A. Balestrieri - Vol. 6, Dicembre 2000, num.4
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Articolo speciale/Special article
A. Balestrieri
Dipartimento di Medicina e Sanità pubblica, Sezione di Psichiatria, Università di Verona
Parole chiave: Psicopatologia fenomenologica Schizofrenia
Metafore Impotenza ermeneutica Psicofarmaci
Key words: Phenomenological psychopathology Schizophrenia
Metaphors Hermeneutic impotence Psychoactive drugs
La psicopatologia fenomenologica, cercando di cogliere in qualche modo l'essere schizofrenico, ha largamente fatto uso di metafore. Il "pensiero dereistico" di E. Bleuler (1), lo "adualismo" di Piaget (2), la "perdita del contatto vitale con la realtà" di Minkowski (3) e "della evidenza naturale" di Blankenburg (4), la "incoerenza della esperienza naturale" di Binswanger (5), la "crisi del fondamento ontologico" di Wirsch (6), la "crisi della ovvietà del fondamento ontologico del Sé e del mondo" di A. Ballerini (7), sono noti esempi. Con questi ed altri discorsi (come quelli di Stanghellini (8), Strauss (9), Parnas (10), Tatossian (11) )si è insistito sulla perdita dell'ovvietà e cioè della capacità naturale di stare nel mondo, avervi esperienze adeguate ed organizzarvi un comportamento. Spinge inevitabilmente sulla via delle metafore proprio la ineffabilità di una simile mancanza. Siamo di fronte ad una alterazione della mente umana avente incomprensibili aspetti metafisici (12).
Minkowski (3) dice che le metafore si impongono da sé laddove si tratta di evidenziare i tratti essenziali della demenza precoce. E Mistura (13), rifacendosi a Bergson, commenta che le metafore suggeriscono appunto ciò che non può essere detto immediatamente. Anche per Barison (14) molti termini di uso corrente in psichiatria (dissociazione, atimia, frantumazione del sé) sono metafore, sono giri avvolgenti verso un nucleo indicibile. U. Eco (15), pur sottolineando la perenne ambiguità del loro significato, insiste sul valore conoscitivo delle metafore. Non sono ornamento retorico o strumento di diletto. Sono strumento di conoscenza. Sono segno, come per Aristotele, di una naturale disposizione dell'ingegno a percepire o pensare le somiglianze tra le cose.
A ben riflettere, per la schizofrenia ci sono metafore più fenomenologiche ed altre più interpretative in senso patogenetico. Il fantasma del "disturbo fondamentale" continua ad aggirarsi. Potrei citare tra le seconde la "orchestra senza direttore", ma soprattutto la "dissociazione" e la "insufficienza di attività psichica" di Berze (16). Da queste si va poi, forse senza una netta delimitazione, verso quelle interpretazioni patogenetiche con valore metaforico minore o nullo che ipotizzano il ruolo delle varie strutture e funzioni cerebrali nella schizofrenia. Ha certamente prevalso il riferimento al ruolo istintivo-affettivo della sottocorticalità (Küppers (17), Monakow e Morgue (18), Disertori (19), Dide e Guiraud (20), Ciompi (21), Huber (22) ). Su questo punto torneremo tra breve.
Se le metafore qualcosa ci hanno dato o sembrano poterci dare, vorrei aggiungerne una basata sulla nostra capacità e necessità ermeneutica.
Sono molti i significati che l'ermeneutica (v. Gozzetti (23) )ha ricevuto e molti i contributi psicopatologici, psicanalitici, psicolinguistici che ad essa si riferiscono.
Vorrei attenermi al significato più semplice dell'ermeneutica come arte dello spiegare e dell'interpretare abbracciante il comprendere (Gadamer (24) ). Collegando il "comprendere" di Dilthey con l'ermeneutica, come fa anche Barison (14), Gadamer parla di caratterizzazione ed accentuazione heideggeriana della interpretazione come movimento fondamentale della esistenza. E, con Nietsche, darebbe una valenza ontologica al processo interpretativo.
Si potrebbe quindi considerare anche una "impotenza ermeneutica" come metafora per indicare la mancanza di cui soffre lo schizofrenico. Il circolo ermeneutico, come appartenenza reciproca del soggetto e dell'oggetto, sembra effettivamente sconvolto nella schizofrenia. Sarebbe scomparsa la circolare coesistenza tra l'uomo e l'ambiente. Non ci sarebbe più la possibilità di interpretare il mondo. Ogni sicurezza andrebbe perduta. Possiamo infatti dubitare di cose e fatti ma di interpretazioni abbiamo proprio bisogno. Così come abbiamo, un po', bisogno di pregiudizi (Gadamer (25) )o, comunque, di assiomi. Un riferimento che sia preliminare alla conoscenza deve esistere in una esperienza che è più affine al senso comune di Vico che ad una conoscenza scientifica. Ci sono pure delle funzioni di base preconcettuali, precognitive (Parnas (10), Searle (26) )che potrebbero essere compromesse nella psicosi.
La paziente Claudia di Borgna (27): "qualunque cosa io senta o veda dà luogo ad una serie di interpretazioni possibili che si susseguono ininterrottamente. Nulla è più semplice e chiaro".
Se accettiamo un disturbo od una impotenza ermeneutica, sia pur metaforicamente, si potrebbe anche fare qualche considerazione di ordine psicofisiologico e patogenetico. Come dicevo sopra, la psicopatologia può coniugare la pura fenomenologia con le ipotesi patogenetiche.
La capacità di interpretare l'ambiente è fondamentale ed indispensabile per tutti gli esseri viventi. Ciò esige una organizzazione funzionale che nell'uomo raggiunge la massima complessità e la massima possibilità di alternative. Anche la basica sensazione di essere nel mondo e di farcela ad esserci deve comunque presupporre una istintiva capacità di dare un senso all'ambiente. Jung dice che l'istinto è appaiato ad una visione del mondo.
Potrebbe dunque esistere un processo morboso, possibilmente ad eziologia multipla (il paradigma di Bonhoeffer), che alteri l'equipaggiamento istintivo necessario per collocarsi nell'ambiente col dare ad esso una interpretazione. La "impotenza ermeneutica" è un'altra metafora, ma essa, come strumento di conoscenza, guiderebbe una volta di più la nostra attenzione verso quelle strutture soprattutto limbiche alle quali gli autori già sopra citati hanno pensato. Sono la sede delle radici vitali della specie, per le quali ci si potrebbe in parte rifare alle proposte di Küppers (28) e di Guiraud (29). Sono le basi funzionali sulle quali tutti gli elementi di apprendimento possono innestarsi.
Su questi meccanismi della vita istintiva potrebbero principalmente agire i nostri farmaci. Il loro uso e la loro ricerca dovrebbe avvalersi quindi anche del contributo della psicopatologia fenomenologica. Alcuni tentativi in questo senso sono stati fatti (30,31), nonostante ogni difficoltà teorica e pratica alla commisurazione di linguaggi ed ambiti teorici differenti.