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A. Berti - Vol. 5, Dicembre 1999, num.4

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Sesso del paziente, sesso del terapeuta
Patient’s sex, therapist’s sex

A. Berti
Dipartimento di Scienze Psichiatriche, Università di Genova

Parole chiave:— Transfert - Identità di genere - Bisessualità
Key words:
Transfert - Gender - Bisexuality

Introduzione

Nel 1913 Freud osservò che la prima meta di ogni trattamento era quella di legare il paziente alla persona del medico per convincerlo di conseguenza alla cura. In effetti nella medicina è sempre esistito il principio che il medico possa usare se stesso come persona, non solo per l'intervento terapeutico "concreto" (ad esempio la palpazione dell'addome piuttosto che l'incisione chirurgica o la somministrazione di farmaci), ma come presenza mentale, modello di orientamento e suggestione, per influire sul comportamento del paziente e quindi sulla patologia. È sulla base di questo principio che si spiega la vicinanza che si viene a creare tra paziente e terapeuta vera per tutte le branche mediche e ancora di più per quella psichiatrica, dove il rapporto empatico e gli elementi transferali e controtransferali tra paziente e terapeuta sono essenziali per la cura.

Se, quindi, cogliere il valore che può avere il corpo all'interno della relazione terapeutica è relativamente facile basandosi semplicemente sull'intuitività e l'osservazione, la stessa riflessione che abbia come oggetto la sessualità crea maggiori incertezze benché distinguere già dal primo incontro se un individuo sia maschio o femmina sia una abitudine comune che sorge automatica, e le considerazioni fatte dalla ricerca psicoanalitica per questo interrogativo sono molteplici e contraddittorie sin dalle origini (Freud 1915).

Nel poscritto al caso clinico di Dora (1901) in cui viene discussa la traslazione, Freud afferma che il paziente ha la potenzialità di sostituire la persona reale del terapeuta con qualcuno significativo della storia precedente in funzione di esperienze psichiche e bisogni libidici. Nella concezione psicoanalitica tradizionale, quindi, il transfert, terreno privilegiato in cui si manifesta il mondo interno del paziente, i suoi conflitti, la sua esperienza, i suoi bisogni infantili, non è specificatamente influenzato dal genere dell'analista. L'immagine transferale di cui è portatore conscio od inconscio il paziente viene trasferita sul terapeuta, maschio o femmina che sia e transfert materni o paterni, preedipici o edipici, possono manifestarsi in modo esclusivo od in successione senza che il sesso dello psicoterapeuta incida significativamente sullo sviluppo della relazione terapeutica.

Ma nonostante la chiarezza di questo assetto teorico, Freud dagli albori della pratica psicoanalitica si è trovato ad aver a che fare con lo spinoso problema del coinvolgimento sessuale nell'ambito del trattamento. Una delle prime volte in cui Freud si rese conto del pericolo del sexual intercourse fu con Dora: dall'età di 24 anni Freud fumava dei piccoli sigari i Trabuccos che si procurava durante le sua passeggiate quotidiane nel centro di Vienna al Tabok-Trafik e quando nel 1990 iniziò il trattamento di Dora si accorse per la prima volta che l'odore dolciastro del fumo poteva evocare situazioni che lo coinvolgevano e da cui era difficile sottrarsi: "... Questa sensazione - qui Freud fa riferimento ad un desiderio che la paziente gli aveva riferito in una seduta - non poteva significare altro che il desiderio di un bacio e quello di un fumatore sa necessariamente di fumo [...] Se infine riunisco tutti gli indizi che rendono plausibile una traslazione su di me, dato che anch'io fumo, giungo a credere che un giorno, durante la seduta, probabilmente le fosse venuto in mente [a Dora] di desiderare un bacio da me" (Freud 1905)

Per ridurre al minimo l'elevato rischio di confusione che c'è nel trattare un argomento complesso come quello della sessualità tra paziente e terapeuta toccherò i punti cardine del problema seguendo uno schema preciso:

- le radici storiche del problema;

- l'identità di genere del terapeuta e la neutralità psicoterapeutica;

- sesso e psicoterapia: tra divieto e realtà.

Le radici storiche del problema

Freud inizialmente fu molto più propenso a scegliere i suoi interlocutori privilegiati tra persone del suo stesso sesso e solo con l'età cominciarono a prevalere tra le sue amicizie molte figure femminili, soprattutto donne che, recatesi a Vienna per incontrarlo ed avere in lui un aiuto come terapeuta, maturavano un rapporto tra analizzando e terapeuta, tra allievo e maestro tale da diventare vere e proprie seguaci del suo pensiero e della sua psicologia. Anche il movimento psicoanalitico, che inizialmente nel suo assetto istituzionale si configurava come "un'organizzazione dalle caratteristiche tipiche di una lega al maschile" nel tempo vide gradualmente crescere d'importanza la presenza dell'elemento femminile ed è sempre più condiviso tra gli storici della Psicoanalisi il parere che "lo sviluppo della teoria psicoanalitica non sarebbe stato tale senza l'insieme delle importanti presenze femminili da cui fu circondato".

Freud ha sempre riconosciuto che la sua teoria della sessualità è stata costruita essenzialmente tenendo conto della sessualità maschile e facendo di quella femminile un'appendice, (il pensiero psicoanalitico degli inizi sottolinea l'invidia del pene e presta una particolare attenzione alla fase preedipica e comunque nel 1937 Freud pone fine al dibattito sul genere scrivendo: "In definitiva il rifiuto della femminilità non può essere che un dato di fatto biologico, un elemento del grande enigma del sesso" e dando così alla biologia una funzione di "roccia basilare oltre la quale non è possibile l'indagine"). Ma in netta contraddizione con la teoria freudiana, sostanzialmente svalorizzante la femminilità, si configura l'apprezzamento sincero che Freud dimostrò per il talento, l'intelligenza, la competenza teorico-clinica delle sue discepole confermato dall'aver rinviato a loro il problema della sessualità femminile (Freud, 1932). L'olandese Jeanne Lampl-de-Groot, che fu analizzata da Freud negli anni Venti, amava raccontare come il maestro, congedandola al momento in cui stava per recarsi nel 1925 a Berlino per completare la sua formazione, le avesse raccomandato di scrivere sulle prime esperienze di analisi femminili. L'invito di Freud avrebbe lasciato sbalordita la giovane Lampl-de-Groot, che avrebbe risposto al maestro: "Ma questo è impossibile perché voi avete già scritto tutto". Freud allora avrebbe riso, dicendo: "Io ho soltanto contribuito alle premesse, ma a voi spetterà continuare".

