T. Cantelmi, C. Del Miglio, M. Talli, A. D'andrea - Vol. 6, Marzo 2000, num.1
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Articolo regolare/Regular article
T. Cantelmi*, C. Del Miglio**, M. Talli**, A. DAndrea***
* DSM-ASL Roma G, Istituto di Psicologia, Pontificia Università
Gregoriana
** Cattedra di Psicologia Generale, Università di Roma "La Sapienza"
*** Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Psicologia Medica, Università
di Roma "La Sapienza"
Parole chiave:
Dipendenza Internet Comunicazione virtuale Psicopatologia
Key words:
Addiction Internet Virtual comunication Psychopathology
Introduzione
Benché nata circa 30 anni fa la rete ha avuto la sua esplosione e la sua consacrazione quale nuovo media a diffusione planetaria solo in questo decennio, con la nascita del Web, il sistema di comunicazione ipertestuale ed ipermediale che ha di fatto trasformato Internet da strumento di comunicazione fondamentalmente accademico e militare (e in ogni caso rilegato ad un numero limitato di persone) nel fenomeno di massa (e per taluni di moda) che tanto fa parlare di sé.
In realtà al di là dei facili sensazionalismi massmediologici Internet è, e sempre più lo sarà, uno straordinario e innovativo strumento di comunicazione, destinato ad entrare nella quotidianità di un numero di persone sempre maggiore.
Come per qualsiasi fenomeno di portata planetaria, accanto agli iniziali entusiasmi e clamori sui vantaggi apportati da tale tecnologia, sempre più persone si sono interrogate sui rischi psicopatologici connessi alluso della rete, avanzando lipotesi di un possibile disturbo indotto da Internet: si parla di IAD, ovvero di Internet Addiction Disorder.
Chi ne soffre non frequenta la rete per necessità o per svago, ma risponde ad un impulso irrefrenabile e soprattutto incontenibile di usare Internet per il maggior tempo possibile, con linevitabile compromissione della propria sfera socio-lavorativa. La durata interminabile dei collegamenti è infatti una caratteristica immancabile di questa dipendenza, mentre le altre attività e gli altri rapporti passano in secondo piano, fin quasi a scomparire dal panorama quotidiano ed affettivo dellInternet-dipendente. E naturalmente limpossibilità di collegarsi provoca un disagio profondo, un senso di privazione e di angoscia che può culminare in vere e proprie crisi dastinenza.
In questo articolo si riporta in appendice lesperienza clinica relativa ad un ristretto gruppo di pazienti osservati e trattati in ambulatorio, attraverso la quale si evidenzia come Internet non solo consenta una fuga dalla propria realtà, ma permetta anche una sorta di intensa "eccitazione" con la possibilità di provare nuove e incontrollate emozioni connesse con il superamento di ogni limite personale e spazio-temporale.
Inoltre si riportano i dati relativi alla prima ricerca sperimentale condotta in Italia sui possibili effetti psicopatologici legati alle condotte on-line. Dai risultati emerge un primo profilo di personalità dellInternet- dipendente, probabilmente rispondente a quanto offerto dalla rete circa la possibilità di veicolare emozioni e impulsi in modo socialmente congruo.
La dimensione virtuale
La maggior parte dei documenti che sono reperibili in rete sono di tipo ipertestuale, intendendo per "ipertesto" unopera a struttura articolata le cui parti sono consultabili in ordine non sequenziale attraverso collegamenti diretti denominati "link". (rispetto ad un documento lineare, come un comune testo di un libro, l"ipertesto" ha un potere informativo di gran lunga superiore). Quando lo stesso documento presenta codici multimediali diversi come suoni, immagini, filmati, ecc. si viene a creare un "ipermedia" (il noto world wide web comprende esclusivamente documenti ipermediali), un "luogo nuovo" dove le informazioni fruiscono non sequenzialmente ma contemporaneamente. In questo luogo, pieno di immagini incalzanti, suoni emozionanti, scritte lampeggianti, colori vivaci, e altro ancora, gli eventi si susseguono ad una velocità molto elevata alla quale il fisico e la mente, forse, non sono abituati (1) .Lanarchia ipertestuale che imperversa in rete può favorire una modalità di fruizione a "zapping" estremizzato: lattenzione dellutente tende ad essere sospinta verso una catena ininterrotta di brevi sequenze temporali, così che locchio non abbia il tempo di posarsi su alcunché se non per quella frazione di tempo necessaria per intuire dove spostarsi di nuovo (2). Un vero e proprio bombardamento sensoriale.
