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M. Casacchia, R. Pollice, A. De Risio - Vol. 6, Giugno 2000, num.2

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Articolo regolare/Regular article

Demenze degenerative primarie: clinica e terapia
Primary degenerative dementias: clinical features and treatment

M. Casacchia, R. Pollice, A. De Risio

Clinica Psichiatrica, Università de L'Aquila

Parole chiave:
Demenza di Alzheimer • Demenza Fronto-temporale • Demenza a corpi di Lewy • Clinica • Terapia
Key words:
Dementia of Alzheimer type • Fronto-Temporal Dementia • Dementia with Lewy's Bodies • Symptoms • Therapy

Introduzione

Nel 1907, Alois Alzheimer descrisse una "peculiare malattia della corteccia cerebrale" in una donna di 51 anni che presentava le caratteristiche cliniche di un progressivo deterioramento, con deficit cognitivi ingravescenti, ideazione delirante, disorientamento, disturbi del linguaggio, parafasie e perseverazione; dopo la morte della paziente l'esame autoptico rivelò un'atrofia cerebrale senza lesioni macroscopiche e l'esame istologico la presenza di aggregati neurofibrillari e di "foci miliari": l'inquadramento nosografico di questo primo caso emblematico portò ad una prima definizione di quella malattia che oggi conosciamo, appunto, con il nome di "Demenza tipo Alzheimer" (Dementia of Alzheimer Type, DAT). Da allora sono state individuate e descritte molte altre forme di Demenza (Tab. I) clinicamente ed eziopatogeneticamente non sovrapponibili alla DAT. Comunque, prescindendo da queste differenze, potrebbe essere utile definire in generale la Demenza come un "disturbo persistente delle funzioni intellettive acquisite, caratterizzato da compromissione della memoria a breve e a lungo termine e di almeno una delle altre multiple sfere dell'attività mentale, come il linguaggio, le capacità visuo-spaziali, l'emotività, la personalità e la funzione cognitiva, in assenza di alterazioni della coscienza e con rilevante interferenza nell'attività lavorativa e nelle relazioni interpersonali" (1) .
La demenza può essere causata da numerose malattie, ma l'incidenza delle diverse patologie responsabili è difficilmente precisabile, perché la diagnosi clinica ha un'attendibilità variabile e la diagnosi neuropatologica rappresenta solo una parte dell'intero gruppo di dementi; comunque, il 50-55% dei dementi risulta affetto da Demenza di Alzheimer, il 15% da demenza multinfartuale, un 15-20% da forme miste in cui coesistono alterazioni tipo Alzheimer ed infarti multipli, mentre il restante 10-15% soffre di demenze di varia natura: degenerativa, carenziale, metabolica, tossica, infettiva, traumatica, tumorale, da idrocefalo normoteso (Tab. I).
Rispetto al periodo nel quale fu per la prima volta descritta ed inquadrata nosograficamente, la Demenza è diventata oggi un problema assai rilevante di salute, non solo per il medico, ma anche per la società nel suo insieme. Infatti, se la popolazione anziana aumenterà secondo le attese, entro il 2000 la prevalenza della malattia, (che attualmente oscilla in un range tra l'1 ed il 20% negli individui con età compresa tra 65 ed 85 anni), potrebbe salire fino al 33% o più. In Italia le proiezioni demografiche prevedono che nel 2000 la speranza media di vita supererà i 78 anni e che oltre 10 milioni di persone (il 17,1% della popolazione) avranno più di 65 anni. Nel prossimo futuro, quindi, la società dovrà sostenere una fetta consistente dei suoi componenti a ridotta capacità produttiva, ma dovrà anche fornire a molti di loro un sostegno assistenziale continuo ed impegnativo.

Demenze degenerative primarie

Sin dagli anni Trenta, le demenze sono state classificate in corticali e sottocorticali. Nelle prime le manifestazioni cliniche sarebbero ascrivibili a disfunzioni della corteccia, con amnesia, afasia, aprassia e agnosia (paradigma di questo quadro è la DAT). Nel secondo gruppo si avrebbero rallentamento psicomotorio, difetti di memoria, scarsa capacità di astrazione e di pianificazione delle azioni, alterazioni del tono dell'umore, con depressione ed apatia, e della personalità in seguito ad alterazioni delle strutture sottocorticali, come il talamo, i nuclei della base, quelli tronco-encefalici e le proiezioni del lobo frontale. Fra le demenze sottocorticali andrebbero annoverate quelle secondarie a malattia di Parkinson, morbo di Huntington ed infezione da HIV.
Di rilevante importanza sono state le critiche a tale suddivisione: i sintomi sono comuni ad entrambe le forme corticali e sottocorticali e le alterazioni neuropatologiche sono diffuse sia alle strutture corticali sia in quelle sottocorticali. Sebbene, quindi, porre una distinzione fra demenze corticali e sottocorticali non sia al momento particolarmente utile o dirimente clinicamente ed eziopatogeneticamente, può essere importante suddividere e studiare quelle forme che hanno sia similitudini cliniche sia, soprattutto, eziopatogenetiche. È il caso delle Demenze primarie degenerative, entità neuropatologiche che comportano una degenerazione primitiva del parenchima cerebrale, in altre parole la Demenza di Alzheimer (DAT), la Demenza fronto-temporale (DFT) e la Demenza a corpi di Lewy (DLB) (2) .

Demenza di Alzheimer

L'incidenza della malattia è molto elevata e si ritiene rappresenti il 55% di tutti i casi di demenza, con una prevalenza variabile dall'1 al 6%, se si considerano tutte le fasce di età ed un'incidenza di 2,7/1000 anni-persona a rischio (3) .Si ritiene che circa 400.000 persone ne siano affette in Italia (4) .
La malattia colpisce entrambi i sessi, con predilezione per quello femminile, probabilmente per la maggior durata della vita nelle donne (3) .Il maggior fattore di rischio è, infatti, l'età, seguito dalla familiarità: gemelli omozigoti, concordanti per la malattia, hanno una frequenza di storia familiare positiva più alta dei gemelli omozigoti discordanti, a dimostrazione che le coppie concordanti hanno una forma di DAT ereditaria. In una minoranza di casi, meno del 5%, la malattia è trasmessa in modo dominante, a dimostrazione che sono implicate coppie di alleli a penetranza completa; nel 60% dei casi esiste una familiarità che si manifesta nella presenza di due individui affetti in generazioni diverse, suggerendo la possibile predisposizione genetica della malattia.