Se nella sua morigerata vita amorosa il fondatore della psicoanalisi fu molto conservatore e pienamente allineato agli ideali vittoriani del suo tempo, avendo in mente - come rivela il suo biografo Ernest Jonest e come conferma del resto il suo rapporto con la moglie Martha - "un solo tipo d'oggetto sessuale contrassegnato dalla tenera femminilità", i cui compiti sarebbero stati essenzialmente quelli di "angelo soccorritore", questo non gli impedì di apprezzare un tipo di donna completamente diverso, spesso addirittura agli antipodi. Un tipo di donna volitiva ed emancipata. intellettualmente agguerrita e impegnata, in grado di portare un valido supporto e un attivo contributo alla causa della psicoanalisi.

Rientra per l'appunto in questo tipo di donna la maggioranza delle allieve e seguaci di Freud, destinate a occupare un posto importante nella cerchia professionale e famigliare di Freud durante il secondo periodo della sua vita. Donne che vissero a suo stretto contatto prima come pazienti, poi come fidate allieve ed amiche, infine come valide collaboratrici e creative analiste.

Marie Bonaparte scrisse nel suo diario: "Per tutta la mia vita avrei attribuito importanza solo all'opinione, all'approvazione, all'amore di qualche padre scelto sempre più in alto e l'ultimo dei quali sarebbe stato il mio grande maestro Freud" (Bertini C., 1982). Freud assecondò nel suo rapporto con la Bonaparte, per certi versi molto gratificante, gli aspetti legati all'identificazione col padre, trascurando di affrontare i suoi fantasmi di morte, strettamente connessi per la principessa ai destini della femminilità. Fu questa "la roccia basilare", impossibile da penetrare o scalfire, in cui lei e il venerato padre analitico si imbatterono nel corso dell'analisi. Una roccia basilare, corrispondente a quelle zone più remote del "continente nero" della femminilità, che Freud riuscì ad intravedere ma verso cui esitò molto fino al punto di esimersi dal proseguire su di un terreno in cui si sentiva così poco sicuro. Freud si ferma nella terapia con la Bonaparte, sente di non potere andare oltre lo strato roccioso: il divario tra sessi è troppo profondo perché lui, uomo, possa conoscere a fondo il femminile (Freud, 1937).

Allieve particolarmente brillanti e dotate che Roazen (1976) ha, con un'immagine azzeccata definite "le dame di corte" sono state tra le altre la russa Lou Andreas - Salomè, la polacca naturalizzata viennese Helene Deutsch, l'inglese Joan Riviere, l'olandese Jeanne Lampl-de-Groot. Ed infine le americane: la spregiudicata Ruth Mack Brunswick e Dorothy Burlingham, che insieme ai suoi quattro figli avrebbe costituito una specie di seconda famiglia per i Freud.

E in questo elenco non può mancare Anna la figlia prediletta e sua diretta erede spirituale, che tra le amiche ed allieve più vicine a Freud, fu l'unica a non occuparsi affatto di sessualità femminile; quasi a prestarsi ad incarnare, secondo il tacito desiderio del padre, una sorta di Atena, la casta dea greca nata tutta armata dalla testa di Zeus, simbolo dell'intelligenza, che, secondo le parole dello stesso Freud, stava a rappresentare "la donna inavvicinabile, colei cui ripugna ogni sorta di brama sessuale". A tale proposito Freud accenna addirittura, in una lettera a Jones, ad un accordo esplicito intercorso tra lui ed Anna - che, secondo le stesse parole del padre, non richiedeva di essere trattata come una donna, essendo "ancora molto lontana dai desideri sessuali" - di rimandare di alcuni anni l'idea di prendere in considerazione un possibile matrimonio. Un accordo che andrà ben oltre i pochi anni previsti, perché Anna, in seguito ad un tacito prolungamento, rimarrà fedele all'accordo stipulato col padre per tutta la vita (in questo non possiamo non pensare che esista e giochi l'elemento seduttivo).

Inizialmente la psicoanalisi femminile è fatta da donne che portano se stesse come pazienti. Per fattori sociali l'uomo non può entrare nella donna per capire, mentre la donna cerca l'identificazione con l'uomo. Si può comprendere allora come la Bonaparte e la Deutsch, per motivi connessi alla loro storia personale, potessero concordare con la tesi di Freud sulla femminilità: esse credevano di corrispondere a quelle "eccezioni" postulate da Freud in una delle lezioni introduttive alla psicoanalisi, la ormai celebre lezione 33, dedicata alla femminilità. In questa lezione, dopo aver espresso la sua gratitudine nei confronti di quelle colleghe analiste che, lavorando intorno al problema della sessualità femminile, avevano fatto progredire le conoscenze acquisite, Freud riconosce che:

Ogniqualvolta il confronto sembra andare a scapito del loro sesso, le nostre analiste potevano esprimere il sospetto che noi analisti non avessimo superato certi pregiudizi profondamente radicati contro la femminilità e li scontassimo quindi con la parzialità della nostra ricerca. A noi per contro era facile evitare, invocando la bisessualità, ogni scortesia. Non avevamo che da dire: "Questo non vale per Lei. Lei è l'eccezione essendo, su questo punto, più maschile che femminile".

È davvero interessante in tal senso una ricerca condotta da Nancy Chodorow (1974), basata su numerose interviste a pioniere, europee e statunitensi, della psicoanalisi, da cui sorprendentemente risulta che quasi tutte non si erano mai poste a livello personale il problema di un'identità di genere, pur esercitando una professione che poggiava su delle teorie in cui la differenziazione sessuale e le difficoltà che possono derivarne hanno una rilevanza particolare.

