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U. Menichini, E. Rasore, F. Moscato, F. Giberti, F.Gabrielli - Vol. 6, Giugno 2000, num.2

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Articolo di aggiornamento/Update paper

La diagnosi di schizofrenia: evoluzione e modifiche
dei criteri applicativi in dieci anni di attività
The diagnosis of Schizophrenia: evolution and changes
of diagnostic criteria during ten years

U. Menichini, E. Rasore, F. Moscato, F. Giberti, F.Gabrielli

Dipartimento di Scienze Psichiatriche dell'Università di Genova, Ospedale "S. Martino", Genova

Parole chiave:
Schizofrenia • Criteri diagnostici
Key words:

Schizophrenia • Diagnostic Criteria

Questo contributo è nato dall'osservazione di un progressivo, quanto netto, cambiamento dei criteri diagnostici della nosografia psichiatrica, indicativo della necessità di una maggiore definizione e puntualizzazione crescente dei vari quadri psicopatologici attraverso un approccio categoriale ufficialmente anche finalizzato all'individuazione-riconoscimento delle malattie psichiatriche in ambiti culturali e geografici differenti. L'intento è quello di valutare - al di là del dato strettamente statistico ed epidemiologico - come tale mutamento degli orientamenti diagnostici possa avere importanti ripercussioni sulla prassi clinica quotidiana, in particolare per quanto riguarda i disturbi dello "spettro schizofrenico".