Unaltra caratteristica della comunicazione virtuale è la facilità con cui è possibile realizzare lanonimato, che spinge alcuni utenti ad assumere identità fittizie, diverse da quella reale e a dare sfogo a ciò che in linguaggio psicoanalitico potrebbe essere definito "comportamento regressivo": disinibizione generalizzata, uso eccessivo di proposizione di natura sessuale e generosità insolita (3). Sono eloquenti e sicuramente provocatorie le parole di Leland: "la rete è un porto sicuro per una certa fluidità di identità in cui si può giocare con il genere maschile o femminile senza dover dare risposte precise. Al momento siamo tutti bisessuali" (4).
Questo quadro risulta particolarmente evidente se si prendono in considerazione le comunità virtuali dei muders, cioè di coloro che partecipano a quel particolare gioco di ruolo derivato dal Dungeon and Dragons, dove ci si abitua a vivere la vita di un personaggio completamente inventato dai giocatori e i cui comportamenti immaginari dipendono da quelli altrettanto fantasiosi degli altri. Si vengono quindi a costruire, nel gioco, delle identità alternative nei cui panni il giocatore si cala, talvolta confondendole fra loro e mischiandole alla propria identità normale. Si verrebbe così a creare una sostanziale frammentazione del sé dai risvolti preoccupanti.
Secondo la Turkle (5) però la simulazione di altre identità non sarebbe di per sé patologica, e inquadrabile come dissimulazione della propria personalità. "Noi viviamo unesistenza dove sempre più spesso dobbiamo assumere ruoli diversi. Una donna può essere amante la notte, madre a colazione e avvocato al lavoro. Un uomo può essere manager in ufficio e prendersi cura del bambino a casa. Così, anche senza le reti di computer, le persone sperimentano differenti ruoli e sono obbligate a pensare alla propria identità in termini di molteplicità".
Un altro aspetto interessate del cyberspazio riguarda il superamento dei normali vincoli spazio-temporali imposti dalla realtà: con un "clik" è possibile annullare le enormi distanze geografiche e culturali e dare contemporaneamente allutente da una parte la sensazione di onnipotenza, anche se virtuale, e dallaltra la possibilità di sviluppare differenti aspetti del sé (6).
Ma quale comunicazione è possibile realizzare con questa tecnologia ed in particolare con i servizi IRC o E-mail (i più usati in rete)?
Nei dialoghi degli utenti dediti alluso di tali servizi si osserva spesso un tipo di comunicazione molto sintetica e piuttosto incomprensibile a chi non la pratica, piena di abbreviazioni, nomignoli, termini tecnici, acronimi ed emoticons (insiemi di caratteri usati per indicare gli stati emotivi dello scrivente). È una sorta di "dialetto ipertecnologico" così deprivato di risorse espressive da lasciare a figurine piangenti o ridenti (emoticons) il compito di articolare il senso di una comunicazione (2).
Una nuova entità diagnostica
Le valutazioni fatte sui possibili rischi psicopatologici della comunicazione multimediale hanno portato alla identificazione di una nuova entità diagnostica, la IAD (Internet Addiction Disorder), una forma di abuso-dipendenza rispetto ad Internet che, come sostenuto dalla Canadian Medical Association "è reale come lalcoolismo, provoca come le altre patologie da dipendenza problemi sociali, craving, sintomi astinenziali, isolamento sociale, problemi coniugali e prestazionali, problemi economici e lavorativi".
I soggetti più a rischio per lo sviluppo della IAD sono compresi fra i 15 e i 40 anni, con difficoltà comunicative legate a problemi psicologici, psichiatrici, emarginazione, problemi familiari e relazionali; lelevato grado di informatizzazione negli ambienti lavorativi, i lavori notturni e isolati, lisolamento geografico rappresenterebbero altri importanti fattori di rischio per lo sviluppo della dipendenza (7).