Da una parte, quindi, si può parlare di un'esperienza femminile in psicoanalisi che ha contributo a cambiare la pratica clinica e la teoria psicoanalitica, spostando l'attenzione sempre di più sul rapporto preedipico con la madre. Dall'altra parte, però, l'attenzione sulla differenza sessuale e la sua teorizzazione sostenuta dalle donne analiste all'inizio del secolo, forse perché il dibattito fu interrotto dallo stesso Freud nel 1937, non ha determinato cambiamenti nella clinica rispetto alla differenza dei sessi.

Inoltre, il riconoscimento di Freud della differenza di transfert con la donna analista, vissuta maggiormente come sostitutiva della madre, se, da una parte, ha portato alla valutazione della fase preedipica, dall'altra non ha aperto un dibattito nella letteratura sulle conseguenze nel setting analitico del genere dell'analista. Unica voce, Grete Bibring nel 1936, che ha posto il problema, nel caso di analisi difficili od interrotte, di un cambio del genere dell'analista come aspetto spesso benefico alla ripresa di un'analisi. Soltanto negli ultimi anni il genere dell'analista è stato preso in considerazione nella letteratura e comunque quasi sempre nei termini di differenza di transfert e molto sporadicamente in termini di controtransfert e di esperienza reale (Person, 1983).

La sessualità, o meglio, l'identità di genere dello psicoterapeuta

Il tema dell'identità, del genere dello psicoterapeuta, di quello che potremmo forse chiamare il suo sesso biologico e il suo sesso psicologico è vasto e su di esso incidono fattori e qualità che sono in parte naturali e in parte culturali che, non di rado, ci portano ad esprimerci sull'argomento senza un'esperienza diretta e in base a dei pregiudizi e a delle ideologie.

Freud ebbe a dichiarare le sue difficoltà a porsi nel transfert come oggetto transferale materno e ad evocare conflitti precedenti nelle sue pazienti, così come confessò la sua intolleranza al transfert negativo. Hilde Doolittle, una poetessa americana fu sorpresa quando Freud interpretò il suo attaccamento per lui come quello verso la madre e non a un padre. E confessò "Bisogna che glielo dica - lei è stata sincera con me e io lo sarò con lei - non amo essere la madre in un transfert. Mi sorprende e mi impressiona sempre un po'. Mi sento talmente maschile" (Doolittle M., 1977).

Ma Freud era un pioniere e allora non aveva ancora i mezzi per affrontare quello che stava intravedendo anche se nel saggio sulla sessualità femminile del 1931 egli contraddice l'assunto iniziale sul transfert inteso come fenomeno essenzialmente di spostamento e di proiezione, senza una relazione significativa col genere dell'analista. L'esperienza clinica smentisce la teoria; l'attenzione si sposta allora dal paziente al terapeuta, e di costui (lo stesso Freud lo fa in modo riflessivo) si mettono in evidenza possibili limiti del tutto personali.

Sulla base delle riflessioni fatte fino ad ora la domanda che spesso il paziente si pone all'inizio della terapia: "è più vantaggioso per un paziente scegliere come psicoterapeuta una persona dello stesso sesso o del sesso opposto?" assume un valore altro rispetto alla semplice resistenza psichica.

Anche in questo caso le risposte sono contraddittorie anche se secondo i principi teorici della tecnica psicoterapeutica i fattori aspecifici propri del terapeuta come sesso, età e condizione sociale e culturale, non dovrebbero condizionare in modo determinante la scelta del terapeuta e tanto meno avere una loro specifica influenza sul dispiegarsi del transfert, Harriet Lorner ha sottolineato gli aspetti vantaggiosi di una scelta che preveda come terapeuta una persona dello stesso sesso: similarità di esperienze nel campo biologico, relazionale, culturale; sostegno verso aspirazioni di autorealizzazione, emancipazione, espressione libera di bisogni fondamentali.

Ovviamente una posizione netta non può che far sorgere dei dubbi e per questo ci è sembrato opportuno i una osservazione clinica finalizzata a chiarire quanto l'identità di genere del terapeuta possa essere considerata una componente decisiva nel trattamento.

A questo scopo, nell'impossibilità di poter osservare e descrivere dall'esterno il rapporto psicoterapeutico data l'estrema privacy che lo caratterizza, così come il segreto professionale del terapeuta e la sua comprensibile tendenza alla minimizzazione di eventuali "errori" tecnici, sono state selezionate tre riviste psicoanalitiche: The International Journal of Psychoanalysis, la Revue Française de Psychoanalyse e la Rivista Italiana di Psicoanalisi e di ciascuna rivista sono state prese in esame 4 annate dal 1995 al 1998, valutando innanzi tutto il numero di articoli scritti da donne rispetto ai contributi maschili e distinguendo, per altro, ogni pubblicazione in articolo teorico e clinico.

Una seconda lettura, limitata agli articoli a struttura sperimentale i cui autori fossero unicamente dell'uno o dell'altro sesso ii, ci ha consentito la valutazione di una serie di items la scelta dei quali è stata mirata a focalizzare quelle aree della psicoterapia in cui l'identità di genere potesse giocare un ruolo importante, conferendo alla relazione terapeutica peculiarità del tutto specifiche. Tra i parametri considerati compaiono la scuola dell'autore, l'uso di tecnica ortodossa o meno, la valutazione dei risultati ottenuti con il trattamento, la sua durata, l'eventuale atteggiamento pedagogico sottolineato nei confronti del paziente, l'alleanza ed il distacco nella relazione terapeutica, l'importanza attribuita alle componenti transferali, l'accentuazione della colpa, la relazione di tipo materno o paterno e, infine, l'attenzione del terapeuta verso le caratteristiche dei pazienti, in termini di sesso ed età.