Il problema della diagnosi di Schizofrenia: alcune notazioni bibliografiche

La difficoltà di giungere ad un criterio definitorio univoco di schizofrenia sembra da imputarsi principalmente all'assenza di ipotesi etiologiche sufficientemente certe e dimostrate. A ciò fa seguito una multidimensionalità dei criteri valutativi che ha favorito un approccio sostanzialmente "ideologico", in cui le definizioni di malattia, di conflitto o di scompenso schizofrenico appaiono ispirate più ad orientamenti e metodi preferiti da singoli ricercatori o da gruppi o indirizzi di studio particolari, che non a dimostrazioni realmente convincenti (1) .
L'ipotesi di un polideterminismo etiologico suggerisce un modello di definizione continuamente modificabile sulla base dei dati empirici. In quest'ambito appaiono particolarmente significativi due concetti fondamentali: quello di vulnerabilità, intesa come predisposizione (diatesi) ad ammalarsi di schizofrenia in risposta a stimoli esogeni ed endogeni multipli o concomitanti, e quello di spectrum o continuum della patologia schizofrenica, che dalla "normalità" si estende fino al disturbo vero e proprio senza possibilità di riconoscere elementi patognomonici di vari sottotipi. In tempi recenti la gamma dei disturbi inclusi nello spettro schizofrenico si è ampliata con l'aggiunta dei quadri di Schizofrenia Latente, Borderline, del Disturbo Schizoaffettivo e delle Personalità Schizoide e Schizotipica (2,3) .
Al concetto di spettro schizofrenico si contrappongono orientamenti nosografici recenti (ICD 10, DSM-IV), volti a sottolineare più evidenti demarcazioni non solo tra singole unità psicopatologiche, ma anche tra diversi sottogruppi di ciascuna categoria (4) .
Nell'impostazione psicodinamica, psicoanalitica e fenomenologica, l'esperienza psicotica non si identifica con la valutazione statistica di elementi di normalità o patologia, ma corrisponde a una modalità caratteristica di funzionamento mentale attivabile in situazioni diverse in ogni individuo (personalità psicotica secondo Bion) (5) ;essa conserva, inoltre, contenuti e manifestazioni comuni all'esperienza quotidiana delle relazioni interpersonali che variano solo quantitativamente (6) .
L'insorgenza dello stato psicotico della schizofrenia determina frequentemente effetti significativi di disorganizzazione del precedente assetto personologico (7,8) .Secondo alcuni lo "stato di psicosi schizofrenica" e il "disturbo schizofrenico di personalità (tratto personologico)" possono considerarsi tra i disturbi affettivi, essendo entrambi caratterizzati da dinamiche intrapsichiche e interpersonali peculiari derivanti da un'attitudine deficitaria alle relazioni interpersonali con regolazione abnorme dell'affettività e grave intolleranza a perdite oggettuali e frustrazioni. Solamente le caratteristiche prodromiche o postume potrebbero consentire, in taluni casi acuti, di differenziare la patologia schizofrenica dai disturbi della sfera affettiva (7,9,10) .
Analogamente, sul piano psicodinamico, il concetto di anaclitismo può fornire i presupposti per una grande diagnosi unitaria (v. il concetto di "Psicosi unica"), costituendo il denominatore comune delle varie patologie psichiatriche croniche, lungo un continuo trasversale, che si estende da forme apparentemente melanconiche a forme di aspetto ipocondriaco, neurastenico o caratteriale, all'alcolismo o alla dipendenza da sostanze, fino alla psicosi schizofrenica. L'elemento unificante sarebbe infatti costituito da una dipendenza arcaica dall'oggetto d'amore (sia esso persona, istituzione, sostanza chimica), dipendenza che impedisce di elaborare la separazione ed obbliga a rinunciare alla propria autonomia mentale. Si tratterebbe dunque non tanto di una malattia psichica ben definita, ma di "un disturbo regressivo da bisogni non evoluti o se si vuole, una sindrome da bisogno anomalo" (11) .
La polivalenza dei sistemi nosologici psichiatrici summenzionati corrisponde alla possibilità di utilizzare ordini diagnostici differenti (diagnosi di stato, diagnosi nosodromica, diagnosi multiassiale etc.), in base a diverse specifiche finalità. Una diagnosi "operativa" di schizofrenia, cioè valida in campo interpretativo, clinico e terapeutico, ci sembra comunque debba corrispondere ad una diagnosi integrata che includa e valuti il peso delle vicende anamnestiche personali e familiari e dei dati genetici e ambientali, ma soprattutto tenga conto della relazione in termini cognitivo-affettivi tra il paziente e lo psichiatra (1) .
La relativa difformità nelle definizioni di schizofrenia si riflette in un'ampia varietà di interpretazioni riguardanti l'espressività sintomatologica della stessa, tanto da concordare il raggruppamento dei vari quadri clinici sotto il termine al plurale di "Schizofrenie". L'attenzione viene prevalentemente focalizzata sulla distinzione tra sintomi produttivi e sintomi deficitari. Alcuni Autori, recentemente, hanno sottolineato l'esistenza di una ulteriore dimensione qualitativa della schizofrenia identificabile con il disadattamento premorboso nelle relazioni sociali, che rappresenterebbe una terza classe fenomenologica della malattia ad etiopatogenesi indipendente (7,12) .
Abbandonata l'idea dell'esistenza di una demenza schizofrenica specificamente riconoscibile, derivata dalle prime descrizioni di Kraepelin, quadri di astenia, abulia indifferenza, appiattimento affettivo, caduta delle capacità intellettive, bizzarrie del carattere etc., vengono da alcuni considerati come entità nosografiche separate dalla schizofrenia (13) .Tali aspetti inoltre possono riscontrarsi, in misura variabile, non solo nelle fasi terminali della malattia schizofrenica, ma anche in fase prepsicotica, nonché in fase prodromica e negli intervalli intercritici (a) .

Alla base dell'inadeguatezza affettiva, del ritiro e dell'isolamento del paziente schizofrenico si può ipotizzare, nella maggior parte dei casi, una deformazione strutturale della personalità. Le alterazioni del corso e del contenuto del pensiero si manifesterebbero invece come sintomi acuti non riconducibili a difetto puro (sintomatologia produttiva o "positiva (14,15) ) (b).

