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S. DOMENICHETTI - Vol. 9, December 2003, Issue 4

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La memoria: tra il ricordo e la perdita
The Memory: between remembrance and loss

S. DOMENICHETTI

Psichiatra, Dipartimento Salute Mentale ASL, Firenze


Key words: Memory • Remembrance • Brain • Emotion

Correspondence: Dr. Sandro Domenichetti, via Giuliano Ricci 11, 50141 Firenze - Tel. +39 055 419992 - E-mail: sanddom@libero.it

"Dei miei organi preferiti, il secondo è cervello"
Woody Allen

La vita, afferma Proust, è un compito di estrema gravità: "Vivere significa … non far spezzare la catena degli eventi di cui noi siamo attori, significa continuare ad aggiungere anelli a questa catena, che diventa però sempre più pesante e lo sforzo necessario a sostenerla è, ad un certo punto, tanto gravoso che questa si spezza e moriamo" (1). Perdere il passato, perdere la memoria, vuol dire perdere il fondamento perché la vita continui; partiamo da questa considerazione proustiana per affrontare il tema del ricordo, esperienza che costruisce la consapevolezza di sé e che definisce la relazione tra il mondo affettivo e quello cognitivo.

Henri Bergson definisce la durata, proprietà fondamentale del tempo, come "… lo scorrere senza posa, e conseguentemente di non esistere che per una coscienza e per una memoria" (2), memoria che si avvicina alla "percezione pura". Cioè non "la mia percezione concreta e complessa, quella che è gonfiata dai miei ricordi e che presenta sempre un certo spessore di durata … ma quella che avrebbe un essere collocato dove sono io, vivente come io vivo, ma assorbito nel presente e capace, tramite l’eliminazione della memoria in tutte le sue forme, di ottenere una visione a un tempo immediata e istantanea della materia" (3). Una percezione, dunque, che coincide con il suo oggetto e che non può, come tale, accadere che nel tempo istantaneo. È il presente, la sua memoria, che irrompe in questo modello ideale e ne ha il sopravvento, tanto che "il fondo d’intuizione reale e per così dire istantaneo sul quale si dispiega la nostra percezione del mondo esterno è poca cosa in confronto a tutto ciò che vi aggiunge la nostra memoria" (3). Quindi la nostra conoscenza della realtà è fatta di percezioni impregnate di ricordi. La memoria di Bergson funziona attraverso operazioni di raccolta di tutte le immagini che via via si producono, il corpo è una di queste immagini: l’ultima, per l’esattezza. E se il corpo in generale è un’immagine, è ovvio che lo è anche il cervello. Questo legare la percezione, la memoria e il corpo, con passaggi dall’uno all’altro attraverso la dimensione temporale, definisce la costruzione della funzione mentale di cui la memoria è attributo fondante come organizzazione autoriflessiva che pensa il corpo. È questo il punto su cui dibattono i moderni neuroscenziati, in un continuo rimando tra memoria e coscienza, e in questo rapporto si esaltano alcune funzioni di quest’ultima: quella soggettivizzante, la coscienza definisce il sé nella relazione e nell’azione. Anche un animale è operativamente consapevole di essere separato dal mondo e "sa" distinguere il sé dal non-sé, così come le cellule del sistema immunitario distinguono il self da non-self; ma ciò che distingue questo sé da quello cosciente dell’uomo è che il primo è un sé procedurale, il secondo esplicito e concettuale. La funzione sincronizzante: i dati che provengono dall’esterno (esperienza del mondo) e dall’interno (esperienza di sé) sono organizzati dentro categorie spazio/temporali. Ey (4) ha definito questa funzione l’attività che ci permette di sperimentare nello stesso momento, in un unico vissuto, i numerosi dati, esterni ed interni, che ci provengono. La sincronica rappresentazione degli elementi presenti nella coscienza e il confronto continuo con quelli immediatamente passati costituiscono l’esperienza che definiamo presente. È nell’ambito di questa funzione che compare una fondamentale distinzione tra l’operare cosciente da quello non cosciente: il primo funziona in sequenza, il secondo in parallelo.

Una terza funzione della coscienza è quella diacronica: ovvero la percezione dell’identità, stabile nel trascorrere del tempo.