In particolare sarebbero maggiormente esposte alla nuova sindrome personalità caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro nelle relazioni sociali e/o con aspetti di inibizione nei rapporti interpersonali (8). Per questi soggetti la IAD può rappresentare un nuovo tipo di "comportamento di evitamento" grazie al quale possono rifugiarsi nella rete per non affrontare le proprie problematiche esistenziali (6).
Lutente allinizio sente il bisogno di aumentere in tempo trascorso in rete (limite critico per evitare lo sviluppo della sindrome sembrano essere 5-6 ore giornaliere di collegamento); in seguito sinstaura subdolamente la consapevolezza di non poter riuscire a sospendere o quanto meno a ridurre luso di Internet.
Quindi il paziente sviluppa delle vere e proprie crisi di astinenza culminanti nel tentativo di sedazione, ritornando al proprio terminale, che provoca però un effetto limitato e poco durevole.
Nellapprofondimento degli studi sulla sindrome si sono identificate due tipologie di retomani:
a) gli IA (Internet Addiction) con pregressa psicopatologia, rappresentati da pazienti con disturbi dellarea affettiva (9) o con tratti ossessivo-compulsivi (8).
b) gli IA senza pregressa psicopatologia, nei quali lo sviluppo della sindrome da Internet Dipendenza dà valore allipotesi secondo la quale il rischio psicopatologico delluso della rete deriva dalle stesse caratteristiche tecniche della comunicazione telematica, che consentirebbero al soggetto di vivere una condizione di onnipotenza (6).
Dallanalisi off-line di alcuni pazienti con sintomatologia IAD-correlata (10) si sono anche ipotizzati livelli di dipendenza dalla rete sempre maggiori seguendo un percorso virtuale, che porta progressivamente ad una vera e propria rete-dipendenza passando attraverso diverse fasi. Una fase iniziale definita della tossicofilia nella quale è presente unattenzione ossessiva per la mail-box, periodo lurker (dei "guardoni" caratterizzato da sguardi fugaci a diversi siti), polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete. Questa prima fase è caratterizzata da un incremento del tempo di permanenza in rete, malessere off-line, intensa partecipazione a chat e gruppi di discussione, collegamenti in ore notturne con perdita di sonno.
La seconda fase, definibile tossicomanica, correlata a fenomeni psicopatologici è caratterizzata dallincontro con le MUD e da collegamenti così prolungati da determinare compromissione della vita relazionale, sociale e professionale.
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E-mail |
IRC e USENET |
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(area tossicofilica) |
(area tossicomanica) Internet Related Psychopathology Quando in rete si parla di Internet Addiction Disorder come di un disturbo specifico connesso allabuso di Internet, si dimentica la natura complessa e polimorfa di questo media nonché la molteplicità dei bisogni indivituali che la stessa rete può soddisfare. Una tecnologia capace per le proprie caratteristiche tecniche di facilitare o addirittura causare lemergere di alcuni fenomeni psicologici/psicopatologici non può che riferirsi allinsieme di bisogni e scopi propri dellutente che trovano in quel tipo di tecnologia una soddisfazione immediata (11). Ne deriva una costellazione di disturbi, da noi compresi nella nuova categoria diagnostica "Internet Related Psychopathology" (IRP), ancora molto lontani dallessere sistematizzati e definiti. Tra le nuove cyber addiction più importanti e già supportate da una casistica clinica sufficiente (soprattutto statunitense) ricordiamo: Cybersex Addiction Compulsive on-line gambling MUDs Addiction Cyber relationship Addiction Information overload Addiction Lo studio "Glued to the Screen: An investigation into information addiction worldwide" basato su un campione di 1000 persone di varia nazionalità (inglese, statunitense, tedesca, ecc.) evidenzia che più del 50% delle persone intervistate ricerca in modo accanito le informazione presenti in rete (12). Lintroduzione del modello ACE (acronimo di Accessibility, Control e Excitement) da parte della Young e del suo "Center for on-line addiction" (12) consente di identificare i principali fattori facilitanti e/o predisponenti linsorgere di questi disturbi (in realtà lautrice utilizza tale modello esclusivamente per spiegare