Ipotesi eziopatogenetiche e caratteristiche anatomo-patologiche

Le placche senili e le degenerazioni neurofibrillari sono i marcatori istologici della DAT. Le degenerazioni neurofibrillari sono aggregati condensati di proteine tau iperfosforilate, che si trovano nel citoplasma dei neuroni. Le placche senili sono lesioni complesse, che si trovano fra una cellula neurale e l'altra, e sono depositi di peptidi di 40 o 42 amminoacidi, chiamati Ab. Oltre ai peptidi Ab, le placche contengono una grande varietà di altre proteine costitutive, fra cui l'apolipoproteina E (apo E), inibitori delle proteasi, come l'a-1-antichimotripsina e la a-2-macroglobulina, e la proteina precursore dell'Amiloide. Dozzine di altre proteine sono state identificate nelle placche per mezzo delle tecniche immunoistochimiche. Le placche contengono anche numerosi elementi cellulari. Processi sia degli astrociti sia della microglia circondano ed invaginano i depositi di Ab. Associati ai depositi di Ab, fino a circondarli ad alone, si trovano assoni ingranditi e distrofici, che spesso contengono epitopi tau fosforilati. I depositi di Ab si organizzano anche nella forma di depositi amorfi diffusi, che sono stati chiamati placche "primitive". I più compatti fra questi depositi adottano una conformazione a tipo "beta-sheet" ed assumono le proprietà tintoriali dell'amiloide.
Oltre a ciò, è possibile notare perdita marcata di elementi cellulari neurali, perdita delle sinapsi e marcata disconnessione delle proiezioni anatomiche nelle aree corticali, con perdita di funzione persino se le aree cerebrali sono strutturalmente preservate. Nei pazienti affetti da DAT si è osservata anche la perdita selettiva di neuroni colinergici all'interno del nucleo basale di Meynert.
Sia gli astrociti sia la microglia aumentano significativamente di numero nel cervello di soggetti con DAT, ed assumono una morfologia attivata. Se tale attivazione sia tale da indurre uno stato di flogosi è ancora incerto, ma vi sono le prove che c'è la produzione di citochine, l'attivazione del sistema del Complemento e, potenzialmente, il rilascio di altre molecole attive, come l'Ossido di Azoto, nella vicinanza delle placche. Se tali processi attivi hanno effettivamente luogo, le placche senili possono essere considerate come un nido di danno cerebrale, a prescindere se l'Ab sia essa stessa direttamente neurotossica.
Dalle ricerche più recenti è emerso che le molecole A hanno un ruolo genetico centrale nella fisiopatologia della malattia.
Le caratteristiche istopatologiche della DAT sono state messe in relazione da alcuni Autori (5) ad anomalie genetiche specifiche, che si possono distinguere in deterministiche e di predisposizione (Tab. II).
La prima delle anomalie genetiche deterministiche ad essere individuata è stata quella del gene APP (Amyloid Precursor Protein, Proteina Precursore dell'Amiloide) localizzato sul cromosoma 21 (6) .Tale mutazione è descritta in meno di 20 famiglie; nella maggior parte di esse l'alterazione riguarda il codone 717 e comporta la sostituzione di una Valina con una Isoleucina, tre amminoacidi dopo il termine del frammento A nella proteina APP. In presenza di tale mutazione, la DAT insorge fra i 35 e i 65 anni. Gli altri due geni deterministi sono localizzati sul Cromosoma 14 (7) e sul Cromosoma 1 (8) .Descritte in poche famiglie, queste alterazioni geniche portano alla mutazione di due proteine, definite rispettivamente Presenilina 1 e Presenilina 2. La funzione delle due proteine non è ancora ben chiara, ma sembra che siano collegate all'aumento della produzione di Ab 42, potenzialmente neurotossico ed ad un'età d'insorgenza, variabile, ma precoce, della DAT.
Il gene di predisposizione Apo E è localizzato sul Cromosoma 19 (9) .Dei tre alleli per l'apolipoproteina E, il più frequente, E3, rappresenta il 78%, mentre E4 ed E2 rappresentano rispettivamente il 15% ed il 7% del totale. Sei sono i possibili genotipi che si ottengono dall'appaiamento degli alleli. Il più frequente, E2/E3, è presente nel 60% della popolazione degli Stati Uniti. Se si eredita uno o due geni E4, aumenta la probabilità di contrarre la DAT ed aumenta la probabilità che l'esordio avvenga in età precoce. D'altra parte, ciascun allele E2 ridurrebbe il rischio di comparsa della malattia. L'età mediana d'insorgenza varia da meno di 70 anni per gli omozigoti E4 (2% della popolazione americana) a più di 90 anni per gli eterozigoti E2/E3 (10% della popolazione americana). Se E2/E3 fosse un tratto ereditario universale, tutti svilupperebbero DAT prima di 140 anni di età. La DAT rappresenterebbe così la naturale evoluzione di un processo metabolico irreversibile.
Sebbene sia a tutti noto il ruolo dell'apolipoproteina E nel metabolismo dei trigliceridi a livello dell'apparato circolatorio, non sono del tutto chiarite le funzioni dell'isoforma specifica di tale proteina per il sistema nervoso centrale. Nel cervello, l'apo E è prodotta prevalentemente dagli Astrociti, ma anche alcuni neuroni sono responsabili della sua produzione.
Occorre allora domandarsi in che modo il rischio di contrarre la DAT sia correlato al genotipo Apo E.
L'unica certezza a livello del fenotipo è che i pazienti con DAT presentano un significativo aumento nella densità dei depositi di A se sono portatori dell'allele E4 (10) .
Questo allele sarebbe dunque responsabile dell'aumentata formazione delle fibre di Amiloide.
Analoga sarebbe la funzione svolta dalle mutazioni a carico delle proteine Presenilina 1 e 2.
I soggetti con Sindrome di Down, che posseggono una copia extra del cromosoma 21, e dunque una doppia dose del gene APP, presentano la comparsa delle placche di Ab fin dall'età di 12 anni, un aumento ancora più significativo della loro densità e finiranno invariabilmente per sviluppare la DAT.
La deposizione delle placche di Ab precede le manifestazioni patologiche della DAT e non è un effetto della comparsa della malattia.
A questo punto diviene necessario integrare le conoscenze a tutt'oggi acquisite sulle funzioni delle proteine prodotte dai genotipi associati alla DAT per definire un possibile modello eziopatogenetico della malattia.
Le possibili funzioni di Apo E a livello cerebrale sono molto diverse da quelle nell'apparato circolatorio. Probabilmente la proteina ha il compito di trasportare il peptide Ab, prodotto anch'esso dagli astrociti, da queste cellule ai neuroni cerebrali, dove il legame con i recettori di membrana LRP ne consentirebbe l'internalizzazione per svolgere funzioni trofiche ancora non note. La presenza di Apo E nel citoplasma neuronale potrebbe proteggere un sito di legame sulla proteina tau, facendo in modo che la proteina sia disponibile per formare legami crociati di stabilizzazione sui microtubuli. In vitro è stato visto che quest'ultima proprietà di Apo E dipende dall'isoforma della proteina, che a sua volta dipende dall'allele che la codifica.
L'isoforma Apo E2, codificata dall'allele E2, avrebbe una funzione stabilizzante e protettiva del sito di legame, mentre l'isoforma Apo E4, più facilmente ossidabile, si legherebbe con maggiore affinità ai recettori LRP sulla superficie dei neuroni.

Di conseguenza:

1) Nello spazio extracellulare fra astrociti, cellule gliali e neuroni, rimarrebbero bloccate le proteine Apo E4, le molecole di Ab ed i recettori LRP; l'accumulo di tutte queste sostanze, con la formazione delle placche senili, darebbe luogo all'attivazione degli astrociti e della glia, con conseguente rilascio da queste cellule di citochine, di ossido di Azoto e di proteine della fase acuta. Il conseguente stato di flogosi sarebbe responsabile della perdita di cellule neuronali e connessioni sinaptiche, attraverso cambiamenti nell'omeostasi del Calcio e la formazione di radicali liberi.

2) All'interno dei neuroni, la liberazione della proteina tau dal legame protettivo con Apo E, potrebbe consentire la sua omodimerizzazione, con creazione dei filamenti elicoidali appaiati, che a loro volta formano le degenerazioni neurofibrillari.
Il meccanismo eziopatogenetico ipotizzato si presta tuttavia ad alcune critiche:

- La durata totale della malattia non è diversa in soggetti omozigoti per l'allele E4, con una vasta estensione delle placche senili, ed in pazienti omozigoti E3, in cui le placche hanno estensione inferiore. Si ritiene che la demenza, nella DAT, sia indipendente dalla deposizione di amiloide e più legata alle degenerazioni neurofibrillari intraneuronali che alle placche extraneuronali (5) .