La coscienza sembra, dunque, configurarsi come un tipo di memoria del sé nel tempo: ciò rende conto dell’espressione di Edelman che la definisce il "presente ricordato" (5). Israel Rosenfield, collega e collaboratore di Edelman, enfatizza il collegamento tra memoria e coscienza. La continuità della coscienza deriva dalla corrispondenza che il cervello stabilisce in momenti successivi con gli eventi nello spazio e nel tempo e il suo elemento vitale è l’autoconsapevolezza: "I miei ricordi emergono dal rapporto tra il mio corpo e l’immagine che il mio cervello ha del mio corpo (un’attività inconscia nella quale il cervello si costruisce un’idea generalizzata del corpo, idea che si modifica continuamente …). È questa relazione a creare un senso del "sé" (6). Anche nella visione di Rosenfield, quindi, la memoria non può essere considerata come un magazzino d’informazioni, ma piuttosto come un’attività continua del cervello. Questo si osserva soprattutto nel caso delle immagini. Quando ricordo l’immagine di un evento della mia infanzia, per esempio, non la prendo da un ipotetico archivio delle immagini preesistenti, devo formare coscientemente una nuova immagine. Infine, un senso del sé è essenziale perché tutti i miei ricordi siano esattamente i miei ricordi.

Questa riflessione trova corrispondenza nella ricerca sul funzionamento del cervello. Le Doux (7), attraverso studi sui meccanismi della paura, come il condizionamento contestuale, è arrivato a comprendere che l’ippocampo è il luogo dove, una volta raccolti ed assemblati i dati provenienti sia dalle diverse aree corticali sensoriali che da parte di altre zone del sistema limbico adiacenti ad esso, si forma la rappresentazione di ciò che è percepito nel presente e si forma l’accoppiamento tra il percepito e le emozioni che lo accompagnano. Molti altri ricercatori si sono dedicati allo studio di questa regione del sistema limbico (Edelman (5), Damasio (8), Halgren (9), Mesulam (10)) e la conclusione è che l’ippocampo presiede alla formazione della memoria dichiarativa, in altre parole della memoria cosciente, quella organizzata spaziotemporalmente che situa i ricordi lungo un continuum narrativo. Sembra che ogni attimo sia rappresentato nell’ippocampo per un certo tempo (nell’ordine di secondi) e, quindi, immagazzinato. Nel tempo, poi, i ricordi della memoria a lungo termine trovano altri depositi. Prova ne è il fatto che danneggiando l’ippocampo si provoca una cronica ed irreversibile incapacità a ricordare tutto ciò che è avvenuto da pochi istanti. Casi famosi come il marinaio perduto di Oliver Sacks (11) o il paziente H.M. di Scoville e Milner (12) erano dovuti a lesioni bilaterali dell’ippocampo: entrambi non riuscivano a ricordare il presente appena passato. Questo meccanismo ipotizzato per la formazione della memoria esplicita è implicato anche nella formazione dell’esperienza cosciente come dimostrano le ricerche di Edelman.

Bergson aveva anticipato queste ricerche intuendo che i ricordi espliciti si formano mentre vengono rappresentati alla coscienza insieme ai contenuti emotivi e vengono poi immagazzinati.

L’elaborazione iniziale delle memorie esplicite avviene nelle cortecce transizionali (prefrontale, limbica e parieto-tempero-occipitale) che sintetizzano le informazioni visive, uditive e somatiche; da qui le informazioni arrivano alle cortecce paraippocampica e peririnale, e quindi a quella entorinale, al giro dentato, all’ippocampo e di nuovo alla corteccia entorinale con un cammino inverso verso le cortecce transizionali. Pertanto la corteccia entorinale ha la duplice funzione di accesso e di uscita dall’ippocampo. È comprensibile che una lesione in questa regione provochi alterazioni gravi e le prime alterazioni patologiche nel morbo di Alzheimer hanno sede proprio nella corteccia entorinale.

Diversi ricercatori hanno ipotizzato l’esistenza di una "memoria di lavoro": ovvero di un processore seriale a capienza limitata che integra il lavoro dei processori paralleli sottostanti. In altri termini essi ipotizzano l’esistenza di una memoria a breve termine che, rimbalzando tra i diversi distretti nominati, raccoglie costantemente le rappresentazioni mentali dei dati provenienti dalle cortecce sensoriali ed elaborate da quelle transizionali e le integra con una rappresentazione mentale di sé o, se preferiamo, con una memoria di sé. La stessa coscienza è pensata come l’integrazione di una memoria di sé con una memoria del mondo esterno.

Le rappresentazioni di sé e del mondo contenute nella memoria di lavoro, che rimbalza dall’ippocampo ad altre aree, che si rinnova ogni istante della vita di un individuo, è al momento stesso generatrice dei ricordi e integrata con le rappresentazioni del passato. Quindi la coscienza è un tipo di memoria che si sdoppia per confrontarsi continuamente con se stessa.

