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R. Dalle Luche - Vol. 6, Giugno 2000, num.2

Testo Bibliografia Summary Riassunto Indice

Articolo di aggiornamento/Update paper

Soggetto e identitΰ: indicazioni dalla pratica psichiatrica
Subject and identity: indications from psychiatric practice

R. Dalle Luche

Responsabile Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, ASL 1 Massa Carrara

Parole chiave:
Coscienza dell'Io • Io • Sé • Soggetto • Identità • Psicosi • Depersonalizzazione • Depersonazione
Key words:

Self experience • I • Myself • Ipseity • Identity • Psychosis • Depersonalization • Depersonation

1. La clinica psichiatrica è un osservatorio privilegiato per interrogarsi in modo non speculativo sulla natura del soggetto e dell'identità. Il disturbo psichico nella sua essenza è un'alterazione del rapporto con se stessi: il paziente non dice infatti, come in medicina generale, "io sento male qui o là" ma "io mi sento male". È questa la formulazione più elementare di una serie di enunciati con i quali il paziente psichiatrico riferisce un malessere difficile da descrivere se non utilizzando metafore sintomatologiche ispirate alle conoscenze mediche o (in contesti socio-culturali più arcaici) magico-animistiche. Questa perturbazione del "sensorium commune" - come dicevano aristotelicamente gli antichi alienisti (1,2) -,questa alterazione del "senso di sé", si precisa come trasformazione qualitativa della esperienza di sé (2) ,o della coscienza dell'Io (3) nei prodromi delle manifestazioni psicotiche, maniaco-depressive e schizofreniche. A questo livello di "depersonalizzazione" pre-psicotica (4,5) ,nel quale l'Io non coincide col sé, per cui "non è sufficiente e neppure necessario dire 'io' per essere Sé" (6) ,la configurazione del vissuto è riconosciuta come alterata ed estraniata dallo stesso soggetto che si avverte sdoppiato, abitato da due anime: una che soffre, riferisce le sue sofferenze e cerca aiuto per lenirle; l'altra che le "produce" o le "incarna" (per utilizzare metafore che cercano di superare l'impossibilità di comprendere come lo sfilacciarsi della trama costitutiva dell'Io generi automaticamente vissuti "altri", estranei e parassitari). Seguendo il paradigma classico di psicosi comune a Griesinger, Jaspers, Schneider e Gerd Huber (1,4,7,8) ,l'oggetto della psicopatologia è proprio l'anomalia del funzionamento psichico che pone in risalto il dualismo tra coscienza costituita e coscienza costituente, ed è proprio questa "doppia vita del soggetto trascendentale" (9) a rappresentare un dato ineludibile per ogni teoria della mente e per l'amplissimo dibattito scientifico inaugurato da William James (10) ,in grande fermento in questo fine secolo tra i philosophers of mind (11) .Tuttavia questa stessa strutturale dissociazione del vissuto rende precario, mina lo statuto scientifico della psicopatologia perché invalida ogni metodo logico-lineare di indagine, obbligando ogni modello, ogni teoria psicologica della mente, ad operare con costrutti metaforici, meta-psicologici. La stessa struttura sintattica del linguaggio, nato per descrivere il mondo degli oggetti esterni, materiali e definibili, presupponendo un "Io-soggetto agente" (12) ,entra in crisi nel tentativo di afferrare le trasformazioni psicotiche del vissuto (12-14) ,invischiandosi in una serie di paradossi semantici e sintattici esemplificati dalla celebre affermazione del poeta Rimbaud "Je suis un'Autre" (15,16) ,certamente molto espressiva ma priva di significato se presa alla lettera nel contesto di un paradigma di riferimento scientifico.