-D'altra parte la ridotta estensione sinaptica potrebbe essere ugualmente, se non addirittura, la principale responsabile della sintomatologia tipica della DAT. Una interessante osservazione condotta da ricercatori che investigavano le demenze di origine infettiva potrebbe aiutare a comprendere meglio il ruolo della scomparsa delle connessioni sinaptiche nella Demenza di Alzheimer. Soggetti con infezione da virus HIV possono sviluppare disfunzioni cognitive, esitanti in demenza conclamata, in assenza del virus nel parenchima cerebrale. È stato postulato che concentrazioni picomolari della proteina virale gp 120 (11) potrebbero indurre gli astrociti a rilasciare sostanze neurotossiche, fra cui il glutammato, capaci di incrementare la concentrazione di Calcio nei neuroni attraverso il legame e l'apertura del recettore NMDA. Il risultato sarebbe la produzione, da parte del neurone, di altre sostanze neurotossiche, fra cui l'ossido di azoto, che amplificherebbe il processo di flogosi inducendo gli astrociti a rilasciare ulteriori quantitativi di citochine in un circolo vizioso. Come conseguenza del danno neuronale si avrebbe la rarefazione delle cellule nervose e delle connessioni sinaptiche. Resta da dimostrare se nella DAT le alterazioni neurotossiche abbiano la stessa importanza che è stata proposta per le demenze di origine infettiva.

Demenza fronto-temporale

Più del 15% dei pazienti con demenza degenerativa ha una disfunzione che colpisce selettivamente la corteccia frontale e temporale (12,13) ,e per questa ragione tale sindrome è definita demenza Fronto Temporale (DFT). La DFT fornisce un interessante modello per comprendere le manifestazioni cliniche di una disfunzione selettiva a livello della corteccia frontale anteriore o di quella temporale. Infatti, le degenerazioni a carico della corteccia di sinistra causano i caratteristici disturbi del linguaggio, mentre le degenerazioni corticali localizzate a destra determinano le alterazioni del comportamento e dell'affettività che, insieme alla presenza di segni neuro-psichiatrici (comparsa dei riflessi arcaici, stereotipie, compulsioni, iperfagia, etc), caratterizzano clinicamente questa forma di demenza. L'età di esordio è fra la quinta e sesta decade di vita, è più spesso frequente nelle donne soprattutto in quelle con un'anamnesi familiare di tratti eredodegenerativi, suggerendo una qualche influenza genetica, probabilmente legata ad una qualche anomalia del cromosoma 17 (14) .

Ipotesi eziopatogenetiche e caratteristiche anatomo-patologiche

Immagini spect hanno mostrato ipoperfusione selettiva fronto-temporale bilateralmente (15) .In termini anatomopatologici, la DFT è un'entità distinta, con gliosi marcata e perdita di elementi cellulari neuronali, con presenza di corpi di Pick solo in pochissimi casi (12) .
A differenza della DAT, la DFT non sembra associata a deficit colinergici presinaptici, sebbene siano state individuate carenze specifiche di neuroni serotoninergici pre- e post-sinaptici corticali ed ipotalamici (16,17) .Un'alterazione nel bilancio fra serotonina, acetilcolina ed altri neurotrasmettitori ancora da definire, potrebbe essere la causa delle peculiari caratteristiche cliniche di questa demenza degenerativa primaria.

Demenza a corpi di Lewy

Questo termine è stato scelto in un convegno internazionale (CLDB international workshop) che stabilì criteri di ricerca per gruppi di pazienti il cui quadro clinico presenta un misto fra demenza e parkinsonismo (18) .Questa forma di demenza è caratterizzata da un decadimento cognitivo progressivo, disturbi delle funzioni esecutive, fluttuazione dello stato di coscienza, allucinazioni visive e disturbi extrapiramidali simil-Parkinson.
Si discute ancora se questi pazienti siano affetti da una variante della DAT (19) oppure da un disturbo diverso (20,21) ,ma è in ogni modo a tutt'oggi accettato che la DLB sia un'entità clinico-patologica distinta. La DLB è il secondo più comune tipo di demenza neurodegenerativa, manifestandosi nel 15-25% dei casi (22) .

Ipotesi eziopatogenetiche e caratteristiche anatomo-patologiche

Studi neurochimici hanno evidenziato un profondo deficit colinergico nella DLB. Gli studi di neuroimmagine non hanno rivelato grandi differenze fra la DAT e la DLB; i corpi di Lewy sono strutture concentrate nella sostanza nera e si associano alla deplezione di dopamina. Strutturalmente, i corpi di Lewy sono sottili filamenti che formano inclusioni eosinofile, reperibili anche nel nucleo basale di Meynert, nel giro cingolato ed in quello paraippocampale. Le placche di Amiloide non sono presenti in tutti i soggetti con DLB, mentre le degenerazioni neurofibrillari sono molto meno presenti nelle aree corticali rispetto alla DAT.
Tuttavia, i corpi di Lewy e le degenerazioni neurofibrillari condividono numerosi aspetti: entrambe sono caratterizzate dalla presenza nella cellula neuronale di neurofilamenti e proteine correlate, che vanno incontro a fosforilazione. Dovranno essere necessarie ulteriori prove per affermare che un meccanismo comune è alla base della formazione delle degenerazioni neurofibrillari e dei corpi di Lewy. Esiste (2) una diretta correlazione fra il numero di corpi di Lewy nella corteccia ed il grado di demenza.