La centralità del ruolo di una regione filogeneticamente antica, come l’ippocampo per una funzione invece assai recente nell’evoluzione della specie come la memoria esplicita, deve essere giustificata dall’importanza che ha confrontare il presente (la memoria di lavoro) con i fatti del passato, per la sopravvivenza di un individuo.

Se la memoria esplicita è costruita dall’ippocampo e dalla corteccia cerebrale (diverse ricerche indicano le regioni cerebrali frontali e in particolare la corteccia orbito-frontale dell’emisfero destro, come aree cruciali nei processi di integrazione della memoria (13), dell’attaccamento (14), delle emozioni (15), delle rappresentazioni somatiche (16) e della cognitività sociale (17)), perché le lesioni dell’amigdala provocano disturbi alla memoria? L’ippocampo ha connessioni, attraverso le aree corticali dalle quali riceve i dati della percezione, anche con l’amigdala e con altri centri dell’emozione: quando l’amigdala è attivata essa stimola l’ippocampo a ricordare il presente in quel momento poiché quello è il contesto nel quale avviene lo stimolo al quale stiamo reagendo. Concetto così sintetizzato da Le Doux: "Senza l’eccitazione emotiva provocata dal sistema limbico, la memoria cosciente sarebbe emotivamente piatta; sono invece le co-rappresentazioni della memoria cosciente e dell’eccitazione emotiva provata qui e ora a dare alla memoria cosciente il suo sapore" (7).

Se l’ippocampo è una delle sedi in cui si forma l’esperienza cosciente ed è quella in cui questa diviene un ricordo episodico, la memoria inconscia, che funziona in parallelo, non riconosce una sede unica o una circuitazione particolare, ma è diffusa per tutto il cervello. La memoria inconscia è chiamata indistintamente procedurale o implicita, ma credo che queste due forme vadano distinte. La memoria procedurale consiste in meccanismi neurofisiologici concatenati che hanno pochi gradi di libertà cognitiva. Ovviamente il risultato di questa memoria è la comparsa di risposte in parte automatiche o molto veloci. Al contrario la memoria implicita consiste di vere e proprie rappresentazioni mentali inconsce ed è decisamente plastica.

La ricerca neurobiologica più attuale studia i meccanismi molecolari responsabili della memorizzazione. L’assunto è che il processo stesso della memoria si realizzi attraverso degli eventi molecolari e strutturali che si mantengono nel tempo e nell’ambito delle sinapsi. Queste, dunque, con ripetute stimolazioni possono andare incontro a delle modificazioni plastiche strutturali: ipertrofia e creazione di nuove sinapsi per stimoli ripetuti, atrofia e riduzione del numero delle stesse per mancanza di stimoli. Potremmo concludere che da questo punto di vista la sede dei ricordi è la sinapsi. I circuiti cerebrali "ricordano" e apprendono dalle passate esperienze attraverso un’accresciuta probabilità d’attivazione di determinati pattern d’eccitazione, cui conseguono delle modificazioni sinaptiche sia nel senso quantitativo sia di localizzazioni. Il ricordo è il risultato della costruzione di un nuovo profilo d’eccitazione neuronale, che presenta caratteristiche proprie dell’informazione originaria, ma anche elementi della memoria derivati da altre esperienze e che risente delle influenze esercitate dal contesto e dallo stato della mente nel presente.

L’ambito della memoria con il continuo rapporto tra coscienza cosciente e coscienza inconscia (vero paradosso) ha visto nascere la clinica e la ricerca psicoanalitica, che ha impiegato le sue tecniche per giungere all’amplificazione della coscienza (Freud: "l’Io al posto dell’Es" (18)) attraverso la liberazione e mobilizzazione delle memorie scomparse, dei ricordi pietrificati e sepolti, operando per rendere permeabile, in tutte e due le direzioni, la barriera di contatto esistente tra gli stati inconsci della mente e quelli consci. Freud indagherà sistematicamente il campo della memoria quando scoprirà di poter interpretare i sintomi isterici come conseguenza di reminiscenze mancate e di curarli con la restituzione al paziente delle sue memorie dimenticate, represse o rimosse. La sua ricerca sulla memoria, dalla critica alla teoria delle localizzazioni cerebrali delle funzioni, seguirà due percorsi paralleli e forse divergenti. Da un lato egli non rinuncia alla concezione di una memoria permanente, cioè di tracce mnesiche depositate in archivi stabili e sempre rievocabili in condizioni opportune dall’altro l’esperienza concreta, sia clinica che della vita quotidiana, lo invita a costatare l’inattendibilità dei ricordi e le loro continue deformazioni e trasformazioni. Questa ricerca ha portato ad un assunto di base: i ricordi non associati a stati affettivi non sono ricordi. Le emozioni sono essenziali per la creazione di un ricordo perché lo organizzano, stabilendone l’importanza relativa in una sequenza d’eventi, così come il senso del tempo e dell’ordine spaziale scelto è essenziale perché un ricordo sia considerato un ricordo e non un pensiero o una visione, senza alcuna relazione con eventi passati. Da questo momento Freud svilupperà la teoria della rimozione, la teoria ontogenetica della mente e progressivamente i vari modelli dell’apparato psichico.