i comportamenti ossessivo-compulsivo relativi alla categoria "net compulsion"): Accessibilità. Prima dellavvento di Internet, attività come il gioco dazzardo o lo shopping venivano svolte in luoghi specifici più o meno accessibili dallindividuo. Lintroduzione e la diffusione della rete ha consentito di ridurre enormemente i tempi di accesso ai singoli servizi (ora alla portata di un click), così da rendere possibile la gratificazione immediata di ogni più piccolo bisogno. Controllo. Il controllo personale che lindividuo può esercitare sulle proprie attività on-line è molto alto, spesso maggiore di quello che è possibile esercitare nella vita reale. Ad esempio molti siti finanziari consentono la transazione dei titoli presenti in borsa e il controllo in tempo reale degli andamenti delle singole quotazioni. Non è da sottovalutare nemmeno il controllo che è possibile esercitare sulle reazioni delle persone presenti ad esempio in una chat. Eccitazione. Navigare in rete può senza dubbio costituire unesperienza emozionante per lenorme quantità di stimoli a cui è possibile sottoporsi. La comunicazione multimediale si caratterizza sostanzialmente per la presenza di colori vivaci, immagini sorprendenti e suoni emozionanti (10,14).Quello che è possibile fare in rete, grazie anche alla possibilità di mantenere lanonimato, non sempre risulta possibile nella vita reale. Si pensi ad esempio al fenomeno del cyber travestitismo. Una ricerca esplorativa Materiali e metodo A fronte di sempre più riscontri clinici, nei primi mesi del 1999 si è avviato uno studio sperimentale volto ad indagare le principali caratteristiche di personalità del potenziale Internet dipendente. La ricerca, ancora in corso, si propone di rispondere a tre quesiti fondamentali: 1) Vi è una relazione tra numero di ore spese in rete e il progressivo instaurarsi della dipendenza da Internet? 2) I soggetti valutati come non-dipendenti differiscono per tratti di personalità dai soggetti valutati come dipendenti? 3) Questultimi presentano al profilo di personalità maggiori rilievi clinici? Per la realizzazione della ricerca si è fatto ricorso ad una metodologia di indagine "off-line", sottoponendo il campione ai questionari di personalità MMPI-2 (15) (Minesota Multiphasic Personality Inventory) e BFQ (16) (Big Five Questionnaire) ed al questionario di dipendenza da Internet (Internet Addiction Test). Linternet Addiction Test (17) riguarda lidentificazione di coloro che fanno di Internet un uso prolungato (anche 40/50 ore a settimana) sino a trascurare gli affetti familiari, il lavoro, lo studio, le relazioni sociali, e la propria persona (notti insonni, ansia, agitazione psicomotoria, depressione legata fatto di essere off-line, sogni e fantasie riguardanti Internet). Si compone di 20 items per ognuno dei quali sono previste 5 modalità di risposta secondo quanto prevede la seguente scala Likert: 1) rare volte; 2) occasionalmente; 3) piuttosto spesso; 4) spesso; 5) sempre. LInternet Addiction Test prevede una scala generale attraverso la quale il soggetto può valutare il suo livello di dipendenza; in base alla somma dei punteggi di tutte le risposte si avrà il punteggio finale: da 20 a 49: massimo controllo delluso di Internet; da 50 a 79: si evidenziano i primi problemi di dipendenza relativi allimpatto che luso della rete ha sulla vita del soggetto; da 80 a 100: la rete causa importanti problemi di dipendenza. Si considerano non addicted esclusivamente i soggetti che presentano un punteggio inferiore a 50. Agli utenti contattati veniva inoltre chiesto di compilare una sezione specifica relativa alle modalità di uso della rete (tempi di collegamento, data di inizio dellabbonamento, servizi utilizzati, ecc.). Il campione sperimentale comprende 80 utenti della rete, diversificati per sesso, età, titolo di studio, stato civile, residenza e occupazione. In fase di raccolta si sono esclusi i soggetti che frequentavano studi psichiatrici o psicologici, che utilizzavano Internet da meno di 6 mesi o esclusivamente per motivi di lavoro. Si è proceduto a costituire due gruppi sulla base del livello di dipendenza conseguito dai soggetti. Non addicted, soggetti che hanno un assoluto controllo del mezzo interattivo e che rappresentano la maggioranza del campione (punteggio di dipendenza inferiore a 49 al test IAT). Addicted, soggetti