Autori anglosassoni, rispetto al concetto di struttura psicopatologica delle fasi residuali, hanno privilegiato il concetto di "compromissione sociale" (social impairment) inerente al difetto schizofrenico, allo scopo di formulare programmi terapeutici e riabilitativi adeguati. Ne è derivata la distinzione tra "sintomatologia negativa", come ritiro dalla vita sociale, e "sintomatologia positiva", produttiva ed acuta (16,17) .
Appare ormai comprovata l'influenzabilità della sintomatologia residuale schizofrenica da parte dell'ambiente sociale (effetti da ospedalizzazione protratta, etc.). La scelta di metodi di standardizzazione nella ricerca e nella prassi, a prescindere da un'osservazione globale della personalità, sembra tuttavia consentire di cogliere solo gli effetti parziali della malattia e favorirne una definizione quasi esclusivamente strumentale.
Secondo recenti orientamenti, la sindrome deficitaria schizofrenica o "sindrome apatica" si configura come una reazione difensiva del paziente di fronte all'indebolirsi dell'intenzionalità intesa come disponibilità individuale a mantenere attribuzioni di significato condivisibili per quanto riguarda percezione, volontà, pensiero, movimento, affettività ed emotività (14) .L'apatia e l'indifferenza rappresenterebbero dunque una scelta esistenziale con valore difensivo di fronte all'emergere di angosce incontenibili, anziché l'esito più probabile di un processo deficitario (14,18) .
La definizione di "sindrome apatica", proposta da Mundt per la schizofrenia cronica residuale, prescinde da concettualizzazioni rigide e riduttive circa l'importanza di un disturbo intellettivo alla base dell'esperienza psicotica (orientamento che rifletteva da un punto di vista semeiologico, descrittivo e soprattutto terminologico, la nomenclatura di "demenza", "stato terminale", "defettualità", "residuo") e sottolinea il ruolo prevalente del disturbo dell'affettività. Alla dimensione clinica e fenomenologica dell'apatia corrisponde una potenzialità affettiva tale da nascondere in sé elementi ancora vitali e dotati di intenzionalità, sì da consentire eventualmente il ripristino di una ristrutturazione formale del sé. Tale quadro potrebbe corrispondere a ciò che H. Ey ha definito come "Atimormia".

Categoria e dimensione nella diagnosi della Schizofrenia: la rivalutazione dei "sintomi" aspecifici