I dati relativi ai contributi femminili sono stati in seguito messi a confronto con quelli ottenuti attraverso la lettura degli articoli scritti da terapeuti; in un secondo tempo, inoltre, abbiamo considerato unicamente le pubblicazioni di terapeute comparandone i parametri tecnici e stilistici citati poc'anzi con una ricerca effettuata negli anni '80 condotta unicamente su contributi femminili e con metodologia del tutto sovrapponibile, al fine di valutare eventuali modificazioni nel condurre il trattamento da parte delle terapeute presumibilmente legate a generici fattori socio-culturali.

Risultati

- nelle quattro annate prese in esame, le tre riviste scelte come campione hanno pubblicato complessivamente 902 articoli, di cui 303 scritti da donne, 560 da uomini e 39 scritti da uomini e donne; la percentuale di contributi scientifici femminili è quindi complessivamente del 33,6% contro un 62,1% maschile. A proposito di questo dato, è interessante evidenziare le differenze che esistono tra le diverse riviste: in particolare, le percentuali di articoli di terapeute sono così distribuite: "The International Journal of Psychoanalysis" 24,9%, "Revue Française de Psychoanalyse" 41,4%, "Rivista Italiana di Psicoanalisi" 31,6%

- per quanto concerne la tipologia dei contributi femminili, tra i 303 articoli pubblicati, 197 (65%) sono teorici e 106 presentano casi clinici (155); anche per i terapeuti si evidenzia una maggiore predisposizione per le elaborazioni teoriche più marcata, tuttavia, rispetto alle colleghe (446 articoli teorici, pari al 79,6%)

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A seguito di queste considerazioni di carattere generale, esponiamo i risultati ottenuti dall'attenta valutazione degli articoli clinici scritti da terapeute e da terapeuti, separatamente (Tab I.)

Dai dati raccolti, si evidenzia che:

1) l'orientamento più comune risulta essere quello freudiano (135 casi) e solo in 20 casi si evidenzia un orientamento "non ortodosso";

2) risulta comune l'atteggiamento di alleanza e coinvolgimento tra terapeuta e paziente così come è generalmente assente l'atteggiamento pedagogico;

3) nei casi clinici presentati viene sottolineata maggiormente la relazione materna (104 casi) piuttosto che quella paterna (51 casi);

4) un'attitudine per lo più decolpevolizzante nei confronti del paziente ed una predisposizione alla descrizione del suo mondo interno;

5) scarsa attenzione verso gli aspetti, per così dire, più formali del trattamento, come la puntualizzazione della durata ed i risultati dello stesso;

6) per ciò che riguarda l'età dei pazienti si nota, non senza una certa sorpresa, una scarsità di trattamenti nella prima infanzia: in un solo caso si tratta di un paziente di meno di due anni;

7) circa il sesso dei pazienti, emerge una certa preferenza per il sesso femminile (89 casi) rispetto al sesso maschile (66 casi), particolarmente evidente nelle terapeute americane.

Lo stesso metodo d'indagine è stato applicato agli articoli a struttura sperimentale scritti da terapeuti, ottenendo i risultati schematizzati come segue (vedi Tab. II).

Dai dati si esposti si evidenzia:

1) una netta prevalenza dell'orientamento freudiano rispetto a quello "non ortodosso";

2) gli psicoterapeuti dimostrano una tendenza pedagogica più marcata, soprattutto per quanto concerne gli articoli pubblicati su "The International Journal of Psychoanalysis";

3) maggiore attenzione verso il mondo reale, piuttosto che verso il mondo interno del paziente.

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La lettura per esteso degli articoli ci ha consentito, inoltre, di apprezzare altre differenze tra i contributi da parte di terapeuti femminili e maschili: in questi ultimi, per esempio, il nome del paziente viene frequentemente indicato unicamente con l'iniziale (per es. Mr A.) così come, negli articoli di matrice anglosassone, il termine "patient", di per sé non indicativo del genere, sovente non è preceduto da alcuna specificazione del tipo "male" o "female", ciò che ha reso talora complicato intuire nella prima parte della lettura il sesso del paziente sino ad una ulteriore specificazione nel testo come se i terapeuti attribuissero meno importanza al genere del paziente o, più in generale, a conferirgli una precisa identità.

Un'altra particolarità è legata alla preferenza da parte di pazienti donne, soprattutto se adolescenti, dello stesso genere.

In linea generale non abbiamo riscontrato differenze effettivamente significative in merito agli aspetti puramente tecnici della psicoterapia, ma piuttosto nel modo di gestire le istanze materne e paterne: le terapeute tendono a privilegiare le istanze cavitarie e contenitive sullo sfondo di una dimensione materna incentrata maggiormente sulla holding piuttosto che sulla didattica più tipica di quella paterna privilegiata, per altro dai colleghi maschi orientati verso un assetto pedagogico e penetrativo.

Per quanto riguarda il confronto dei dati relativi ai contributi femminili con quelli riportati in una analoga ricerca negli anni '80, abbiamo evidenziato:

1) un aumento delle pubblicazioni da parte delle terapeute, dal 25% degli anni '80 al 33,6% degli anni '90 (Fig. 4);

2) una minore predisposizione nei contributi degli anni '90, verso le elaborazioni teoriche, benché queste siano sempre in eccedenza rispetto alle pubblicazioni di tipo sperimentale (Fig. 5);

3) dal punto di vista strettamente tecnico del trattamento, l'orientamento freudiano rimane quello maggiormente rappresentato così come si conferma un certo disinteresse nel riportare i risultati ottenuti con il trattamento e a precisarne la durata;

4) si è, per così dire, confermata la tendenza alla scotomizzazione della colpa ed un rapporto terapeutico che predilige gli aspetti contenitivi tipici della relazione materna a sfavore di quelli didascalici e normativi di quella paterna.

I dati ottenuti confermano che esistono delle peculiarità specifiche del trattamento dipendenti dal genere del terapeuta.