Caratteristiche Cliniche

L'inizio delle manifestazioni cliniche della demenza di Alzheimer avviene di solito dopo i 50 anni con un decorso insidioso nel quale si assiste al lento e progressivo deterioramento delle funzioni cognitive.
È difficile che il paziente ed i familiari si rendano conto dell'insorgenza della malattia e della evoluzione dei deficit cognitivi, che anzi sono riconosciute solo retrospettivamente.
I pazienti cominciano ad avere difficoltà di memoria, dimenticando i compiti da svolgere, gli argomenti delle conversazioni o i contenuti di programmi televisivi. In generale, è stato visto che i deficit di memoria riferiti dal paziente possono dare un piccolo, ma significativo contributo alla diagnosi di demenza, perché riflettono in parte le osservazioni, realistiche, del declino cognitivo dei pazienti (23) .Tuttavia, anche se i pazienti tendono a lamentarsi precocemente dei loro problemi di memoria, la consapevolezza di malattia è persa molto precocemente. Questo è un aspetto molto caratteristico della DAT. I familiari possono notare che il loro congiunto è diventato più rigido, meno intraprendente, più irritabile e meno spontaneo.
Inoltre le persone affette da DAT divengono meno produttive ed efficienti sul lavoro, sbagliando gli appuntamenti, non rispondendo alle telefonate e dimenticando un numero sempre maggiore di impegni presi. Un numero sempre maggiore di responsabilità sono assunte da colleghi, segretarie e familiari, che ritengono che il loro congiunto stia semplicemente invecchiando. I soggetti possono anche dimenticare di pagare i conti, non seguono correttamente le indicazioni e si perdono mentre stanno guidando, rivelando problemi di orientamento e di memoria.
L'assunzione di alcool può provocare esagerate risposte emotive; l'eccessiva assunzione di alcool precedente all'insorgenza di sintomi non modifica però le caratteristiche cliniche e sintomatologiche della patologia né la sua progressione (24) .Le malattie intercorrenti possono provocare episodi di stato crepuscolare o di delirium.
I soggetti iniziano a trascurare l'igiene personale e la cura di sé, divenendo in breve tempo incapaci di radersi, di farsi il bagno o di usare correttamente la toilette. Tendono ad indossare per giorni gli stessi vestiti oppure ad indossare molti strati di vestiti abbottonati o sistemati male.
Spesso si sviluppano convinzioni deliranti (25,26) .I pazienti possono credere che gli altri stiano tentando di derubarli o danneggiarli, che il coniuge sia infedele, che i familiari siano stati sostituiti da impostori (Sindrome di Capgras) o intendano abbandonarli, che la loro casa non sia in realtà la loro casa. Le allucinazioni visive ed uditive si associano ad attività afinalistiche e stereotipate (aggirarsi per casa senza scopo, aprire e chiudere cassetti, indossare e togliere abiti, manipolare bottoni e maniglie delle porte). Si è provato che la presenza di disturbi psicotici nei soggetti con DAT rappresenta un marcatore di una più rapida progressione della storia naturale della malattia (27) .
I tentativi dei familiari di accudire e rassicurare il paziente, forzandolo ad eseguire compiti come fare il bagno o salire in auto, possono scatenare reazioni catastrofiche con improvvisi e violenti scoppi di aggressività verbale e fisica, che possono essere interpretati come caparbietà ed ingratitudine e cessano bruscamente così come sono iniziati. L'aggressività verbale o fisica, che insieme all'aumento o alla riduzione dell'appetito ed al comportamento disinibito è tipica della sindrome di Kluver-Bucy, è stata riscontrata in pazienti con demenza moderata ed è stata associata a marcata riduzione del tessuto cerebrale mediotemporale, ma alla preservazione dei neuroni del nucleo basale di Meynert e dell'amigdala (28).
Il paziente perde la capacità di riconoscere i familiari e perfino la propria immagine riflessa nello specchio. Si possono manifestare crisi convulsive tardive e si osserva la ricomparsa dei riflessi arcaici, come l'afferramento coatto e la suzione. Nella fase conclusiva del decorso il paziente diviene incontinente per feci ed urine, cessa di esprimersi in maniera comprensibile e non può più camminare o alzarsi dal letto. La morte sopravviene per polmonite o per altre patologie infettive durante un periodo di confinamento a letto.
La demenza fronto-temporale (Tab. III) si distingue da quella di Alzheimer per la presenza di atteggiamenti disinibiti, perdita della consapevolezza di sé, eccesso nell'alimentazione, comportamenti perseverativi e stereotipati, rallentamento motorio (29) ,riduzione progressiva dell'eloquio, ma conservazione dell'orientamento spazio-temporale.
I disturbi dell'eloquio e del linguaggio sono associati a disfunzioni dell'emisfero sinistro, mentre i disturbi selettivi dell'emisfero destro comportano disinibizione del comportamento ed alterazioni della sfera dell'affettività. Le stereotipie e l'eccessiva assunzione di cibo potrebbero essere secondari al deficit di serotonina. Comportamenti antisociali ed aggressivi sono stati di recente associati (2) alla DFT-temporale. Tali comportamenti si manifesterebbero all'esordio della sintomatologia clinica, senza essere correlati alla personalità premorbosa. Una sintomatologia simile è stata osservata in pazienti colpiti da encefalite da Herpes virus, che causa lesioni a carico del lobo frontale e di quello temporale.
I soggetti con demenza a corpi di Lewy (Tab. IV) presentano spesso allucinazioni visive complesse con scene in cui è riferita la presenza di animali, nani, bambini e creature soprannaturali (18) .I disturbi psichiatrici sono molto comuni in questa demenza primitiva e rappresentano un criterio diagnostico centrale (30) .Le manifestazioni parkinsoniane possono seguire oppure precedere l'esordio della malattia. Spesso sono differenti da quelle del m. di Parkinson classico: l'instabilità posturale e la bradicinesia sono comuni, mentre il tremore è raro. I deficit cognitivi nella demenza a corpi di Lewy sembrano disturbare la funzione visuospaziale, l'attenzione e la fluenza verbale molto più di quanto di solito accada in soggetti con DAT di corrispondente gravità clinica. Nella malattia si ha una caratteristica fluttuazione delle abilità cognitive. Questa fluttuazione, che si osserva di giorno in giorno, sembra sottolineare la particolare compromissione dell'attenzione che si ha nei pazienti affetti da DLB. Si sovrappone ai caratteristici deficit cognitivi anche la comparsa di stati confusionali acuti, che dovrebbero sempre far sospettare la presenza di DLB.
Sintomi meno comuni, ma pur sempre reperibili, sono disturbi autonomici, mioclono, paralisi sopranucleare, polidipsia, discinesia, corea, segni di danno ai motoneuroni inferiori (fascicolazioni e debolezza muscolare), disartria (comune nei pazienti con marcata sintomatologia parkinsoniana) e disfagia.
I criteri per la diagnosi di DLB (31) prevedono la presenza di fluttuazioni cognitive che persistono per mesi, associate con una delle seguenti caratteristiche: allucinazioni visive ed uditive, lievi sintomi extrapiramidali, cadute ripetute, ottundimento o perdita della coscienza transitoria o manifesta.

Valutazione neuropsicologica

Una parte importante dell'accertamento diagnostico è rappresentata dalla valutazione neuropsicologica che consente l'esplorazione dei principali aspetti della memoria, del linguaggio, delle prassie, della cognizione spaziale, dell'attenzione, dell'intelligenza e delle percezioni. L'esame neuropsicologico dovrebbe fornire soprattutto una valutazione obiettiva delle risorse cognitive residue, in funzione dell'impostazione di interventi terapeutico-riabilitativi più mirati e quindi potenzialmente più efficaci.
Tra gli strumenti più semplici e più diffusi, ricordiamo il Mini Mental State (MMSE) e lo Short Portable Mental Status Questionnaire (SPMSQ). Il MMSE è un questionario di facile e rapido impiego composto da 11 item in parte verbali ed in parte di performance, che esplorano orientamento, memoria a breve termine, attenzione, concentrazione, calcolo mentale, linguaggio ed attività motoria. Il punteggio massimo è pari a 30, punteggi inferiori a 24 denotano disturbi cognitivi. Lo strumento può dare falsi positivi negli anziani depressi o con basso livello di scolarità, ma è sufficientemente attendibile.
Lo SPMSQ esplora con 10 domande la memoria a breve e lungo termine, l'orientamento e la fluidità del linguaggio. Molto importanti per la diagnosi differenziale fra le normali modificazioni cognitive della vecchiaia e le fasi iniziali della Demenza sono i test neuropsicologici. Tali test devono esplorare le funzioni strumentali, la memoria e le funzioni di controllo.
Sono utili per seguire l'evoluzione del quadro clinico nel tempo le scale che valutano la gravità ed il comportamento. Tra le scale di gravità la più diffusa è la Clinical Dementia Rating (CDR). La CDR valuta la demenza secondo una scala di 5 gradi (nessuna, dubbia, lieve, moderata, grave) in base alle prestazioni dell'individuo sulla memoria, sull'orientamento, sul giudizio e soluzione di problemi, relazioni sociali, casa e hobbies, cura personale. Questi criteri non sempre sono applicabili con facilità nella prassi e la loro validità è stata messa in dubbio.
Le scale di valutazione comportamentale esplorano, di solito, diverse aree della vita quotidiana del paziente e sono utilizzate per mettere in evidenza i problemi che il paziente incontra nello svolgimento delle attività quotidiane. Una delle più diffuse è la Dementia Scale (DS).
Nella valutazione è preferibile integrare batterie di test applicabili in una o due sedute di durata limitata, mirando a discriminare le persone con demenza iniziale da quelle normali.
Qualora non si potesse usufruire di una batteria completa di test, un semplice ed elegante metodo per comprendere se il paziente presenta disturbi cognitivi probabilmente ascrivibili ad una Demenza è rappresentato dal Clock Drawing Task (CDT). Si tratta di un test in grado di differenziare accuratamente gli anziani normali da quelli con disturbi cognitivi. Alla persona si richiede di disegnare il quadrante di un orologio e di scrivervi i numeri che indicano le ore. Assolto questo compito, la persona dovrà disegnare le lancette nella posizione delle "8.11" o delle "8.20". Il punteggio può variare da 1 a 4 e si attribuisce un punto per ciascuno dei seguenti obiettivi:

- disegnare un cerchio chiuso;

- mettere i numeri nella posizione corretta;

- mettere i numeri di tutte le 12 ore;

- disegnare le lancette nella posizione corrette.

Certi errori, come ad esempio un circolo molto distorto, oppure segni estranei al concetto di orologio sono raramente rappresentati da persone le cui funzioni cognitive sono integre.