L'approccio categoriale alla diagnosi di Schizofrenia ritrova recente applicazione nelle classificazioni internazionali del DSM e dell'ICD. Si tratta di raggruppamenti sintomatologici significativi che identificano le principali categorie nosografiche senza suggerire l'esistenza di sintomi patognomonici o principali (2) .Le più recenti versioni dell'International Classification of Diseases (ICD 10) dell'Organizzazione mondiale della Sanità (19) e il Diagnostic Statistical Manual IV (DSM-IV) dell'American Psychiatric Association (20) sono entrambi basati, come è noto, su sistemi di valutazione multiassiale che descrivono le variabili entro le quali si può rappresentare il "caso" psichiatrico nelle sue varie componenti sintomatologico-sindromiche, personologiche, etiologiche e psicosociali.
Ulteriori riflessioni pongono il modello diagnostico basato sull'individuazione dei Sintomi positivi e negativi della schizofrenia. La distinzione tra schizofrenia positiva e negativa risale al XIX secolo (21) .Più recentemente Strauss e Call (cit. da Sass (13) )ipotizzarono l'esistenza di almeno due forme psicopatologiche distinte di schizofrenia: il tipo 1, con sintomi prevalentemente positivi, esordio acuto, responsività ai neurolettici, con decorso e prognosi più favorevoli, correlato ad un'iperattività dopaminergica in assenza di patologia organica cerebrale e potenzialmente reversibile; il tipo 2, caratterizzato da sintomi prevalentemente negativi, scarsa funzionalità premorbosa, esordio subdolo, scarsa sensibilità ai neurolettici, esito in deterioramento intellettuale e demenza. Questa seconda forma sarebbe dovuta ad una perdita neuronale irreversibile in un cervello strutturalmente abnorme (22) .
Vengono generalmente inclusi tra i sintomi negativi anedonia, apatia, abulia, povertà del linguaggio. Le allucinazioni e le illusioni appartengono alla serie dei sintomi positivi. Maggiore incertezza si riscontra per i disturbi del pensiero, le bizzarrie del comportamento e l'inadeguatezza affettiva, che vengono annoverati, a seconda degli autori, ora tra i sintomi positivi, ora tra quelli negativi. Liddle et al. (23) hanno indicato tali sintomi come costituenti di una terza dimensione valutativa in senso diagnostico, prognostico e terapeutico, in aggiunta alla distinzione positivo/negativo. Il ricorso a parametri più restrittivi (come, ad esempio, quelli utilizzati nella scala di valutazione psicometrica dell'Andreasen) rimanda ad un modello di Schizofrenia "bipolare unidimensionale", nel quale i prototipi di "positivo" e "negativo" rappresenterebbero gli opposti di uno stesso continuum bipolare. Altri sistemi di valutazione basati su criteri d'inclusione più ampi portano a considerare le due categorie di sintomi come processi semi-indipendenti, talora coesistenti in fasi diverse nello stesso individuo (12,21) .
Successivamente si è potuto notare che la frequenza con cui compaiono sintomi dei due gruppi varia, nello stesso paziente, a seconda della fase di malattia.
Nei primi episodi prevalgono i sintomi positivi ed in generale tutti i sintomi sono fluttuanti e sensibili ai trattamenti psicofarmacologici. Nelle fasi subacute e subcroniche tendono a stabilizzarsi i sintomi negativi, con significato prognostico negativo a medio e lungo termine riguardo al reinserimento socioambientale e lavorativo, al deterioramento intellettivo, alla cronicizzazione, con scarsa risposta ai farmaci antipsicotici (24-,26) .
Attualmente si sottolinea l'importanza dei sintomi negativi ai fini della diagnosi di schizofrenia, nonostante essi manchino di specificità, potendosi riscontrare in altre patologie (depressioni, lesioni organiche del sistema nervoso centrale - morbo di Parkinson -, lesioni unilaterali dell'emisfero posteriore destro). Sintomi negativi "secondari" o "trattabili" possono insorgere in dipendenza dell'assunzione di farmaci antipsicotici (acinesia, sedazione etc.), da istituzionalizzazione o da altre situazioni di ritiro o di isolamento sociale, da "depressivizzazione" del quadro sintomatologico dovuta alla caduta dell'autostima nel paziente consapevole della propria malattia (27) .La distinzione tra sintomi negativi primari e secondari, certamente non semplice sul piano operativo, è tuttavia di grande interesse per la pianificazione del trattamento e per la riabilitazione sociale (26) .
Un più chiaro spostamento verso l'approccio dimensionale alla diagnosi della Schizofrenia è rappresentato dal concetto dei Sintomi di base (28) e da quello clinicamente correlato di "stadi di base". Tale concezione si contrappone alla descrizione della schizofrenia intesa come "psicosi delirante per eccellenza" (29) ,sottolineando l'importanza di elementi sintomatologici non produttivi e relativamente aspecifici in quanto comuni a varie categorie diagnostiche psicopatologiche (disturbi affettivi, schizoaffettivi, nevrotici, caratteropatici e psicorganici). Sono definiti sintomi di base perché formano un quadro di base su cui possono inserirsi episodi produttivi fluttuanti. Secondo Huber (15) essi costituiscono i sintomi originari della schizofrenia, direttamente collegati al substrato somatico ipotizzato ("substrate-close" basic symptoms), mentre i fenomeni psicotici complessi (sintomi produttivi etc.) si formano e si modificano ad opera di processi secondari.
Tali sintomi sono vissuti e riferiti dagli stessi pazienti come menomazioni. Essi comprendono deficienze dinamiche (deficit di attenzione, concentrazione, comprensione, vuoti di memoria e progressivo impoverimento del linguaggio, della durata di pochi secondi o minuti), cognitive (debolezza generale, stanchezza, diminuita efficienza in occasione di sforzi fisici e mentali, fino agli stadi più gravi di blocco psicomotorio, sia pure a coscienza integra) e disturbi cenestesici (alterazioni del vissuto corporeo improvvise e parossistiche, di durata e intensità variabili, con decorso fluttuante quali ad esempio dolori circoscritti, sensazioni vestibolari, intorpidimento, rigidità, vissuti di estraniamento dal proprio corpo).
Si ipotizza che i Sintomi di base derivino da un difetto di informazione selettiva, che impedisce una strutturazione adeguata dei comportamenti abituali. Sono state diagnosticate alterazioni biochimiche geneticamente determinate a carico del sistema limbico ("limbotimopatia" (28,30) )e mesolimbico sulla base di studi neurofisiologici EEG-grafici e psicologici (30) .
Sintomi di base sono presenti negli stadi precoci ("sindrome di avamposto", "prodromo") e tardivi della malattia, nonché nelle forme residuali, dove costituiscono quadri deficitari suscettibili di compenso in condizioni ambientali favorevoli. I sintomi di base sono articolati su tre livelli di specificità diagnostica crescente. Il terzo livello, inizialmente reversibile, include fenomeni caratteristici della schizofrenia, tra cui i sintomi di primo rango di Schneider. Tra i vari livelli sintomatologici esiste la possibilità di passaggio in entrambi i sensi, sì da sviluppare un "continuum" dimensionale della malattia.
Si dimostra così che i pazienti, per la maggior parte del decorso della malattia, non sono né tipicamente sintomatici né asintomatici, ma più spesso mostrano sintomi di base dinamici e cognitivi, stadi di base più o meno caratteristici o sindromi residuali pure. Tale aspetto, finora trascurato rispetto ai sintomi produttivi più evidenti e tipici della schizofrenia, è di estrema rilevanza sia per la comprensione teorica, sia per la diagnosi, la terapia, la riabilitazione, la profilassi delle recidive.
I tentativi di compenso (coping) messi in atto dal paziente per affrontare tali disturbi vengono valutati separatamente. La loro presenza testimonia che il paziente ha conservato una sufficiente capacità di critica in assenza di una deformazione della personalità che ne impedisca la presa di coscienza e la verbalizzazione. In altri termini, il ricorso a strategie di coping indica che l'autocontrollo, l'autodeterminazione, il senso dei confini dell'io permangono ancora integri. In particolare la definizione sintomatologica e quantitativa degli stadi di base in fase postpsicotica assume un'importanza prognostica nel monitoraggio dei trattamenti psicofarmacologici, psicoterapici e riabilitativi. Infatti l'adattamento e le prestazioni del paziente variano col tipo e l'andamento dei suoi sintomi di base. Inoltre la sollecitazione emotiva, l'impegno lavorativo e familiare non possono che corrispondere alle risorse personali risparmiate dalla malattia (31) .

