza di sintomi di carattere psicopatologico. La scala K può sottolineare la valenza compensatoria di un atteggiamento evasivo ed elusivo verso la realtà; punteggi più alti indicano una tendenza a fornire unimmagine idealizzata e irreale di sé e della propria realtà come modalità difensiva dellIo. Per contro i punteggi più bassi corrispondono a maggiori difficoltà ad attivare difese adeguate alle circostanze e alle esigenze ambientali.
Per quanto riguarda le scale cliniche, la scala Pt (psicastenia) conferma la natura ossessivo-compulsiva del comportamento dipendente, caratterizzato da un ipercoinvolgimento ritualistico della Rete. La scala Sc (schizofrenia) riguarda unampia varietà di sintomi ritenuti da altri studi (5) (10) correlati con le caratteristiche della rete più a rischio patologico, e precisamente sensazioni di irrealtà che potrebbero rispecchiare la derealizzazione del virtuale, la diffusione dellidentità in personaggi virtuali, fino allestraneamento da se stessi nel labirinto dellidentità cyber; esperienze insolite, percezioni particolari, riconducibili alla perdita dei confini spazio-temporali che caratterizzano il cyberspazio. Un punteggio elevato alla scala Ma (ipomania) caratterizza persone instabili, che poco tollerano la noia, in cerca di varie forme di eccitazione e che, a livelli estremi, possono manifestare atteggiamenti manipolatori e tratti maniaco-depressivi; questi individui mostrano una vasta gamma di interessi o una dispersione di questi, in quanto spesso non usano la loro energia in maniera appropriata, essendo rivolta in modo prevalente ad unattività estensiva piuttosto che intensiva. Ciò sembra favorito dalla logica del World Wide Web (con le sue connessioni o links), dal superamento dei vincoli spazio-temporali tipici della dimensione ipertestuale e dallaumento di complessità degli ambienti virtuali. La scala SI (introversione sociale) sembra sostenere lipotesi che lipercoinvolgimento con Internet e la fuga nella realtà virtuale siano più frequenti in maschi introversi, con maggiori difficoltà di relazione e comunicazione, rispetto alle quali lanonimato della Rete può assumere una valenza compensatoria.
Conclusioni
I risultati del presente lavoro non consentono generalizzazioni di sorta nella direzione di ritenere labuso di Internet una causa scatenante di date patologie psichiche. Le analisi effettuate con i due test utilizzati mettono in evidenza la presenza di correlazioni tra alcune caratteristiche psicopatologiche di personalità e un uso importante della Rete. Va comunque sottolineato che rilevare una co-presenza non significa rilevare unevidente relazione di causa-effetto tra due dimensioni: nel nostro caso è tutto da dimostrare che labuso di Internet conduca sempre a stati di alterazione psichica. I tratti problematici dei soggetti da noi intervistati potevano già esistere, prima che luso di Internet diventasse in loro impellente. Perciò può essere vero che certe tipologie patologiche esplodono in uno stato di dipendenza (da sostanze, situazioni, persone) e quindi anche da Internet ed è ovvio che queste patologie poi si riscontrano quando si intervistano soggetti sul loro uso-abuso di questa tecnologia.
Mancano, comunque, ricerche «cruciali», cioè studi longitudinali sulla personalità di adolescenti e giovani adulti che siano soliti navigare assiduamente in Rete o che dedichino sempre più ore del loro tempo a chattare. Solo questi tipi di ricerca ci consentirebbero di cogliere la comparsa di nessi significativi con eventuali tratti di personalità patologici indotti dallabuso di Internet e delle sue applicazioni.