La neutralità psicoterapeutica

Quando ci confrontiamo col problema della capacità del terapeuta di entrare in rapporto profondo con i suoi pazienti di ambo i sessi, ai vari livelli dei loro rapporti originari con entrambi i genitori, spesso in ossequio al concetto ambiguo di bisessualità facciamo a noi stessi una richiesta paradossale: da un lato si pretende che ogni analista abbia raggiunto una sua specifica identità di genere, differenziata e matura; dall'altro si invoca la sua disponibilità ad essere per i suoi analizzati sia padre che madre, sia maschile che femminile.

Ma l'ipotesi che, in analogia con la duplice potenzialità embrionale, ciascun essere umano possa lasciar emergere in sé una supposta "parte" psicologica corrispondente al sesso opposto, mi sembra francamente più l'eredità di una nostalgia mitologica della perduta perfezione ermafrodita che una reale possibilità psicologica. Piuttosto, ogni analista dovrebbe essere disponibile a regredire temporaneamente con il suo paziente a quei livelli indifferenziati e totipotenti in cui non è ancora avvenuta la separazione endopsichica tra madre e padre, tra maschile e femminile; ma solo come premessa ad una faticosa marcia in avanti, ad accettare il limite della nostra identità di genere e di ciò che solo nel rapporto con l'altro, col diverso da sé si può conoscere.

Altrimenti, se l'angoscia dell'integrazione e del conflitto è troppo forte, si può cedere alla tentazione delle difese regressive verso stati primitivi non differenziati, dove non si soffrono le pene dell'essere divisi; dove l'illusione di essere "tutto" nasconde la penosa verità di non essere "niente"; una nostalgia di perfezione per un falso paradiso in cui - come gli angeli e con l'alibi della bisessualità - si può mantenere insoluto per l'eternità il dilemma del sesso a cui si appartiene.

La bisessualità

- duplicità onnipotente (Elisabetta I, Francesco Giuseppe, gli angeli);

- il mito di Ermafrodito;

- un Jolly al servizio delle difese.

Se, soprattutto nel vivo del terreno clinico, i conti non tornano circa i supposti requisiti che il paziente, ma anche lo psicoterapeuta, dovrebbero avere in relazione al modello di volta in volta stabilito per il suo sesso, invocare la sua parte maschile (se donna) o la sua parte femminile (se uomo) sembra mettere a tacere le contraddizioni e sanare le ingiustizie e placare i risentimenti sotto l'egida della "bisessualità".

Quasi mai per altro viene indicato cosa s'intenda per bisessualità se una situazione onnipotente, di naturale duplice identità di ciascuno, oppure se - ben lungi dall'essere una doppia identità - la bisessualità indichi invece una situazione originaria, confusa e indifferenziata.

Si potrebbe commentare che questa idea di una doppia natura maschile e femminile di tutti gli esseri umani è in realtà una fantasia generale e universale, che è presente nel mito fin dalle origini della storia e nell'inconscio di tutti gli umani ben prima dell'esistenza di Freud e della psicoanalisi stessa;

Elisabetta I nel 1588 recitava il ruolo di seducente e inaccessibile regina vergine e contemporaneamente quello di principe guerriero: "Il corpo di una debole e fiacca donna ma il cuore e lo stomaco di un re, di un re d'Inghilterra".

Francesco Giuseppe, in un dipinto, si fece raffigurare con la testa di una virago.

Il sesso degli angeli: "... alla resurrezione non si prende né marito né moglie ma si è come angeli in cielo"

Il mito di Ermafrodito

Ermafrodito figlio di Ermes e di Afrodite era un giovane dotato di grande bellezza. Durante un viaggio in Asia Minore, in prossimità di un lago in Caria fu visto dalla ninfa Salamace che se ne innamorò a prima vista e fece al giovane profferte d'amore che egli prontamente respinse. Salamace fece finta di arrendersi a tanta determinazione ma non appena vide il giovane tuffarsi nel lago, lo sentì in suo potere, lo raggiunse e si strinse a lui. Ermafrodito pregò allora gli dei di aiutarlo a respingerla e Salamace a sua volta li pregò affinché i loro corpi non fossero mai separati. Gli dei esaudirono entrambi unendoli in un essere nuovo dalla doppia natura e diedero all'acqua del lago l'effetto di far perdere la virilità a chiunque se ne fosse bagnato.

Lo scritto freudiano in cui emerge più chiaramente l'importanza psicopatologica che riveste il concetto di bisessualità è Fantasie isteriche e la loro relazione con la bisessualità, in cui si legge:

"Il significato bisessuale di certi sintomi isterici, che a buon conto può essere dimostrato in un gran numero di casi, è certamente un'interessante conferma della tesi da me avanzata: essere la supposta disposizione bisessuale dell'uomo riconoscibile con particolare chiarezza, mediante psicoanalisi, negli psiconevrotici. Un fatto del tutto analogo, appartenente allo stesso campo, è quello in cui la persona che si masturba cerca di immedesimarsi, nelle sue fantasie consce, sia nell'uomo sia nella donna della situazione immaginata. Ulteriori paralleli sono offerti da certi attacchi isterici, nei quali la malata sostiene contemporaneamente entrambe le parti della fantasia sessuale che ne è alla base, e quindi, ad esempio, come in un caso da me osservato, con una mano stringe a sé le vesti (nella parte di donna), mentre con l'altra cerca di strapparsele (nella parte di uomo). Questa contraddittoria simultaneità fa sì che l'insieme dei fatti altrimenti così plasticamente raffigurati nell'attacco divenga scarsamente intelligibile, e pertanto essa è perfettamente adatta a mascherare la fantasia inconscia operante.

Nel corso del trattamento di simili casi si può inoltre osservare come il malato, durante l'analisi di uno dei significati sessuali, si avvalga continuamente della comoda possibilità di deviare con le sue associazioni nel campo del significato opposto, come su un binario adiacente" (Freud S., 1908).

Un Jolly al servizio delle difese

A conclusione di queste riflessioni, mi sembra di poter dire che il concetto di bisessualità, con tutte le sue ambiguità e fragilità teoriche, ha mantenuto nel tempo la sua fortuna perché può andare clandestinamente al servizio delle difese sia del paziente che del terapeuta.