1.1 L'impostazione fenomenologica, col suo progetto di descrivere gli accadimenti psicopatologici dal vertice dei vissuti (gli Erlebnisse) e le sue fondanti nozioni di intenzionalità e di unità io-mondo, apre la strada ad una corretta per quanto impervia analisi dei fenomeni psicotici soggettivi (17) .Il modello che vede in un processo di perdita della coerenza tra l'Io agente/osservante e le sue funzioni, in una progressione che transita dagli stati di depersonalizzazione - nei quali può essere espresso in termini husserliani/binswangeriani come mancata concordanza ("compossibilità") di Ego empirico e Ego trascendentale (18,19,9) ,tra Sé riflettente e Sé riflesso (20) ,dove quest'ultimo progressivamente sopravanza e passivizza il primo (12) -a quelli di dispersonazione (21) nelle psicosi paranoidi - nei quali le identificazioni deliranti concretizzano i vissuti parassitari (20) -fino a quelli di depersonazione (21,22) -nei quali il soggetto perviene alla completa impossibilità di costituirsi come oggetto di riflessione (in questo modo dissolvendosi come soggetto stesso) -, costituisce il nucleo paradigmatico della fenomenologia delle psicosi (9) .Ma anche recenti tendenze della Psichiatria Clinica, ottimamente riassunte da Elena Sternai (23) ,valorizzano la nozione di "Sé" come "nodo concettuale utile (...) all'esplorazione del concetto di cronicità" e l'idea di malattia mentale come "sfida fondamentale al concetto di Sé che l'individuo aveva prima dell'esordio della malattia stessa" (23) ;la cronicità, infatti, può essere considerata "la trasformazione di un Sé precedente, duraturo e conosciuto, in un sé meno noto e conoscibile, relativamente recente, svalutato e disfunzionale" (24) .In questo senso la schizofrenia può essere giustamente definita una "malattia dell'Io sono (I am illness)" (24) .
Psicopatologia delle psicosi, in senso fenomenologico (e non solo), equivale quindi a dire alterazione qualitativa della esperienza (coscienza) di sé, della possibilità stessa di integrare nel campo della coscienza gli elementi della personalità (processo di personalizzazione secondo Jaspers (3) ,di personazione secondo Racamier (25) ),quindi di costruire e mantenere nel tempo un'identità soggettiva. Tuttavia questi aspetti fondamentali, che si riverberano immediatamente nella dimensione intersoggettiva (e quindi anche terapeutica), sono raramente presi in considerazione o addirittura misconosciuti dagli stessi professionisti della salute mentale (12,24,23) .

2. Un altro modo per evidenziare questo fondamentale nodo teoretico è dire che le psicosi alterano in misura variabile, ma sempre significativa, la cosiddetta funzione dell'Io: per il normale è scontato dire "Io faccio (voglio, desidero etc.)"; la funzione dell'Io per lui è un dato evidente, un'evidenza naturale, come si esprime Blankenburg (26) .La psicosi colpisce questa naturalezza, ponendo in crisi la presunzione (che ciascuno di noi coltiva) che l'esperienza prosegua secondo il medesimo stile costitutivo (19) ,cioè il vissuto della continuità qualitativa dell'esperienza trascendentale (del campo di potenzialità) di sé e del mondo, l'identità nel senso non tanto del rimanere identici a se stessi, della "mêmeté", quanto della ipseità, (ipséité), del rimanere fedeli a se stessi secondo Ricoeur (22) .
Inizialmente, a livello della depersonalizzazione, è il soggetto stesso a rendersi conto dell'alterazione dell'esperienza e della funzione dell'Io, della disponibilità per se stesso dei propri atti psichici e della rassicurante coscienza di possedere un'identità. Parnas et al. (5) hanno tentato di differenziare i vari aspetti di quest'alterazione soggettiva dell'esperienza nei prodromi schizofrenici separando le modificazioni della mineness, del vissuto di appartenenza a sé dei vari atti psichici (la schneideriana Meinhaftigkeit (7,8) ),della "tacita presenza preriflessiva a se stessi" (self presence), della ipseità (ipseity), cioè della costante sicurezza di avere un'identità, infine dell'esperienza dell'Io (Feeling of I), scissa in un Io osservante ed in un Io osservato o rappresentato (observed or represented Ego) che assumono una collocazione spaziale separata nello spazio intrapsichico. Contemporaneamente a questo processo si assiste ad un'accentuazione dell'introspezione e della riflessione su di sé (14,5) (iperriflessività di Sass (27) )rivolta a tentare di comprendere ed arginare l'angosciosa sensazione della perdita della normale (naturale) esperienza di sé, di "ristabilire la soggettività del Sé minacciata di sparire" (20) .Successivamente, però, l'intero mondo del paziente, o meglio l'unità Io/mondo del paziente, viene ad essere alterata e compromessa perché la funzione riflessiva, a causa dello smembrarsi dell'unità dell'Io, può essere ripristinata esclusivamente stabilendo una relazione immaginaria: infatti l'alterizzazione di parti di sé trascina inesorabilmente le idee di essere osservato dagli altri o di avere dentro di sé elementi (oggetti) estranei e di vivere sotto la loro influenza (20) .Questi aggiustamenti dinamico-strutturali (7) rendono difficile discriminare gli elementi senso-percettivi e mnesici dai vissuti allucinatori e dalle concretizzazioni deliranti.