Terapia

Le strategie per la terapia della Demenza includono la terapia dei sintomi cognitivi già presenti, il ritardo o l'arresto del decorso della malattia e la cura o la prevenzione della Demenza stessa. Per quanto ancora lontani da una definitiva risoluzione terapeutica di questo problema, gli ultimi dieci anni hanno rappresentato un giro di volta nel management di questa patologia; infatti, attualmente sono disponibili farmaci (alcuni già in commercio, altri in fase sperimentale) che sembrano essere efficaci nel rallentare il decorso della malattia, in alcuni casi anche in modo significativo.
Sebbene vi sia un accresciuto ottimismo riguardo la possibilità di avere dei trattamenti efficaci per la demenza, vi è ancora una certa riluttanza ad accettare correntemente le terapie palliative disponibili. Senza prove di efficacia clinica sostanziali, il pervasivo nichilismo terapeutico per la Demenza non è ancora del tutto scomparso. Il problema nel dimostrare questa efficacia dipende dalle poche e limitate esperienze nel trattamento di questo disturbo; non vi è un chiaro ed uniforme consenso sugli indici di valutazione specifica del decorso che possano così soddisfare la richiesta di prove certe e condivisibili sull'efficacia di queste terapie. L'interesse in crescita per nuovi programmi di ricerca e trials farmacologici da parte dei ricercatori e delle case farmaceutiche potrebbe rappresentare la chiave di volta per identificare definitivamente accettabili presidi terapeutici di efficacia clinica.

Terapia con farmaci colinomimetici

La presenza di deficit della trasmissione colinergica nella DAT è ben documentata (Tab. V). I farmaci inibitori delle acetilcolinesterasi (CEI) rappresentano l'unico presidio terapeutico principale approvato dalla comunità scientifica internazionale. Alcuni trials farmacologici hanno dimostrato una buona efficacia di questi farmaci nel trattamento di alcune forme di demenza. D'altra parte il miglioramento della neurotrasmissione colinergica centrale è l'unico trattamento oggi disponibile per fronteggiare il decadimento cognitivo che caratterizza le varie forme di Demenza. La Tacrina, il Donepezil e la Rivastigmina (ENA 713) possono migliorare le funzioni cognitive, ritardare il declino cognitivo e possono anche accrescere la qualità e la quantità delle attività della vita quotidiana in pazienti con demenza da media a moderata. Questi farmaci sembrano essere efficaci anche sui sintomi comportamentali, e possono ritardare la necessità di un'assistenza infermieristica domiciliare. Non vi sono però dati certi sull'efficacia di questi farmaci nelle forme più gravi di demenza. Valutazioni delle funzioni cognitive e delle funzioni di base, possono essere molto utili nel corso del trattamento per valutare l'efficacia clinica di questi farmaci.
La tacrina è un'aminoacridina ad azione centrale, inibitore reversibile non specifico della colinesterasi, con durata di azione inferiore alle 7 ore. La dose consigliata è compresa tra un minimo di 40 ed un massimo di 160 mg/die divisi in 4 somministrazioni orali giornaliere. Il 20-30% dei pazienti hanno un miglioramento clinico rilevante, osservabile nei sei mesi successivi all'inizio del trattamento.
Gli effetti collaterali più frequenti sono quelli di natura colinergica a carico del tratto gastrointestinale, mentre tra i più gravi è rilevante una certa epatotossicità reversibile che induce un aumento delle transaminasi fino a tre volte superiori ad i range di normalità. È consigliata, infatti, prima del trattamento e poi successivamente nel follow-up, una determinazione degli indici di funzionalità epatica, soprattutto della alanina aminotransferasi.
Il donepezil è un inibitore della colinasterasi di seconda generazione e come la tacrina mostra un'attività dose-dipendente, ma una durata d'azione più lunga ed una maggiore specificità per il tessuto cerebrale. Il donepezil sembra essere molto efficace nel migliorare le performance cognitive, migliorando la memoria, l'orientamento, il linguaggio ed il ragionamento. La dose iniziale consigliata è di 5 mg/die ma può essere fino a 10 mg/die, dopo un mese di trattamento a dosaggio iniziale; un dosaggio più elevato è più efficace ma, se raggiunto rapidamente, presenta maggiore tendenza a provocare effetti collaterali di tipo colinergico, quali nausea, diarrea ed insonnia. La presenza di altri effetti collaterali, valutata in trials farmacologici controllati, sembra essere sovrapponibile a quella associata con il placebo.
Attualmente il donepezil è considerato il trattamento farmacologico di prima scelta in quanto somministrabile in unica dose giornaliera e perché, non essendo epatotossico, non richiede il monitoraggio della funzionalità epatica.
La rivastigmina è un nuovo farmaco che sembrerebbe essere molto efficace nel trattamento sintomatico della DAT. La rivastigmina, o ENA 713, è un inibitore reversibile della acetilcolinesterasi che però presenta una spiccata selettività regionale cerebrale ed una lunga durata d'azione (2,4-12 ore). Ad un dosaggio compreso tra i 2,5 ed i 4,5 mg /die, questo farmaco sembra avere una buona efficacia nel migliorare la sintomatologia da decadimento cognitivo, nel migliorare le performance ai test di valutazione psichica e cognitiva, e nel ritardare il decorso naturale della malattia. Un'altra caratteristica importante è che la rivastigmina inibisce selettivamente la forma enzimatica G1 della acetilcolinesterasi, la quota più rappresentata di acetilcolinesterasi presente nei pazienti con DAT. La rivastigmina non utilizza il sistema enzimatico del citocromo P 450 e questa caratteristica la renderebbe molto utile nel trattamento di pazienti anziani che spesso fanno uso di altri farmaci per il trattamento di patologie in comorbidità. Non essendo poi il farmaco metabolizzato dal fegato, vi è un bassissimo rischio di epatotossicità.
Alla luce di quanto accennato, il futuro di questo tipo di farmacoterapia sembra essere un giro di volta nel trattamento delle Demenze per migliorarne il decorso e la prognosi, e per ritardare l'evoluzione naturale di queste patologie, soprattutto quando queste sono diagnosticate in tempi ragionevoli. D'altra parte è proprio dalla spinta in avanti, determinata dall'impiego di questi farmaci, che si stanno sperimentando in questo periodo nuove molecole con meccanismo muscarinico agonista, che rappresenteranno i successori logici dei CEI.
Nel Sistema Nervoso Centrale (SNC) sono presenti due tipi farmacologicamente distinti di recettori muscarinici: quelli presinaptici e quelli postsinaptici. I CEI interagiscono con entrambi i tipi di recettori, anche se idealmente sarebbe necessario che interagissero solo con i recettori postsinaptici M1, così da determinare il rilascio di catecolammine. Attualmente sono in fase di sperimentazione clinica tre agenti agonisti muscarinici (la xanomelina, l'SB202026 e la milamelina), e tutti hanno mostrato particolare e promettente efficacia non solo sui sintomi cognitivi ma anche sui sintomi comportamentali, come l'agitazione psicomotoria, e sui deliri e le allucinazioni.
Da quanto detto si evince che incoraggiare clinici ed utenti a collaborare in trials farmacologici possa portare notevoli contributi per una ulteriore chiarezza sulla patogenesi di questo gruppo di patologie e quindi portare, in un futuro sempre più vicino, all'identificazione di protocolli terapeutici sempre più efficaci per la cura ed il trattamento di queste frequenti ed invalidanti patologie.

Terapia con farmaci non colinomimetici

Attualmente sono in corso trial clinici di altri agenti farmacologici per il trattamento delle Demenze, come gli estrogeni, i farmaci antiinfiammatori non steroidei (FANS), antiossidanti (Vit. E, selegilina), propentofillina, etc. (Tab. VI).