Come ciascuno di noi può constatare attingendo alla sua personale esperienza clinica, spesso si verificano situazioni in cui la temperatura del transfert/controtransfert si fa scottante sul terreno della sessualità. In queste circostanze, per l'uno o per l'altro membro della coppia psicoterapeutica, una "spiegazione" in termini di generica bisessualità può offrire un momentaneo sollievo alle ansie del rapporto.

Riconduce, infatti, il problema a quel livello universale "biologico" che non a caso Freud (1937) definitiva "non analizzabile", e fuori quindi dalla processualità e dallo sviluppo.

Sesso fra paziente e terapeuta

In quest'ultimo paragrafo rifletterò su alcuni aspetti di un problema inevitabile e spinoso, quello del coinvolgimento amoroso tra terapeuta e paziente, un discorso da farsi sottovoce e in confidenza dal momento che si può essere intransigenti nella teoria ma credo che in questo caso valga il detto: "Intransigenti dal pulpito, misericordiosi in confessionale" (Bouvier JB. Manuale dei confessori. Gallone ED 1850).

Quello del "sexual intercourse" non è affatto un problema recente. Molti analisti ebbero "relazioni amorose" o sposarono le loro pazienti una volta ultimato il periodo di trattamento. Paul Roazen riferisce che la prima moglie di Reich, l'ultima moglie di Bernfeld, la terza moglie di Rado e una delle mogli di Fenichel erano ex pazienti; che Tausk, l'allievo di Freud, aveva avuto una relazione amorosa con un ex paziente, più giovane di lui di sedici anni; e che lo stesso Freud incoraggiò un famoso analista americano a sposare un ex paziente. Judd Marmor scrive a proposito della tragica fine della "carriera" di W. Bern Wolfe, un dotato psichiatra costretto ad abbandonare gli Stati Uniti per "danneggiamento della morale di una ragazza che egli aveva in trattamento". Marmor cita Freud che rimproverava a Ferenczi la sua abitudine di baciare i pazienti: "Se cominci con un bacio alla lunga corri il rischio di un assai movimentata scena ...".

Il fu James L. McCartney che incoraggiava il "sesso" fra terapeuta e paziente (quando "necessario") dichiara che un certo numero di noti psichiatri (Hadley, Sullivan, Alexander e Reich) "gli dissero, nonostante scritto il contrario, che permettevano alle loro pazienti di estrinsecarsi fisicamente".

Freud in una delle sue opere più note, "Il delirio e i sogni della Gradiva" indica il trattamento terapeutico di Zoe-Gradiva nei confronti di Norbert Hanold, sebbene efficace visto che lo guarisce dal delirio, come un modello di guarigione d'amore irraggiungibile nella pratica psicoanalitica (Freud, 1907). Quell'"impossessarsi delle sue labbra" che esplicitamente indica la corporeità della congiunzione sessuale sarà apertamente messo all'indice da Freud pochi anni più tardi con l'affermazione che il sesso inserito nel setting non è qualcosa di risolutivo bensì qualcosa che impaccia e demolisce ciò che nella relazione terapeutica va costituendosi:

"Ogni trattamento analitico è un tentativo di liberare l'amore rimosso". Inevitabile è il passaggio attraverso la traslazione amorosa: "La passione ... risvegliata sia essa amore o odio sceglie ogni volta come proprio oggetto la persona del medico" (Freud, 1907).

Ma se Freud condivideva con Jensen la speranza che Eros trionfi, deve riconoscere ciò che separa lo psicanalista dalla signora con passo elegante e singolare: "Gradiva può ricambiare l'amore che dall'inconscio si fa luce nella coscienza, il medico non lo può" (Freud, 1907).

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Possibilità di transfert

Tipi di resistenze

Terapeuta  
(Presenza di tratti narcisistici)

Captazione identificativa (io comete) Æ arcaica
Edipo rovesciato (padre)

Terapia interminabile

Erotizzazione omosessuale

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(Presenza di tratti narcisistici)

Idealizzazione (tu perché risolverai tutti i miei problemi)
Rifiuto (tu sei potente e io una nullità)

Terapia interminabile e pretesa narcisistica

Erotizzazione eterosessuale

Ostilità inconscia, depressione, acting out

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Possibilità di transfert

Tipi di resistenze

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(Presenza di tratti narcisistici)

Identificazione arcaica

Omosessualità e transfert laterale omosessuale (io sono come te e vado con gli uomini)

Edipo senza elaborazione

Erotizzazione diretta come resistenza

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(Presenza di tratti narcisistici)

Identificazione arcaica

Omosessualità ed erotizzazione omosessuale

(identificazione

Presa a modello onnipotente: proiezione di sé grandioso

Ma, nonostante queste prime indicazioni a cui ne fecero eco innumerevoli altre, il problema della sessualità all'interno del trattamento psicoterapeutico si pone così frequentemente da essere nella maggior parte dei casi invisibile eccetto quando queste situazioni vengono distortamente focalizzate per motivi sensazionalistici. La seduzione tra medico e paziente è un fenomeno presente da sempre nella relazione terapeutica, tanto che i ginecologi, consapevoli del rischio che correvano nel loro mestiere, entravano a carponi nella stanza della paziente per non vedere in viso quella di cui avrebbero inevitabilmente visto i genitali. Lo stesso rischio e con pari intensità intercorre tra il paziente e lo psicoterapeuta, un avvenimento più comune o meno inusuale di quanto non lo sia fra un avvocato e il suo cliente, o tra una stagista e un presidente e anche in questi casi, pur meno imbarazzanti sul piano dell'etica, sappiamo quanto poco ci voglia a creare una allure di scandalo.