2.1 Di fronte a queste trasformazioni dispersonalizzanti, inaudite e inconcepibili per gli osservatori "normali" in quanto irriducibili alla loro logica (autistiche), l'atteggiamento naturale tende a proiettare e quindi ad intenzionare nel paziente un Io "normale" (secondo il procedimento costitutivo dell'intersoggettività descritto dal tardo Husserl (19) ).Tuttavia in effetti non si sa quale sia, dove sia e perfino se ci sia un'Io nello psicotico, non solo quando, palesemente perplesso, confuso o allucinato, non riesce talora neppure ad esprimersi, ma anche quando, esprimendosi ed agendo, utilizza ancora il pronome "Io". Il delirio, naturalisticamente descritto come un errore di giudizio (che presupporrebbe la presenza di un Io pensante), è in realtà un pensiero senza soggetto, senza un pensatore che lo pensi (18) ,è "uno pseudo-discorso emesso da uno pseudo-soggetto e destinato ad uno pseudo-altro" (23) ;analogamente l'azione delirante o bizzarra (ad esempio quella celebre, riportata da Binswanger (28) ,del padre che per Natale regala alla propria figlia malata di cancro una bara) è un'azione senza agente, perché se un agente ci fosse, non compirebbe atti tanto insensati. Come scrive Tatossian (29) ,nella schizofrenia delirante non c'è più alcuna "traccia di uno spettatore di se stesso" mentre, all'inverso, l'ebefrenico è una pura ipseità, un puro sguardo cui manca "lo spettacolo della costituzione di un mondo e di un Io". In termini cognitivisti, nelle schizofrenie negative (improduttive) l'assenza di un focus interiore (inward focus) impedisce il collegamento tra dati percettivi e mnesici facendo apparire il "mondo del paziente (...) piatto, vuoto, privo di senso personale (loss of person's own meaning) e monotono (boring)" (12) .Tuttavia, come ripetutamente ha sottolineato Barison (13) ,questa stessa alterazione della costituzione schizofrenica dell'Io è quella che lo mette in condizione di parlare un linguaggio che, per quanto cifrato, privo di rimandi oggettivi, ha in sé una sfolgorante capacità di apertura ontologica (basti ricordare il verso del poeta schizofrenico Hölderlin "Un segno siamo/senza significato/siamo senza dolore e quasi/abbiamo perduto la parola nell'estraneità") (13) .
"Io sono il verbo essere" mi ha detto di sfuggita un mio paziente schizofrenico. Ma si può dire "mio" riferendosi ad un paziente schizofrenico? A mio avviso no, perché il franare della costituzione dell'Io trascina quella dell'intersoggettività, e forse non si può neppure parlare di paziente, ma solo di un individuo di cui le pressioni sociali ci demandano il compito di occuparci al fine di attutirne la devianza comportamentale.
Come tutti gli psichiatri sanno, il processo di recupero di una consapevolezza di sé, di un insight (in-sight: vista interna, sguardo interiore) avviene alla remissione delle psicosi acute di vario genere, ma mai effettivamente nelle psicosi schizofreniche croniche, proprio per la radicale, strutturale compromissione della capacità autoriflessiva (stato di depersonazione secondo Racamier (25) )che difficilmente potrà essere espressa meglio delle affermazioni dei pazienti quali quelle citate (così come difficilmente la condizione di sdoppiamento, di depersonalizzazione con conservata coscienza dei fenomeni parassiti può essere espressa meglio del rimbaldiano "Io sono un Altro - Assisto allo sbocciare del mio pensiero" (16) ).