Negli ultimi anni, sulla base di numerosi studi prospettici (32) ,è stato proposto l'uso degli estrogeni nella prevenzione delle sindromi demenziali nelle donne in post-menopausa. L'ipotesi di un ruolo biologico degli estrogeni nella patogenesi del morbo di Alzheimer è supportata dalla presenza di recettori per gli estrogeni a livello dei neuroni ippocampali e colinergici. Studi negli animali hanno suggerito che gli estrogeni stimolano la crescita dei neuroni colinergici (33) .Gli estrogeni potrebbero funzionare come antiossidanti, inibendo i livelli di ApoE nel plasma (34) o stimolare il rilascio del fattore di crescita neuronale (NGF). Lo studio di Kawas et al. (32) ,sul loro uso nella prevenzione della DAT, ha evidenziato un miglioramento della memoria verbale nel gruppo di pazienti trattato; ma nonostante tali risultati incoraggianti, non vi sono ancora informazioni sufficienti per raccomandare la terapia estrogenica come di prima scelta nel trattamento del morbo di Alzheimer.
Analogamente a quanto detto per gli estrogeni, studi clinici recentemente hanno dimostrato che individui che utilizzano FANS hanno una minore probabilità di sviluppare una DAT (35) .Il razionale dell'impiego dei FANS nella terapia della DAT è supportato da reperti immunoistochimici di risposte infiammatorie gliali e di altro tipo nell'encefalo di malati di DAT. I FANS sarebbero in grado di arrestare o inibire questo processo impedendo altresì l'attività dei mediatori chimici dell'infiammazione prevenendo, quindi, l'espandersi dei foci "malacici" caratteristici della DAT. Anche in questo caso, però, essendo l'esperienza clinica ancora molto limitata e gli effetti tossici dei FANS piuttosto importanti, al momento è sconsigliabile l'impiego dei FANS per la prova solo indiretta dei benefici apportati da tale terapia.
Un'altra area di indagine nella terapia della DAT è quella dell'impiego di farmaci antiossidanti. Tale strategia terapeutica si basa sull'evidenza di danno da radicali liberi e stress ossidativo nell'encefalo di pazienti affetti da DAT. Uno studio su larga scala (35) ha recentemente dimostrato che l'utilizzo dell'alfa-tocoferolo (Vit. E, al dosaggio di 2000 u/die) può essere raccomandato nella terapia di molti pazienti affetti da DAT quale adiuvante nella preservazione delle funzioni cognitive, facendo però attenzione alle esacerbazioni di possibili coagulopatie (Salo et al., 1997).
Sempre in quest'ambito è necessario citare la selegilina, inibitore selettivo delle monoaminossidasi B (MAO-B), in grado di determinare un incremento della disponibilità cerebrale di dopamina e delle altre monoamine con funzione neurotrasmettitoriale. A quest'azione anti-MAO la selegilina associa una potente azione neuroprotettiva. Si è, infatti, dimostrata efficace nel limitare la degenerazione delle cellule nervose e nel ridurre la morte dei neuroni sia attraverso l'inattivazione di neurotossine specifiche, sia attraverso un'azione antiossidante. Questa sinergia di effetti farmacocinetici determina un miglioramento significativo dei sintomi neurocognitivi; il dosaggio consigliato è di 10 mg/die.
Si stanno valutando per la terapia della DAT altri agenti farmacologici con un meno chiaro e definito meccanismo d'azione. È il caso della L-acetilcarnitina che, rinforzando la funzione mitocondriale dei neuroni, presumibilmente potrebbe ridurre lo stress ossidativo. Non si hanno ancora chiare indicazioni rispetto all'efficacia di questo presidio farmacologico, ma sembra che esso possa essere efficace nelle fasi iniziali della malattia e soprattutto nei pazienti con età inferiore ai 65 anni. La propentofillina sembra influenzare la proliferazione della microglia e quindi modulare i processi infiammatori neuronali nella DAT. L'idebenone ha un'azione che sembra correlata al coenzima Q ed al conseguente incremento della produzione di adenosin trifosfato (ATP).
Infine, il futuro della farmacoterapia della DAT potrebbe essere basato sulla terapia che utilizza neurotrasmettitori. Ciò potrebbe essere giustificato dall'ipotesi che la trasmissione sinaptica ai neuroni corticali è la risultante tra effetti colinergici, glutamatergici ed effetti inibitori serotoninergici. L'ampakane è un'agonista glutamatergico che migliora la memoria in soggetti normali e pertanto potrebbe diventare un potenziale farmaco sintomatico nel trattamento della demenza di Alzheimer. Poiché non sono ancora stati completati trials che utilizzano questa strategia terapeutica, se dovesse esserne dimostrata l'efficacia si potrebbe allora tentare una terapia basata su combinazioni di neurotrasmettitori.
Trattamento farmacologico della Demenza Fronto-Temporale e della Demenza con Corpi di Lewy
In virtù delle peculiari caratteristiche cliniche ed eziopatogenetiche, è necessario esprimere delle considerazioni a parte per il trattamento della DFT e della DLB.
Sfortunatamente, infatti, l'uso dei farmaci colinomimetici non sembra essere efficace nel trattamento della Demenza Fronto-Temporale. Poiché alcune caratteristiche cliniche salienti di questa forma di demenza (comportamenti compulsivi stereotipati ed aumento dell'appetito) possono essere secondarie ad un deficit di serotonina, è stato proposto (2) l'impiego di farmaci antidepressivi serotoninergici (SSRI) nella terapia della DFT. I disturbi cognitivi non traggono però giovamento dall'impiego di antidepressivi serotoninergici; conviene perciò associare benzodiazepine a breve emivita, o neurolettici.
La Demenza con Corpi di Lewy sembra invece rispondere positivamente all'uso dei CEI; in questa forma di demenza, però, è spesso necessario trattare contemporaneamente i sintomi extrapiramidali che si presentano in combinazione con deliri ed allucinazioni. Sarebbe necessario, allora, utilizzare farmaci dopamino-agonisti e dopamino-antagonisti contemporaneamente, ma questa strategia terapeutica è ovviamente contraddittoria; è quindi consigliabile trattare farmacologicamente, con estrema cautela, quei sintomi che sono predominanti o invalidanti. Un approccio empirico potrebbe essere quello di iniziare, in base alla sintomatologia clinica prevalente, motoria e mentale, con bassi dosaggi di farmaci anti-Parkinson come la Levodopa (100 mg) e la Carbidopa (10 mg), oppure il Sinemet (metà compressa due volte al giorno). Il trattamento dei disturbi comportamentali deve essere realizzato attraverso l'impiego di benzodiazepine a breve-intermedia emivita (Lorazepam o Oxazepam), che sono efficaci nel trattamento dell'ansia o di periodi transitori di agitazione, ma meno adatte degli antipsicotici nel trattamento di sintomi più gravi.
L'uso dei neurolettici può essere fatale a causa della deplezione di dopamina che caratterizza la DLB. Questi farmaci vanno pertanto utilizzati con estrema cautela e solo se veramente necessari, dando la preferenza ai composti con maggiore azione sedativa (Tioridazina, 10 mg due volte al giorno; Sulpiride, 100-200 mg due volte al giorno)
Alcune esperienze cliniche hanno suggerito che il Risperidone e la Clozapina sono efficaci a dosaggi molto bassi nel trattamento dell'agitazione, dell'aggressività e dei sintomi psicotici (36) .Herrman et al. (37) ,in un gruppo di 22 pazienti con demenza e disturbi del comportamento comprendenti agitazione e aggressività, trattati con Risperidone (1,5 mg/die) hanno trovato che il farmaco era ben tollerato e che la metà dei soggetti aveva ottenuto un miglioramento significativo dei sintomi, sebbene la restante parte avesse manifestato alcuni sintomi extrapiramidali. Sebbene secondo alcuni autori (36) la Clozapina eviterebbe il rischio di effetti extrapiramidali in pazienti con sintomi parkinsoniani, Burke et al. (38) hanno riscontrato, in 2 pazienti con demenza con corpi di Lewy, una marcata intolleranza alla Clozapina, con effetti extrapiramidali associati a confusione ed anomalie del comportamento. Sono quindi necessarie ulteriori esperienze cliniche per verificarne la reale efficacia e sicurezza.
Per concludere, accanto agli antipsicotici tipici (soprattutto tioridazina, promazina ed aloperidolo), impiegati nel trattamento dell'agitazione psicomotoria nella malattia di Alzheimer, si assiste all'impiego di farmaci anticonvulsivanti (carbamazepina e valproato), del trazodone, che modula il 5-idrossitriptofano, e del buspirone per trattare lo stesso problema nella demenza Fronto-Temporale e nella demenza con corpi di Lewy. La frequente presenza di sintomi depressivi in aggiunta a quelli caratteristici di queste forme di demenza e la possibilità di comorbidità con un Disturbo Depressivo suggerisce, laddove necessario, l'impiego di farmaci antidepressivi. Tra questi, per le peculiari caratteristiche farmacocinetiche e farmacodinamiche nonché per la ridotta incidenza di effetti collaterali, sono da preferirsi gli SSRI (Tab. VII) (39) .
Nuove prospettive terapeutiche
Abbiamo già ricordato l'ipotesi secondo la quale depositi cerebrali di beta-amiloide insolubile sarebbero fondamentali per la patogenesi della DAT; pertanto la ricerca si sta adoperando per mettere a punto agenti farmacologici che interferiscano con la produzione o l'aggregazione della beta-amiloide e che siano quindi in grado di proteggere l'encefalo dall'insorgenza della DAT. Tali farmaci potrebbero essere inibitori delle proteasi che riducono parzialmente l'attività degli enzimi (- e -secretasi) che spezzano il frammento A dalla proteina APP, oppure composti che si legano ai frammenti A extracellulari ed impediscono la loro aggregazione in fibrille citotossiche. Per bloccare il processo infiammatorio conseguente alla deposizione dei frammenti A, oltre ai già ricordati composti ad azione antinfiammatoria o antiossidante, è stato proposto lo sviluppo di farmaci antiapoptotici, capaci cioè di arrestare il processo di morte cellulare secondario alla deposizione dei frammenti A. Nella stessa direzione sono in corso studi di biologia molecolare che tentano di produrre analoghi dell'apolipoproteina-E, che sembra avere un effetto protettivo contro la DAT. Tuttavia, molti dei composti attualmente disponibili che hanno le caratteristiche di fattori di crescita neuronali necessari a garantire la sopravvivenza dei neuroni colinergici frontali, non sono in grado di passare la barriera emato-encefalica; pertanto sono necessari ulteriori studi per mettere a punto farmaci con le stesse proprietà neurotrofiche, ma capaci di attraversare la suddetta barriera.