La facilità con cui si crea un innamoramento durante il trattamento è data dal fatto che il terapeuta di per sé trasmette segnali di accudimento, protezione, saggezza e in alcuni casi potere che alcuni pazienti per proprie caratteristiche percepiscono come "Vieni con me in disparte, che parliamo di cose segrete, affascinanti, proverai l'incanto di essere cullato ..." Saraval A., 1989) e a cui rispondono condizionatamente e in modo diremmo automatico. Questa transazione sempre presente fra paziente e terapeuta che alcuni definiscono seduzione altri transfert fa parte del processo di trattamento e parlare di sexual arousment è ignoranza. Infatti la seduzione può essere vista come una modalità di relazione che interviene nella terapia, che merita di essere compresa ed interpretata anziché respinta con timore e sospetto.

La seduzione non è certo l'unica modalità attraverso la quale due persone possano instaurare una relazione, ma è sicuramente la più imprevedibile essendo il confronto tra due immaginari. Psicoterapeuta e paziente, pur incontrandosi per reciproca convenienza e stabilendo un contratto con ruoli codificati ed in parte ritualizzati, non sono al riparo dalla seduzione che c'è in questo incontro e che ci sarà nel corso del trattamento, ma che potrà avere un destino terapeutico se accettato e considerato non solo un ostacolo al trattamento, ma anche una modalità di relazione. Tutto sembra suggerire che, nell'allargata accezione del concetto, la seduttività faccia necessariamente parte dell'atteggiamento terapeutico e che il terapeuta è costretto a fronteggiare a volte con estrema difficoltà.

Lo psicoterapeuta, interpretando come difese perfino quelli che vengono definiti transfert collaterali convoglia istinti, emozioni e pensieri su di sé e quindi, che lo voglia o no, si comporta da grande seduttore che si offre come oggetto d'amore unico, ma si comporta anche da seduttore possessivo e geloso, appunto come i padri e le madri tradizionali: "Lei sente rabbia verso il suo capo, ma forse è verso di me che lei prova rabbia". Oppure: "Lei dice che ha bisogno di sua moglie, che si sente ancora dipendente da lei; può essere che lei staia spostando il bisogno e la dipendenza che sente verso di me su sua moglie".

Secondo Kohut (1971), gli analisti scelgono di fare questa professione perché, in fasi precoci del loro sviluppo, hanno subito traumi relativi all'empatia a cui hanno reagito difensivamente sviluppando sia un'ipersensibilità delle superfici percettive, sia un interesse per la comprensione dei fenomeni psicologici. Essi quindi traggono gratificazioni narcisistiche dal riuscire a sentire regressivamente e ad elaborare interpretazioni. E Freud è stato forse il più grande seduttore del XX secolo, proveniente da quella che per allora era una minoranza etnica, emarginata, seppe attrarre a sé come polo ispiratore e speranze di emancipazione, le menti significative del tempo.

Friederich Nietzsche anticipa e delinea il profilo, il modello dello psicanalista, come seduttore in grande stile:

"Il genio del cuore, quale lo possiede quel grande occulto, il dio tentatore e l'innato acchiappatore di topi per coloro che sono sicuri, colui la cui voce sa scendere fin nell'oltretomba di ogni anima, che non pronuncia parola, né rivolge sguardo in cui non sia riposta un'attenzione e un'increspatura di adescamento, alla cui maestria si compete il saper apparire - e non così come egli è, ma come una costrizione di più in coloro che sono al suo seguito, per stringersi sempre più vicino a lui, per seguirlo sempre più intimamente e radicalmente".

Il concetto di comportamento seduttivo, così come ne fa uso Schafer allargandone, per così dire l'impiego, sembra avere due significati parzialmente diversi, a seconda che venga manifestato dalla persona "debole" o dalla persona "forte" della coppia presa in considerazione. La seduttività manifestata dalla persona "forte" implica una specie di inganno rispetto ai veri fini che egli si era prefisso nei riguardi del "debole" (come nel caso del bambino che, aspettandosi tenerezza dall'amato adulto, viene invece usato per la gratificazione sessuale in contrasto con i suoi veri bisogni). Nel caso del membro "debole" della diade, il comportamento seduttivo non ha tanto le caratteristiche di un inganno, bensì appare più simile ad una sfida aperta nei confronti del "forte" nel tentativo di farlo vacillare e deviare dalla "retta via".

Esistono quattro possibilità di sviluppo per una situazione come quella di cui stiamo parlando: la situazione è tale da permettere un'unione stabile e in alcuni casi legittimabile, terapeuta e paziente decidono di andarsene ognuno per la propria strada interrompendo il trattamento intrapreso, si viene a costituire una relazione amorosa clandestina o, in ultimo, il transfert sessuale viene gestito all'interno della relazione terapeutica in modo catartico (3).

- Relazione legittimata (Reich, Fenichel, Von Reichmann)

- Transfert congelato

- desiderio di dipendenza soddisfatto

- gratificazione narcisistica

- grave fallimento terapeutico

- "Vade retro satana" (Bleuler - Anna O., Ferenczi - Gizela)

- Transfert interrotto

- fuga dell'analista

- fallimento terapeutico

- Relazione "colpevole" (W. Wilde, Wolfe, Rank)

- Transfert agito

- desiderio sessuale fonte di sensi di colpa

- impercorribile la via sessuale esterna

- insuccesso terapeutico

- Noli me tangere (onnipotente)

Relazione Legittimata

Consideriamo la prima possibilità senza rigidità etiche visto che molti di noi avranno esperienza comune di terapeuti che hanno avuto relazioni amorose o che hanno sposato dei loro pazienti alla fine del trattamento. Senza indugiare oltre per dovere di discrezione professionale può essere utile per superare qualche reticente sbigottimento ricordare che - come già citato poc'anzi - secondo quanto riferito da Paul Roazen, la prima moglie di Reich, l'ultima moglie di Bernfeld, la terza moglie di Rado e una delle mogli di Fenichel erano loro ex-pazienti. Si tratta di situazioni in cui il terapeuta-seduttore individua empaticamente il desiderio di dipendenza del sedotto, si offre di soddisfarlo, ma chiede in cambio una gratificazione narcisistica di essere considerato il capo indiscusso e stabilisce una relazione legittimata marito/moglie, maestro/allieva ... che ha in sé la fragilità del rapporto ancillare. Il seduttore deve mantenere nel sedotto la situazione transferale. Caso in cui il rapporto amoroso, segno tangibile del successo seduttivo, determina il fallimento del trattamento.