che manifestano problemi relativi alluso di Internet (punteggio di dipendenza uguale o superiore a 50 al test IAT). Analisi e discussione dei risultati ottenuti Riguardo alla composizione del campione si osserva una marcata prevalenza di soggetti di sesso maschile (71,25%) rispetto a quelli di sesso femminile (28,75%), elemento che riflette la prevalenza degli uomini nella frequentazione della rete. Indicativi sono anche i risultati riguardanti letà degli utenti: il 70% è compreso nella fascia di età che va da 19 a 27 anni, con una media di 23 anni. Questo dato riflette landamento della popolazione generale, infatti sono soprattutto i giovani a navigare maggiormente su Internet. Il restante 30% circa è costituito da soggetti di età compresa tra i 28 e i 55 anni. Tra gli amanti del cyberspazio esaminati, si rileva inoltre la prevalenza dei soggetti celibi/nubili (88,75%) con grado di scolarità medio-alto (diplomati 70%; laureati 30%). La maggior parte dei soggetti usa principalmente la rete per comunicare con altre persone o per raccogliere informazioni, preferendo a servizi come MUD e FTP servizi ben più conosciuti e accessibili come E-mail e Chat. Questultima, come si può vedere dalla Tabella II, sembra coinvolgere maggiormente i soggetti classificati come addicted, confermando quanto già emerso da studi precedenti (10,18) circa lincidenza di tale servizio nellistaurarsi della forma di dipendenza. Anche le Mud, annoverate tra i servizi di rete più "tossici", benché in assoluto poco utilizzate, vengono preferenzialmente scelte dai soggetti addicted. Per quanto riguarda il primo quesito, ovvero se il tempo trascorso in rete possa costituire una misura più o meno attendibile del livello di dipendenza raggiunto dal soggetto, si è proceduto allelaborazione della matrice di intercorrelazione tra le variabili. È possibile rilevare (Tab. III) una elevata correlazione positiva tra numero di ore e livello di dipendenza, cosicché allaumentare del tempo trascorso in rete aumenta anche il rischio di divenire dipendente. Ma quanto dipendente? In realtà nessuno dei soggetti esaminati ha raggiunto lultimo livello di dipendenza previsto dallIAT (80-100), quello più "tossico" e deleterio per la vita di relazione, economica e professionale. Solo 14 soggetti hanno conseguito un punteggio collocabile nel secondo livello di dipendenza (50-79), per il manifestarsi di alcuni disagi connessi alluso estensivo della rete. Si può pensare che il semplice parametro "tempo di collegamento" non sia sufficiente a comprendere appieno il fenomeno IAD nella sua complessità e problematicità. Alcuni utenti del nostro campione pur raggiungendo le 40 ore settimanali (più di 5 ore al giorno) non presentano significativi sintomi di disagio, segno che nellinsorgere di una vera e propria dipendenza concorrano altre variabili, come ovviamente le caratteristiche di personalità dellutente. Nondimeno anche il tempo complessivo di uso della rete sembra avere la sua importanza: coloro che da più tempo usano la rete, tendono a manifestare maggiori problemi di dipendenza. Come per qualsiasi altra forma di abuso, ad esempio il fumo, il disagio astinenziale connesso alla mancata assunzione della sostanza può sensibilmente aumentare con il trascorrere dellesposizioni. Nella medesima Tabella è possibile osservare alcuni coefficienti di correlazione significativi che interessano la variabile in oggetto e le scale di personalità. Riguardo alle scale di validità F (frequenza) e K (correzione) si constata come allaumentare del livello di dipendenza aumenti il numero complessivo di problemi esperiti dallutente e le sue difficoltà ad attivare difese adeguate alle circostanze e allesigenze ambientali. Le scale Pd (deviazione psicopatica), D (depressione), S (stabilità emotiva) e Ce (controllo delle emozioni) valutano sostanzialmente il grado di controllo che il soggetto esercita sulla propria sfera emotivo-pulsionale, così che al suo diminuire si manifestino episodi dimpulsività, irritabilità, impazienza e depressione. Dalle correlazioni si evince come il livello di dipendenza aumenti con lincidenza di tali tratti di personalità: quanto più il soggetto è impulsivo, irritabile, impaziente e depresso quanto più sarà alta la propensione a stabilire con la rete un legame di dipendenza. Ma perché la rete sembra coinvolgere