Gli interventi nella demenza: strategie gestionali non farmacologiche

La disabilità nei soggetti affetti da demenza può essere raggruppata in tre dimensioni: deterioramento cognitivo (perdita di memoria, deterioramento delle funzioni corticali superiori), danno funzionale (difficoltà nelle attività di base della vita quotidiana - lavarsi ed usare correttamente i servizi igienici e le difficoltà "strumentali", come fare i conti) e disturbi comportamentali o psichiatrici (agitazione psicomotoria, deliri, allucinazioni e disinibizione).
I caregivers, ossia le persone che maggiormente si fanno carico dell'assistenza delle persone con demenza, sono soprattutto dei mediatori o moderatori, dovendo confrontarsi con gli "stressor" che agiscono sulle persone malate e con gli esiti della malattia.
In letteratura sono riportati diversi interventi designati per ridurre l'impatto sui caregivers dell'assistenza ad un parente affetto da demenza. Gli interventi includono trattamenti mirati sul paziente o sui caregivers stessi.
I primi, che consistono essenzialmente nella terapia farmacologica, riducono indirettamente il carico assistenziale dei caregivers (è stato stimato che l'uso a lungo termine della Tacrina, a dosi maggiori di 80 mg/die riduce sensibilmente il rischio di assistenza domiciliare continua per i pazienti), mentre i secondi sono mirati alla riduzione dei problemi affrontati da essi. Descriveremo brevemente i principali interventi sui caregiver oggi disponibili.

Interventi psicoeducazionali

Gli interventi psicoeducazionali con i familiari affetti da demenza non sembrano rappresentare una pratica diffusa nei servizi. Sono ugualmente rari gli studi che valutano l'efficacia di tali interventi, nonostante siano numerose le ricerche che hanno dimostrato il gravoso carico sostenuto dalle persone che assistono il paziente in casa (40,41) .L'esperienza di assistere una persona affetta da demenza non è paragonabile a quella di occuparsi di una persona anziana (42).
Caratteristica specifica dell'assistenza a questo tipo di paziente è rappresentata dal progressivo declino della relazione fra il familiare e la persona malata, le cui capacità cognitive presentano un deterioramento ingravescente e inarrestabile. Chi presta assistenza affronta perdite economiche, vive il peso dell'isolamento sociale e dell'accudimento continuo di una persona che presenta un basso livello di autonomia, una scarsa cura della persona ed una riduzione progressiva delle attività quotidiane finalizzate. Generalmente sono le donne che sembrano sostenere il maggior peso assistenziale, sia a livello pratico che emotivo, a causa delle maggiori aspettative sociali che hanno loro tradizionalmente assegnato il ruolo di "prestare assistenza" ai diversi membri della famiglia (40,42) .
Il problema dell'assistenza dei pazienti con demenza sta assumendo dimensioni che vanno al di là degli aspetti squisitamente clinici, con un impatto sull'organizzazione e una pianificazione dei servizi socio-sanitari: il mantenimento nella comunità del paziente affetto da demenza è legato al grado di supporto familiare, e l'istituzionalizzazione sembra più correlata agli atteggiamenti di scoraggiamento e all'eccessiva percezione del carico di chi presta assistenza, piuttosto che alla reale gravità delle compromissioni dovute alla malattia.
Alla luce di tali considerazioni, le politiche di programmazione sanitaria dovrebbero favorire interventi di assistenza sul territorio e a domicilio, potenziando l'integrazione tra "supporti assistenziali formali" e "informali".
In un recente studio sui costi dell'assistenza socio-sanitaria, condotto a Londra sulle persone con più di 65 anni di età, è stato messo in evidenza che la demenza rappresenta il disturbo più costoso in termini di utilizzazione dei servizi "formali" (5,6% dei pazienti utilizzano il 15,6% delle risorse assistenziali), con un'alta utilizzazione dei centri diurni, dei servizi sociali per l'aiuto domestico e dei servizi infermieristici per le visite domiciliari (43) .
I servizi dovrebbero non sostituirsi, ma rafforzare i naturali sistemi di supporto, il cosiddetto "supporto informale", fornito dai familiari e dalla rete sociale, con l'inserimento di volontari nei programmi di sostegno per aiutare in maniera concreta chi presta assistenza al paziente demente (40) .Parallelamente dovrebbero essere previsti programmi assistenziali che permettano "pause assistenziali" ai familiari, con inserimento dei pazienti in day-hospital o in centri diurni, o in programmi che forniscano periodicamente supporto alberghiero.
Per potenziare il supporto informale sono stati sviluppati interventi educativi condotti con i familiari dei pazienti affetti da demenza, riuniti in gruppo, con l'obiettivo di aumentare il supporto sociale, il senso di auto-aiuto e l'espansione della rete sociale.
I familiari che partecipavano a gruppi di supporto presentavano una riduzione del carico assistenziale e dei livelli di depressione, rispetto ai familiari che, non partecipando all'intervento, lamentavano un crescente peso assistenziale al follow-up di 4 mesi (44) .La riduzione del carico assistenziale sembrava essere in relazione all'acquisizione di un maggior senso di competenza nelle loro prestazioni assistenziali ed al recupero di un maggior spazio della propria vita. Glosser e Wexler (45) hanno riscontrato che i familiari che partecipavano a sedute di gruppo apprezzavano le informazioni sulla malattia ed i suggerimenti sulla gestione dei pazienti affetti da demenza. Inoltre, i familiari che condividevano la stessa esperienza di assistenza riferivano un aumento del senso di solidarietà reciproca ed una maggiore coscienza dei propri bisogni individuali. Nello studio di Zarit et al. (46) sono stati messi a confronto un approccio di consulenza familiare individuale, un intervento multifamiliare di supporto ed un gruppo di controllo di familiari assegnati ad una lista di attesa. Gli interventi, che avevano l'obiettivo di aiutare i familiari a ridurre lo stress ed il carico assistenziale, prevedevano la trasmissione di informazioni sulla malattia e la spiegazione degli effetti sul comportamento, l'insegnamento di un metodo strutturato di risoluzione dei problemi legati ai comportamenti più difficili dei pazienti e l'identificazione di potenziali supporti esterni per chi prestava assistenza. I familiari erano sostenuti nell'accettare il graduale declino del paziente, che avviene secondo un andamento individuale di difficile prevedibilità. Si cercava di non drammatizzare la situazione e di non descrivere i "casi peggiori", incoraggiando la famiglia a "vivere alla giornata", approfittando dei "momenti buoni" del paziente per interagire con lui. Se è vero che non esiste una terapia che sia in grado di arrestare, rendere reversibile o curare la malattia, gli operatori sottolineavano che alcuni trattamenti farmacologici sperimentali possono avere effetto anche in base alle stesse aspettative positive dei familiari. I familiari inclusi in entrambi i gruppi di trattamento hanno mostrato una riduzione del carico assistenziale ed un incremento della rete sociale, senza differenze rispetto ai familiari di controllo della lista di attesa. Al follow-up ad un anno si evidenziava la superiorità dei trattamenti in quanto soltanto i familiari che avevano partecipato agli interventi mantenevano i vantaggi acquisiti.
I caregivers ed i pazienti beneficiano anche di interventi finalizzati all'apprendimento di strategie gestionali per i problemi comportamentali e l'agitazione psicomotoria. Alcuni autori (47,48) raccomandano che i caregivers apprendano strategie di comunicazione in grado di minimizzare il distress del paziente, come ad esempio una voce calma e rasserenante, e di evitare un comportamento che metta fretta al paziente o sia considerato da questi come di sfida. Le istruzioni ai pazienti dovranno essere fornite in un linguaggio semplice, descrivendo gli argomenti uno alla volta. Se il paziente sviluppa idee paranoidi o di riferimento, il caregiver dovrà evitare di confutarle, ma distrarlo con un nuovo argomento di conversazione. Infine l'organizzazione delle attività quotidiane del paziente aiuterà a ridurre l'agitazione psicomotoria ed i problemi comportamentali.