Ognuno per la sua strada "vade retro satana"

La seconda situazione, terapeuta e paziente si separano e la terapia viene interrotta, è forse tra le più comuni e ci riporta all'aneddoto per cui Freud impreparato ad accogliere le confidenze sessuali di un suo paziente, di fronte a queste, scandalizzato, prende il cappello ed esce dalla stanza. Purtroppo questa soluzione si rivela quasi sempre inutile dal momento che le condizioni del paziente lo portano a fare un altro tentativo terapeutico e di solito accade che si innamori di nuovo del terapeuta, la situazione viene a ripetersi ci sarà un altro tentativo, un altro innamoramento un'altra rottura e così via. Da questa situazione apparentemente sterile il terapeuta può trarre due importanti insegnamenti: il primo di stare attento al controtransfert, il secondo che questo innamoramento è strettamente consequenziale alla terapia e per nulla dipendente dal fascino personale. a questo proposito ci pare opportuno citare il caso di Anna O.: Breuer, spaventato dalla piega che prendeva il suo rapporto con Bertha Pappenheim, più nota come Anna O., e per pacificare la gelosia della moglie, rompe il trattamento di Bertha. Questa reagisce con un estremo richiamo seduttivo: una crisi isterica che simula una gravidanza. Breuer si reca da lei per calmarla con l'ipnosi, ma, sentendosi attribuire la paternità, il giorno seguente fugge con la moglie a Vienna per una lunga vacanza. Bertha sedotta ed abbandonata dopo 2 anni di trattamento ipnotico, diventerà morfinomane, allucinata e resterà malata per il resto della vita (Freud, 1889).

Relazione clandestina

Galeotto fu il setting La terza situazione prevedibile è quella in cui l'innamoramento del paziente sfugga al controllo anche di un esperto psicoterapeuta: A questo proposito ricordiamo che non sono rari casi in cui gli agiti controtransferali fanno nascere tra terapeuta e paziente delle relazioni che valicano i confini del rapporto psicoterapeutico e assumono per il paziente un intenso valore traumatico che non raramente porta il terapeuta agli onori della cronaca (4). Nonostante alcuni terapeuti come James L. Mc Cartney abbiano incoraggiato "quando necessario" il sesso tra terapeuta e paziente, è famosa la tragica fine della carriera di W. Bern Wolfe, un dotato psichiatra costretto ad abbandonare gli Stati Uniti per danneggiamento della morale di una ragazza che egli aveva in trattamento. In questi casi esistono due ostacoli insormontabili che decretano la rottura del trattamento: il desiderio sessuale diventa per entrambi fonte di sensi di colpa e il godimento segreto rende impercorribile la via sessuale esterna.

Queste prime tre possibilità hanno un denominatore comune, quello di decretare l'interruzione della terapia e quindi l'insuccesso terapeutico.

Situazione frequente in pazienti che hanno subito traumi sessuali, specialmente di incesto, e pazienti che hanno già precedenti relazioni sessuali con psicoterapeuti. Queste pazienti tendono ad identificarsi con l'aggressore per rabbioso risentimento perciò i loro tentativi di seduzione sono pericolosi e dominano per lungo tempo il transfert.

Rimane l'ultima eventualità, quella in cui la sessualità viene inserita nel transfert che diventa erotizzato, per certi versi pericoloso ma dà al paziente l'opportunità di superare un momento decisivo del percorso terapeutico e della vita stessa: rinunciare ad un soddisfacimento immediato socialmente inaccettabile per uno più lontano ma socialmente ineccepibile.

In questo caso il trattamento psicoterapeutico è chiamato ad un compito difficile, permettere al paziente di tollerare la frustrazione senza la repressione e la negazione delle pulsioni, così che sia possibile la ricerca di soddisfazioni che la realtà consente. Ed è a questo punto che Freud parla da un lato "della ipervalutazione della vita sessuale da parte del paziente e della necessità che il curante contrapponga il proprio intelletto alla sua vita istintiva, la propria comprensione alla sua tendenza all'azione". La paradossale similitudine che utilizza Freud per sottolineare l'importanza di risolvere nel transfert questo innamoramento è quella del pastore che, volendo convertire alla fede nell'esistenza di Dio un agente di assicurazioni, miscredente, gravemente ammalato, non riesce a convertire il miscredente ma esce dalla sua stanza con una polizza di assicurazione.

L'essenziale è che gli psicoterapeuti siano consapevoli della funzione, in primo luogo, di seduttori e, successivamente, di liberatori ed emancipatori. Se al contrario per motivi di ordine moralistico e superegoico, e per l'angoscia sociale di appartenenza ad una tradizione culturale, gli psicoterapeuti rimangono inconsapevoli, o negano la consapevolezza della prima parte della loro funzione, allora finiscono paradossalmente, ma comprensibilmente, per agirla in modo coatto, non avendo alcun controllo controtransferale su di essa, in modo da influenzare pesantemente e negativamente la loro seconda funzione che è quella di essere liberatori ed emancipatori.

Credo che si debba considerare questa tendenza a ricercare soddisfazioni, gratificazioni, o piacere, come naturali ed anche fondamentalmente sane: può essere il segno che il paziente sta cercando di immettere la gratificazione nelle proprie relazioni. Che poi questa gratificazione non debba essere concretamente data, agita, è ovvio, perché altrimenti l'analisi cesserebbe di essere tale e diventerebbe il sostituto della vita quotidiana, che è il luogo ove il paziente deve realizzare i suoi desideri.

Freud confessa in una lettera a Jung che da poco aveva ceduto a Sabrina Spierlein: "Quanto a me non ci sono cascato del tutto, ma alcune volte mi ci sono trovato assai vicino e ho avuto a narrow escape". Tre mesi prima Freud aveva messo in guardia l'allievo "Essere scottati al fumo dell'amore con chi operiamo sono i pericoli del nostro lavoro" (Freud, 1909).