Quindi, riannodando i fili delle riflessioni qui proposte, la memoria non è solo ciò che siamo in grado di ricordare consapevolmente del passato, è l’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato influenzano le risposte future. I circuiti cerebrali "ricordano" e apprendono dalle passate esperienze attraverso un’accresciuta probabilità di attivazione di determinati pattern di eccitazione, cui conseguono delle modificazioni sinaptiche sia in senso quantitativo sia di localizzazioni. Il ricordo è il risultato della costruzione di un nuovo profilo di eccitazione neuronale, che presenta caratteristiche proprie particolarmente intense e traumatiche; infatti, uno degli scopi della terapia era di svelare questi processi di "rimozione", teoria superata dallo stesso pensiero psicoanalitico moderno.

Secondo la psicologia infantile questa amnesia è legata ad un’incompleta maturazione del senso di sé, del senso del tempo e delle capacità verbali e narrative del bambino. Interpretazione che trova sostegno in diversi studi neurobiologici, per i quali l’amnesia infantile sarebbe dovuta all’immaturità dell’ippocampo e delle aree orbito-frontali. In altre parole, perché i processi della memoria esplicita possano esprimersi pienamente sarebbe necessario un determinato livello di maturazione neuronale, soprattutto a livello dell’ippocampo.

La memoria esplicita ha fra le sue caratteristiche essenziali il suo opposto, la possibilità di dimenticare. In questo modo non si memorizza tutto ciò che ci accade, ma particolari eventi e in questo meccanismo di selezione sicuramente le emozioni svolgono un ruolo fondamentale, perché attivatrici o inibitrici dei complessi sistemi cerebrali. Infatti, il cervello utilizza processi neuromodulatori per conferire valore alle diverse esperienze: 1) aumenta l’eccitabilità e l’attivazione neuronale; 2) incrementa la plasticità neuronale e induce la creazione di nuove connessioni sinaptiche; 3) si basa su circuiti che collegano diverse aree cerebrali.

Dai primi giorni di vita il cervello risponde alle nostre esperienze con la creazione di connessioni tra i neuroni. Nel periodo precedente lo sviluppo dell’ippocampo il cervello è in grado di registrare solo ricordi di tipo implicito, comportamentali, emozionali, percettivi e somatosensoriali. Quando queste memorie sono successivamente riattivate non sono accompagnate da un senso di sé, del tempo o dalla sensazione di ricordare, ma semplicemente creano l’esperienza mentale di comportamenti, emozioni o percezioni. La generalizzazione di queste esperienze porta alla formazione di modelli mentali, che fondano la memoria implicita. Nel secondo anno di vita lo sviluppo dell’ippocampo consente la comparsa della memoria esplicita che permette la fissazione dei ricordi a lungo termine o permanenti, il richiamarli si associa alla sensazione del ricordare e ad un senso di sé in un determinato momento del passato. Nel passaggio delle informazioni dalla memoria a lungo termine a quella permanente sembra svolgere un ruolo decisivo il processo chiamato "consolidamento corticale": i ricordi sono trattenuti nelle regioni associative corticali ed il loro richiamo non dipende più dall’ippocampo.

Le nostre memorie, i nostri ricordi sono, dunque, delle narrazioni influenzate sia dalla memoria implicita sia da quell’esplicita, narrazioni che svolgono un ruolo importante nell’organizzare i flussi informativi che ci riguardano e riguardano le nostre relazioni interpersonali. In questo senso la condivisione dei racconti conferisce un senso alle nostre esistenze e collega le nostre menti. Le storie vengono trasmesse di generazione in generazione e ci tengono in vita.