maggiormente queste persone? Grazie alla possibilità di mantenere lanonimato, la rete può promuovere un sostanziale abbassamento delle difese inibitorie così da facilitare notevolmente lespressione pulsionale (3) .Chi è più soggetto di altri a perdere il controllo della propria "istintualità", può scegliere Internet come una sorta di valvola di sfogo attraverso cui canalizzare le proprie pulsioni in modo socialmente congruo. Il cyberspazio inoltre può rappresentare un serbatoio enorme di emozioni, a cui attingere nei momenti di particolare noia e monotonia: un forte richiamo per chi è più soggetto di altri a sperimentare tali stati. Nella Tabella è possibile osservare un ultima correlazione, quella tra il livello di dipendenza e la scala Sc (schizofrenia). Tale scala riguarda unampia varietà di sintomi, come sensazioni dirrealtà, ritiro sociale, convinzioni devianti, esperienze insolite, percezioni particolari e altro ancora. Anche in questo caso si osserva lincremento sintomatologico in corrispondenza dellincremento del disagio astinenziale indotto dalla rete. I fenomeni dissociativi possono trovare nella rete, e in particolare nei servizi come chat e Mud, una condizione facilitante, per la possibilità offerta allutente di assumere identità fittizie diverse da quella reale. Chiaramente questi risultati possono essere letti in modo diametralmente opposto, ovvero nel senso di una causalità diretta tra la rete e lindividuo: in questa ottica sarebbero le stesse caratteristiche tecnologiche della comunicazione telematica a generare nellindividuo la dipendenza dal media e a determinare linsorgenza di stati psicologici abnormi. Per quanto riguarda il secondo quesito abbiamo confrontato il gruppo dei non-addicted con quello degli addicted relativamente ai punteggi medi ottenuti dai soggetti nei due questionari di personalità, MMPI-2 e BFQ. Il confronto interessa solo quei soggetti (28 unità) che si collocano agli estremi della distribuzione normale dei punteggi di dipendenza. Lavorando sui soggetti che si situano nelle "code" dei punteggi di dipendenza (bassi e alti) si delineano con maggiore chiarezza i profili di personalità degli addicted e dei non-addicted, evidenziati dai confronti significativi (o quasi significativi) tra le medie delle diverse scale (Tab. III). Emergono delle differenze significative in ordine alle variabili K (correzione), Pd (deviazione psicopatica), S (stabilità emotiva) tempo in ore e tempo in mesi, nonché due tendenze alla significatività per le scale Do, dominanza, (p = 0,07) e Ce, controllo delle emozioni (p = 0,06). Gli addicted riportano quindi punteggi alti nella deviazione psicopatica, e punteggi più bassi nella stabilità emotiva, nella dominanza e nel controllo delle emozioni; i punteggi più alti nella scala F e più bassi nella scala K mettono in evidenza, quanto già detto dalle correlazioni sul gruppo in toto, cioè il maggior numero di problemi vissuti dai soggetti più dipendenti. Si rileva infine, come era in parte prevedibile, una differenza significativa tra i due gruppi relativamente al numero di ore spese in rete e al tempo complessivo di utilizzo. Ma quali rilievi clinici è possibile constatare negli utenti e soprattutto negli Addicted che hanno partecipato alla nostra ricerca? Per rispondere a questultimo quesito occorre riferire i punteggi medi conseguiti dai soggetti al questionario MMPI (lunico dei tre ad essere propriamente clinico) al limite critico normativo previsto dallo stesso strumento (T = 65). Il diagramma ben illustra landamento dei due campioni in ordine alle 10 scale cliniche. Come si può osservare nessuno dei due campioni riporta punteggi medi prossimi al limite normativo (la linea orizzontale superiore), indicando che nel complesso i campioni non presentano condizioni sintomatologiche rilevanti. Comunque il profilo di personalità degli Addicted risulta piuttosto particolare, si eleva, ed in misura maggiore di quanto non lo faccia quello dei comuni utenti, in corrispondenza soprattutto della scala "Pd": a tale grado di elevazione corrispondono le già citate caratteristiche di personalità. Conclusioni e note critiche Nonostante le osservazioni riportate in questo lavoro, ancora molto resta da chiarire sul fenomeno IRP. Innanzitutto è possibile parlare di una nuova forma dipendenza senza che vi sia il concorso