Materiale e metodo della ricerca

L'indagine si è svolta con le seguenti modalità. Per il confronto dei modelli diagnostici sono stati presi in considerazione tra i pazienti del reparto uomini della Clinica Psichiatrica B dell'Università di Genova negli anni 1981 e 1991 quelli per i quali era stata riportata una diagnosi di ammissione in reparto e/o di dimissione che indicava la probabile o definitiva appartenenza al gruppo delle sindromi dello "spettro schizofrenico". Una prima difficoltà di valutazione è stata rappresentata dalla consuetudine, frequente soprattutto nei primi anni della riforma psichiatrica, di indicare la presenza di sintomi schizofrenici o schizofrenosimili con la dicitura "atipico". Questo termine, considerato meno "penalizzante" e in accordo ad un orientamento antinosografico molto sentito, se pure improprio o quanto meno aspecifico, tendeva a denotare una situazione schizofrenica acuta o riacutizzata, in cui la sofferenza ansiosa ed emotiva appariva per lo più l'aspetto sintomatologico più evidente, costituendo una sorta di comunicazione "in gergo" tra i medici di guardia del Pronto Soccorso. In base alla descrizione semeiologica si è deciso di includere nei due diversi campioni quelle diagnosi che contenevano tale aggettivazione.
Per ogni paziente è stata compilata una scheda in cui oltre ai dati anagrafici e socioambientali, venivano registrate le diagnosi di ingresso e di dimissione, nonché dati relativi alla durata della degenza e all'affidamento dopo il ricovero. In ciascuna scheda, inoltre, veniva riportato dettagliatamente l'esame psichico di ogni paziente così com'esso risultava dalla cartella clinica, nonché notizie anamnestiche e circa l'evoluzione-risoluzione della psicopatologia nel corso della degenza.
Sulla base di questi elementi è stata riformulata la diagnosi secondo i criteri diagnostici dell'ICD10, tenendo conto dell'eventuale presenza di comorbidità. Sono state raccolte 61 schede relative al 1981 e 93 inerenti al 1991. Precisiamo che il numero delle schede non si riferisce ad altrettanti pazienti, poiché è stata prevista una scheda per ogni periodo di degenza anche nel caso di ricoveri ripetuti nel corso dell'anno.