3. Nella psicosi maniaco-depressiva (disturbo bipolare) l'alterazione della coscienza e della funzione dell'Io è meno pervasiva, più "parziale" (come già dicevano gli alienisti dell'Ottocento (4) ),al punto da essere ancora più subdola e misconosciuta. L'atteggiamento naturale dell'osservatore può indurre a pensare che il depresso o il maniacale psicotici siano rispettivamente tristi oppure euforici, perché questo appare dalle loro espressioni e dai loro comportamenti, ma non è così. In queste condizioni la depersonalizzazione colpisce limitatamente il rapporto tra il soggetto e i suoi affetti, per cui, almeno inizialmente, viene mantenuta una perfetta capacità di auto-osservazione e di giudizio e quindi anche una determinazione lucida ed una certa prevedibilità comportamentale. Di fronte al maniacale si ha la sensazione di una conservazione dell'intenzionalità, anzi addirittura di un moltiplicarsi delle attività, che tuttavia risultano frammentarie, inconcludenti, prive di quei limiti socio-relazionali stabiliti dal senso comune che le rendono adattative, non controllate dalla funzione riflessiva dell'autocritica. Certo, all'inizio della fase maniacale il soggetto può pensare di essere "finalmente se stesso", di sentirsi bene e di poter fare tutte le cose che finora non gli è stato possibile fare: la personalità del maniacale resta ben individuabile nei suoi propositi ed inizialmente questi periodi possono essere anche considerati i migliori della sua vita. Ma quando l'eccitamento cresce, non solo le attività sono sempre più sganciate dalla realtà, vorticando in una sfera nella quale il possibile ed il potenziale hanno di gran lunga la prevalenza sul realizzabile, ma il frammentarsi della temporalità in una serie discreta di istanti vanifica ogni possibilità di continuità dei progetti che l'Io produce a getto continuo. Anche qui, dunque, vi è una compromissione della struttura dell'Io, il suo ridursi ad un apparenza, ad una facciata di identità priva di un'adeguata intenzionalità intersoggettiva, quindi unilaterale e solipsistica (9) .
Al contrario, ma analogamente, il depresso non riesce a fare quello che vorrebbe, che desidererebbe, non avverte i sentimenti di cui necessita per poter vivere (8) .La sua dissociazione è tutta intrapsichica e consapevole, almeno entro certi limiti. L'Io puro, come si esprime Binswanger (18) ,osserva impotente e si dispera per ciò che l'Io empirico non riesce a fare, avendo perso il suo sostegno egoico trascendentale (9) .La costituzione naturalistica dell'Altro ignora questa dissociazione ed infatti gli osservatori si sprecano in esortazioni, consigli e perfino rimproveri al malato, ottenendo di alimentare i sentimenti di colpa che già da solo si rivolge. Approfondendosi lo stato depressivo, vale a dire l'inibizione ed il rallentamento della temporalità verso un eterno presente privo di attese, la stessa funzione auto-osservante dell'Io viene meno in una perplessità attonita esautorata anche della intenzione di esprimersi. Si giunge ad una condizione nella quale il depresso non ha più un'identità perché questa si identifica col delirio di colpa e le sue estroflessioni paranoidi (20) :non meno di quelli schizofrenici anche i deliri cosiddetti olotimici sono "pensieri senza soggetto, pensieri senza un pensatore".

4. In sintesi, dire psicosi, nella gradualità delle sue forme e nel ventaglio delle sue manifestazioni (psicosi schizofreniche e maniaco depressive, con tutti i casi intermedi e le possibili combinazioni) (7,8) significa dire alterazione della coscienza e delle funzioni dell'Io, mettere in luce il carattere fortemente illusorio dell'Io, radicalmente vanificato in queste condizioni. L'Io, come si è detto, passa attraverso una dissociazione ed una spazializzazione nello spazio interiore per giungere ad una più o meno pervasiva dissoluzione, ad una sorta di non collocabilità entro lo spazio soggettivo ed alla sua riduzione ad una funzione grammaticale (è questa una delle possibili letture del verso "Un segno siamo/senza significato"): a causa di questi fenomeni l'osservatore fa la più o meno pervasiva esperienza di non sapere chi parli in ciò che lo psicotico dice, e neppure a chi realmente parliamo quando ci rivolgiamo a lui.
Ma, detto questo, noi "normali" siamo poi così sicuri della stabilità e della solidità del nostro Io, della padronanza della funzione dell'Io? Siamo così sicuri di essere ciò che si è, o di poter diventare ciò che sappiamo essere, o di tornare ad essere quello che eravamo? La risposta, che cozza contro le concezioni prevalenti sia nella filosofia ermeneutica e analitica contemporanee circa la dispersione e la sostanziale inesistenza di un'Io (30) ,desunta dal confronto con i disturbi dell'identità concomitanti alle condizioni psicotiche è: senza dubbio sì, possiamo esserne certi.