di una sostanza fisica che ne possa giustificare lesistenza, come peraltro prevede il DSM-IV (15), il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali? Per la Young (18) la sindrome da Internet-dipendenza va classificata tra le dipendenze cosiddette comportamentali, come il gioco dazzardo o la bulimia. Non una tossicodipendenza, dunque, ma non per questo meno pericolosa. Diverso è il punto di vista di Caretti (19) che invece tende a collocarla allinterno della categoria diagnostica "Trance Dissociativa da Videoterminale": la dipendenza patologica dal computer sarebbe solo la prima fase di un disturbo più grave caratterizzato da alterazione dello stato di coscienza, depersonalizzazione e perdita del senso abituale dellidentità personale. E quale rapporto esiste tra uso, seppur smodato, della rete e produzione sintomatica? Gli studi fino ad ora condotti, compreso quello sperimentale riportato precedentemente, non sono in grado di mettere in relazione di causa effetto la presenza di sintomi con luso della rete. Si può però rilevare come certe caratteristiche di personalità contribuiscano a determinare una condizione di vulnerabilità e di elevata ricezione di elementi digitali nocivi. Presumibilmente Internet ha un potenziale psicopatologico, ma solo in corrispondenza di una predisposizione individuale.
H è una donna di 30 anni. È iscritta alluniversità anche se da due anni non sostiene esami. Coniugata con un uomo di 35 anni dipendente pubblico. Ha un figlio di 4 anni. Nellanamnesi familiare emerge la presenza di un padre descritto come "distaccato" dalla famiglia in quanto spesso lontano da casa per lavoro; descrizione della madre lascia trasparire la presenza di un disturbo istrionico di personalità, di tratti anancastici, e di una storia duratura di abuso di alcoolici e superalcoolici. Ha una sorella più grande con la quale dice di avere sempre avuto un rapporto conflittuale. H giunge alla prima osservazione alla fine del 1998 sostenere di sentirsi astenica, apatica, ansiosa, depressa e riferisce insonnia da circa un mese. Dallanamnesi personologica spiccano tratti anancastici (eccessiva attenzione nelle faccende domestiche, ricerca quasi ossessiva del pulito e dellordine ecc.). Tali elementi vengono riferiti come "fastidiosi", tanto che più volte, a causa di questi H ha dovuto rimandare impegni anche di una certa importanza. Il rapporto coniugale viene descritto come "ideale" sino ai due mesi precedenti. Allepoca del primo incontro con lo psichiatra di riferimento H diceva di sentirsi "trascurata", di non riuscire più ad avere rapporti sessuali con il coniuge, di "non riuscire più a provare sentimenti per lui come se fosse tutto cristallizzato". Allincontro successivo viene convocato anche il marito il quale mette lattuale sintomatologia di H in relazione temporale con un aumento dellutilizzo del computer (specie nelle ore notturne) iniziato da parte di questultima. H non nega, anche se tende a minimizzare " in fondo lui va a dormire presto io non so che fare così mi collego ad Internet e vado sulle chat ". Si riesce poi a sapere da H che lutilizzo delle chat è pressoché quotidiano e viene quantificato, negli ultimi tempi, in una media di 5-6 ore per notte con punte di otto ore. H dice di non riuscire più a farne a meno e che le rare volte in cui non può collegarsi è pervasa dal dubbio di sapere cosa accade in sua assenza "sul canale". Durante il giorno non riesce più a fronteggiare i compiti quotidiani, anche perché a causa anche della scarsa presenza del marito non può concedersi il recupero del sonno perduto. Da circa 6 mesi ha conosciuto in "chat" un uomo che, a suo dire, la coprirebbe di tutte le attenzioni che non le vengono fornite dal marito. Dice di sentirsi "innamorata virtualmente" anche se non vuole assolutamente conoscere il suo interlocutore di persona. Dopo circa tre mesi di rapporti in chat e, successivamente, anche telefonici, H riesce a riferire al marito la sua "relazione virtuale" con la conseguenza di scatenare nel coniuge una intensa reazione di gelosia tanto da arrivare a chiedere la separazione. Attualmente H sta effettuando una psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale ed è in trattamento farmacologico con ansiolitici e antidepressivi con buoni risultati. | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||