Risultati della ricerca

Nelle 61 schede relative all'anno 1981 sono riportate le seguenti formulazioni diagnostiche:

Nella Tabella II sono riportate le diagnosi riformulate secondo la classificazione ICD10:

Riguardando la Tabella I si nota il prevalere di formulazioni diagnostiche non specifiche di schizofrenia. Persino nei sei casi dove risulta un più chiaro orientamento verso la psicosi schizofrenica non viene utilizzato il termine di "schizofrenia", né si segnala alcuna comorbidità. Tale dato, che, in riferimento alla dimensione clinico-psichiatrica attuale, non manca di stupire, si spiega, a nostro avviso, facendo riferimento all'evoluzione di un processo storico-formativo che nel corso dell'ultimo ventennio ha profondamente interessato e coinvolto tutti coloro che si occupavano di psichiatria e di malati psichici.
L'anno 1981, che segue da vicino i grandi cambiamenti realizzati nell'assistenza psichiatrica col riordinamento della legislazione italiana in materia del 1978, può già considerarsi l'espressione di un relativo assestamento nell'operare psichiatrico. All'epoca nasceva infatti prioritaria l'esigenza di prendere le distanze da un modello manicomiale ancora troppo vicino ed attuale, se pure contestato e ufficialmente abolito. Tale impostazione ci sembra alla base di un'applicazione rigidamente univoca di quell'orientamento psicodinamico che, pur rappresentando, a nostro avviso, una componente imprescindibile della cultura e dell'agire psichiatrico, volta a valorizzare l'individualità e la specificità della persona malata, diventa un utile strumento nel campo clinico e terapeutico delle psicosi solamente nell'ambito di un approccio integrato bio-psico-sociale.
In tal senso la diagnosi di "stato ansioso atipico" e/o similari, rifiutando la nosografia psichiatrica tradizionale, poteva rappresentare da un lato un movimento di "contestazione-provocazione" verso una psichiatria meramente descrittiva che mal rispondeva alle nuove esigenze terapeutiche e riabilitative, dall'altro una richiesta più o meno esplicita di nuovi modelli diagnostici più consoni ai concetti di episodicità e oscillazione sintomatologica, recupero delle funzioni lavorative e delle capacità di relazione interpersonale, reinserimento sociale etc., indispensabili per la presa in carico di tutte le malattie psichiatriche anche gravi.
La Tabella II, dove troviamo le diagnosi oggi riformulate, è già visivamente testimonianza, con le sue numerose differenziazioni diagnostiche, della genericità e polivalenza della definizione di "stato ansioso atipico". Le diagnosi riformulate non rimandano solo ai Disturbi Schizofrenici, ma delineano altre aree diagnostiche. Sintetizzando si vede che Schizofrenie, sindromi schizoaffettive e schizotipiche rappresentano poco più della metà del campione (36 su 61); seguono per frequenza l'area dei disturbi di personalità (7 casi), l'area dei disturbi psicotici non inquadrabili con certezza nell'ambito schizofrenico (5 casi) e quella dei disturbi affettivi (4 casi).
In 9 casi viene proposta una diagnosi doppia in associazione con un disturbo di personalità. La comorbidità per uso di sostanze è segnalata in 5 casi. Dal confronto coi dati esposti si coglie come la diagnosi di "stato ansioso atipico" stia ad indicare, con poche eccezioni, oltre all'area diagnostica dello spettro schizofrenico anche quella dei disturbi di personalità e per la gran parte delle doppie diagnosi.
Riportiamo nella Tabella III le diagnosi di dimissione delle 93 schede relative all'anno 1991 e nella Tabella IV la corrispondente riformulazione diagnostica in base all'ICD10.

Tab. III. Diagnosi di dismissione 1991. Discharge Diagnoses 1991.