4.1 Il problema dell'identità del normale non si situa infatti a livello delle strutture generative della funzione dell'Io, ma piuttosto in quello dell'immagine dell'Io nel contesto intersoggettivo. La necessità di adattarsi ad una condizione sociale ha in sé un elevato potenziale di alienazione. Continuamente le situazioni e le relazioni sociali ci costringono ad esser ciò che non siamo e si sa che la vita sociale è un teatro nel quale ciascuno recita uno o più personaggi. L'identità del sano non è quindi tanto minacciata al livello della coscienza dell'Io, degli elementi costituenti l'esperienza di sé (della sensazione di "essere Io" o di "avere un Io", cioè della ipseità (22,6) ),quanto della possibilità di essere più o meno pervasivamente fuori ruolo (di essere se stessi), cioè di dipendere da situazioni che impongono un determinato comportamento nel quale il soggetto può avvertirsi falso o a disagio. L'identificazione del normale è (ha) sempre una funzione intersoggettiva finalizzata a mantenere una sicurezza affettiva e ontologica (una "coesione del Sé", direbbero i kohutiani (31) ),per cui abbiamo la personalità che abbiano (recitiamo il personaggio principale tra quelli di cui disponiamo, ben consapevoli del carattere plurimo della nostra personalità) in funzione delle interazioni precoci avute coi nostri genitori, della educazione che abbiamo ricevuto e dei casi della vita che abbiamo subito, quindi dei rapporti che successivamente hanno plasmato e rimodellato le modalità precedenti e così via, in un gioco dislocante implicito nello scorrere stesso della vita. Il fenomeno delle cosiddette dis-identificazioni isteriche, parossistico nelle cosiddette dissociazioni della coscienza (31) e nel disturbo di personalità multipla, ben esemplificate dal capolavoro di Woody Allen "Zelig" (32) ,rappresentano soltanto il grado estremo di meccanismi adattativi che alterano finalisticamente l'identità soggettiva, ma non compromettono la struttura costitutiva (generativa) della coscienza dell'Io, cosa che invece avviene più o meno pervasivamente nelle psicosi.
Nessuno di noi, costretto ad essere sempre "in situazione", ad essere ciò che gli altri vogliono che noi siamo (l'"identità di ruolo" secondo Kraus (33,6) ),può quindi a rigore essere certo di essere se stesso, ed anzi, propriamente parlando, è forse più corretto dire che siamo un po' sempre "fuori di noi", in linguaggio esistenziale che ex-istiamo piuttosto di in-sistere, di essere in noi stessi, cosa che equivale a dire che l'identità dell'Io non coincide mai con l'identità di ruolo se non in quelle condizioni di significato premorboso rappresentate dal Typus Melancholicus di Tellenbach (6,34) .Tuttavia la cosa più importante è che questo processo non alteri la funzione di personazione, la sensazione di possedere un'Io, sia pure nella sua funambolica mobilità e plasmabilità e che quindi non si fratturi l'identità biografica del soggetto, vale a dire la sua capacità di produrre narrazioni consequenziali della propria vita (6) :magari narrazioni, come molte di quelle che hanno fatto l'estetica del Novecento (27) nelle quali il narratore si propone (progettualmente e coerentemente) di evidenziare il carattere aleatorio, tortuoso, effimero, temporalmente anarchico dell'identità personale (30) .

5. Ma vi è un ultimo punto da sottolineare in questa spinosa questione dell'identità dell'Io. Psicotici e non psicotici (cioè normali) sono accomunati dall'invarianza del loro comportamento in circostanze analoghe: per quanto inverosimile e bizzarro sia il mondo vissuto (e quindi il comportamento) di uno psicotico, esso si ripete e si riproduce nel tempo con una costanza talora sorprendente: chi lavora nei servizi per acuti conosce bene la costanza strutturale e formale delle recidive dei pazienti psicotici. Ma anche il "normale", nel dispiegarsi dei diversi scenari della sua esistenza, e nei tratti essenziali (costitutivi) della sua personalità che si rivelano soprattutto nelle fasi critiche della sua vita, evidenzia una notevole ripetizione degli elementi strutturali e comportamentali.
È forse questo ripresentarsi stereotipo delle invarianze, secondo un ordine della necessità che cozza contro l'idea stessa della libertà del soggetto e della autodeterminazione del suo Io (almeno per quanto riguarda gli aspetti costitutivi e formali), ed anche solo della sua mutevolezza diacronica ed intersoggettiva, un ordine della necessità - che rinvia più alla nozione nietzschiana di "eterno ritorno all'identico" che a quella freudiana di "coazione a ripetere" -, a costituire il paradosso più stupefacente dell'identità umana, in gran parte indipendente dall'Io come la soggettività dalla presenza di un soggetto.