Gruppi di supporto

I caregivers che mostrano segni minimi di stress, ma desiderano condividere il peso della propria esperienza con altre persone con gli stessi problemi potranno trarre beneficio dai gruppi di supporto per le famiglie di persone affette da demenza. Oltre che gli interventi psicoeducazionali, tali gruppi forniscono sostegno sociale. I pochi studi sull'argomento hanno rivelato discreti, ma positivi effetti sulla sintomatologia depressiva dei caregivers e scarsi effetti sul loro carico assistenziale (49) .Non tutti gli studi hanno trovato riscontri positivi. Alcuni di essi hanno testato programmi di intervento intensivo che includevano una combinazione di gruppi di supporto, sollievo dall'assistenza basato sull'aiuto domiciliare, tecniche di gestione dello stress e dei problemi comportamentali, interventi psicoeducazionali e di problem-solving che non hanno comportato alcun cambiamento nel carico assistenziale dei caregivers (50,51) .I cambiamenti, se presenti, si evidenziavano solo dopo un periodo di almeno 8 mesi (52) .È importante considerare i risultati degli esiti di questi studi. In due di essi, sebbene non venissero evidenziati significativi miglioramenti dello stato depressivo dei caregivers, gli interventi di supporto hanno ridotto significativamente l'istituzionalizzazione a lungo termine dei pazienti (50,53,54) .

Sollievo dal carico assistenziale (Respite care)

Lo scopo del sollievo dal peso dell'assistenza è quello di ridurre il distress dei caregivers ed i costi dell'assistenza attraverso la prevenzione o il ritardo nell'istituzionalizzazione a lungo termine. Nella sua forma più intensiva, questa forma di intervento prevede fino a 2 o 3 settimane di ricovero in ospedale o in una casa di cura, ma può anche riguardare la fornitura di assistenza domiciliare continua o giornaliera. Studi controllati sugli effetti del sollievo dal carico assistenziale hanno rivelato che questa forma di intervento è efficace nel ritardare l'istituzionalizzazione del paziente, ma sembra avere scarsi effetti nella riduzione della depressione nei caregivers (55,56) .Una ragione che spiega ciò è che i caregivers sembrano esitanti nell'utilizzare i servizi che assicurano il sollievo dal carico assistenziale, e debbono essere istruiti ed addirittura incoraggiati ad utilizzarli, in quanto accettano di servirsene solo in caso di crisi (57) .

Terapia familiare

Le famiglie, per le quali la demenza di un congiunto è l'occasione in cui si scatenano crisi dovute a problemi gestiti male o non risolti, possono essere indirizzate alla terapia familiare se le crisi interferiscono con il trattamento del paziente o provocano un distress significativo. La terapia familiare presenta considerevoli sfide, specialmente in soggetti anziani dai quali la psicoterapia viene accolta con numerosi pregiudizi. Il contatto con il terapeuta può essere efficace nel superamento di molte delle situazioni di crisi, in quanto le sue raccomandazioni ed il suo sostegno aiutano nella riduzione degli attriti fra i familiari. È stato trovato (58) che se la terapia familiare è strutturata in senso psicoeducazionale (per apprendere come gestire la malattia di un membro della famiglia), le famiglie accettano molto più volentieri questo intervento.

Trattamento individuale dei caregivers

I familiari che presentano sintomi depressivi, isolamento sociale o che, comunque, abbiano preoccupazioni di tale intensità da interferire con la terapia e l'assistenza del loro congiunto demente, possono essere proposti per il trattamento individuale. Studi controllati (49) ,non a caso, rivelano che il trattamento individuale per i caregivers, soprattutto per quanto riguarda il carico assistenziale e la depressione, è più efficace delle terapie di gruppo. Gli interventi psicoeducazionali, insieme a quelli di problem-solving ed alla terapia cognitiva, sembrano soddisfare anche a livello individuale i bisogni dei caregivers. Lo studio di Knight e collaboratori (49) illustra, infine, il bisogno di una più accurata definizione teoretica degli esiti degli interventi, individuali o di gruppo, sui caregivers per ottenere significativi avanzamenti in questo campo.

Conclusioni

La considerazione dei bisogni dei caregivers di pazienti affetti da demenza e del loro ruolo nell'assistenza dei congiunti è una componente importante del trattamento integrato dei soggetti affetti da demenza. La valutazione dei caregivers e dell'intera famiglia dovrebbe essere parte integrante di ogni intervento nei casi di demenza, allo scopo di migliorare la qualità della vita sia dei pazienti sia delle famiglie. La conoscenza dei principali aspetti della presa in carico dei pazienti affetti da demenza, che includono la valutazione degli esiti del trattamento, del carico familiare e delle risorse per l'assistenza ai caregivers metterà in grado il clinico di fornire un maggior livello di assistenza per i pazienti.