Le diagnosi riportate nella Tabella III appaiono subito più diversificate rispetto al campione del 1981. Lo "stato ansioso atipico" è sempre molto rappresentato (42 casi) anche se decisamente ridotto rispetto al passato.
In 32 casi è stata fatta diagnosi di "sindrome dissociativa", in 12 casi di schizofrenia; altri disturbi psicotici sono segnalati in 7 casi; la comorbidità per uso di alcool e/o sostanze in 4. Precisiamo che il termine di "sindrome dissociativa" veniva utilizzato nel campione con riferimento ad una psicopatologia attinente allo spettro schizofrenico.
Dalla Tabella IV emergono dati assimilabili a quelli rilevati nella Tabella II (riformulazione diagnostica del 1981). L'area schizofrenica è sempre la più rappresentata (61 casi su 93) comprendendo in essa anche sindromi schizoaffettive e schizotipiche; segue l'area dei disturbi psicotici non inquadrabili con certezza in ambito schizofrenico (18 casi). I disturbi di personalità, segnalati in 10 casi, non rappresentano mai però l'unica diagnosi e sono prevalentemente associati con disturbo di alcooldipendenza o uso di sostanze. La comorbidità con alcooldipendenza e uso di sostanze è peraltro segnalata frequentemente (24 casi).
In 8 casi la diagnosi fa riferimento ad un disturbo affettivo: un caso di sindrome bipolare pura e 7 casi in cui è presente l'associazione con un disturbo di personalità e/o abuso di sostanze. Appaiono, infine, nel campione 3 casi nei quali la riformulazione diagnostica consente l'esclusione di qualunque sospetto psicotico (2 casi di reazione da stress o disadattamento, un caso di alcooldipendenza pura). Colpisce l'aumento dei casi di comorbidità per alcool dipendenza e uso di sostanze (dai 5 casi della riformulazione diagnostica del 1981 ai 24 dell'analoga revisione del 1991).

Discussione dei risultati e considerazioni finali

Da quanto abbiamo segnalato fino ad ora, risulta che un'area di disturbi schizofrenici o schizofrenosimili genericamente definiti "stato ansioso atipico", riferendoci ad un approccio categoriale recente, quale quello attualmente rappresentato dall'ICD10, viene precisata e dettagliata in quadri sindromici differenziati. È stata tuttavia riscontrata un'alta concordanza diagnostica tra i quadri identificati sotto la più generica dizione di "stato ansioso atipico" e la loro ridefinizione in base ai criteri dell'ICD 10. Tale concordanza riguarda in particolare 41 casi su 61 nel 1981 e 80 casi su 93 nel 1991. Ci sembra, a posteriori, che la diagnosi di "stato ansioso atipico", che comunque veniva utilizzata per segnalare la presenza di disturbi acuti dello spettro schizofrenico, possa corrispondere, almeno in parte, alla scelta di un tipo di diagnosi che oggi definiremmo dimensionale-quantitativa e pertanto comprensiva di quadri clinici diversamente etichettati, ma comunque idealmente disposti lungo un continuum che include, sia pure riconoscendone variazioni proporzionali e peculiarità dei singoli aspetti, l'intera psicopatologia delle psicosi e dei disturbi gravi della personalità.
L'applicazione pratica in campo clinico e terapeutico, soprattutto farmacologico, trattandosi di patologie gravi per lo più in fase acuta (tali da richiedere il ricovero temporaneo in una struttura psichiatrica) ha tuttavia dimostrato, a nostro avviso, l'utilità di privilegiare al momento del ricovero ed alla dimissione del paziente una diagnosi categoriale, certamente più rigida e rigorosa, ma, proprio per questo, meno suscettibile di equivoci e fraintendimenti, nonché utile indicatore della presenza di un'eventuale comorbidità o di un disturbo di personalità concomitante.
A conferma di quanto sopra descritto riportiamo nelle Tabelle V e VI i dati relativi alle discordanze diagnostiche emerse dal confronto tra diagnosi di dimissione effettive e riformulazione diagnostica ICD 10 attuale.
Per commentare brevemente ci sembrano possibili alcune considerazioni:

1) Area confusiva sembra, prevalentemente, essere quella riferita ai disturbi di personalità, mai segnalati di fatto nelle diagnosi di dimissione sia nel 1981 che nel 1991. Il prevalente riscontro nella riformulazione diagnostica di disturbi di personalità di tipo schizoide, paranoide borderline, potrebbe in qualche modo attenuare il peso di tali discordanze.

2) Nei pochi casi in cui la riformulazione diagnostica depone per un disturbo affettivo, e quindi per un netto cambiamento di categoria diagnostica, possiamo ipotizzare diversi fattori. La crescente specificazione dei disturbi affettivi, correlata ad una modificazione del panorama culturale, con più ampia acquisizione di dati biologici e conseguente maggior disponibilità di presidi terapeutici farmacologici, ha portato al riconoscimento nei più recenti sistemi classificativi (ICD 10) di un nuovo parametro nell'ambito dei disturbi affettivi: la presenza o meno di sintomi psicotici congrui o incongrui all'umore. Questo elemento potrebbe già essere dirimente per uno spostamento dell'orientamento diagnostico.

3) Altro aspetto da ricordare è che la riformulazione diagnostica si attiene strettamente all'obiettività descritta in cartella, mentre la diagnosi di dimissione poteva in parte essere condizionata da altri elementi a conoscenza del curante, poco desumibili dalla cartella clinica del ricovero preso in considerazione per la nostra indagine. Aspetti di tal genere ci sembrano verosimili anche in quell'unico caso (che non discutiamo a parte) in cui una sindrome dissociativa diventa nella diagnostica ICD 10 "probabile reazione da disadattamento".

4) Il dato culturale di una crescente enfatizzazione della dimensione medico-biologica della psichiatria non ci sembra sufficiente a giustificare quell'esasperato bisogno di puntualizzazione diagnostica confermato dall'aumento crescente di categorie e sottocategorie diagnostiche nei manuali più usati di classificazione dei disturbi mentali (vedi le varie edizioni del DSM, nonché ICD). Un tale atteggiamento ci sembra proporre anche valenze "difensive", non sempre consapevoli, nei confronti di una dimensione psicologico-relazionale necessaria per recuperare comunque il dato di una sofferenza individuale pur sempre "unica" nelle sue varie modalità di estrinsecazione.

5) D'altra parte va riconosciuto ad un modello diagnostico categoriale l'indubitabile pregio di una etichettazione la più precisa possibile della situazione psicopatologica attuale del paziente, nonché quello di recuperare, soprattutto ai fini terapeutici e riabilitativi il senso sindromico obiettivo dei segni e sintomi presentati. In questo senso una formulazione diagnostica precisa che separi assai chiaramente, per esempio, disturbi di personalità e sindromi psicotiche non definibili come schizofreniche da una processualità schizofrenica accertata può essere uno strumento protettivo per il paziente in campo medico-legale e, soprattutto, per poter mantenere il proprio ruolo nel contesto familiare, sociale, lavorativo.

6) Tuttavia, la presenza nell'ambito di ogni categoria diagnostica di uno spazio ben definito per etichette diagnostiche caratterizzate dalla dicitura "non specificato" o "non altrimenti specificato" finisce per ricordare il vecchio cliché dello "stato ansioso atipico", testimoniando la relativa utilità di un modello

classificativo-nosografico non adeguatamente integrato in una prassi clinica quotidiana volta al recupero costante delle peculiarità dell'individuale e del relazionale.

7) L'attitudine ad un ascolto psicodinamicamente orientato che, al di là di ogni classificazione, ripropone il riconoscimento di segni e sintomi come espressioni di sofferenza individuale originata dalle vicende relazionali remote, rappresenta, a nostro parere, lo strumento più idoneo a consentire allo psichiatra di stabilire un'adeguata connessione tra una nosografia descrittiva "di riferimento" e la sofferenza umana del suo paziente che, pur variamente etichettata, non potrà mai essere generalizzabile.

 

a Trasponendo alla schizofrenia la distinzione jaspersiana tra sviluppo e processo, Langfeldt segnalò una "reazione schizofrenica" (c.d. psicosi schizofreniforme) conseguente ad un evento psicotraumatico ben identificabile subito dal soggetto e prognosticamente favorevole, distinto da un "processo schizofrenico" cronico causa di un deterioramento progressivo e verosimilmente legato ad un danno organico
(Pancheri, 1992; Kaplan, Sadock 1994).

b Già Bleuler (1967) usando il termine di "schizofrenia" incluse tra i sintomi "fondamentali" del quadro clinico l'apatia, l'inadeguatezza affettiva, il distacco dalla realtà, la dissociazione del pensiero e del linguaggio - aspetti globalmente attinenti alla concezione di autismo - e considerando al contrario "accessori" i sintomi produttivi e la catatonia.