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S. Pini, M. Mauri - Vol. 8, December 2002, Issue 4

Testo Bibliografia Indice

Editoriale/Editorial

Ansia di separazione: Dimensione Psicopatologica o Fenomeno Universale
Separation Anxiety: Psychopathological Dimension or Universal Condition

S. PINI, M. MAURI

Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia e Biotecnologie, Università di Pisa

La teoria dell’attaccamento, citando Bowlby (1)-(6), è «un modo di concettualizzare la propensione degli essere umani a creare solidi legami affettivi con altri individui significativi». Questa teoria è stata originariamente creata da Bowlby al fine di dare una spiegazione alla marcata sofferenza emotiva che segue una separazione inaspettata o una perdita di persone significative. Bowlby sosteneva che il sistema comportamentale dell’attaccamento, sistema motivazionale innato, si fosse evoluto in modo tale da garantire la vicinanza tra i bambini e le persone che si prendono cura di loro (caregive): esso possiede «una sua motivazione interna ben distinta dal nutrimento e dalla sessualità, e non per questo di minore importanza per la sopravvivenza». Bowlby ha ipotizzato che tale sistema garantisse la sopravvivenza dei bambini piccoli a patto che fosse conservata la loro vicinanza con un caregiver (figura di attaccamento), in particolar modo nelle situazioni in cui si presenta una minaccia di pericolo.

Il sistema dell’attaccamento ha un’organizzazione di tipo omeostatico e si attiva quando il bambino è impaurito, ha subito un danno, è malato o stanco. In queste particolari condizioni, il bambino tende a presentare comportamenti tipici dell’attaccamento come, ad esempio, piangere, stringersi al genitore e cercare di stabilire un contatto con la figura di riferimento.

Nel caso in cui i caregiver siano in grado di infondere in esso il senso di sicurezza, il bambino sarà alleviato dalle sue ansie e non presenterà più comportamenti di attaccamento.

Questa è la funzione cosiddetta di «rifugio sicuro» svolto dai rapporti di affetto.

Sroufe (7) ha affermato che nonostante il fine del sistema di attaccamento sia quello di mantenere la vicinanza con le figure significative, dal punto di vista dell’«individuo attaccato», la finalità risulta essere la regolazione di un «senso di sicurezza».

Teorie più recenti definiscono il sistema dell’attaccamento come un tentativo continuo di fornire una così definita «base sicura», un senso di sicurezza che renda più facile al bambino l’allontanamento dal caregiver per esplorare l’ambiente.

La percezione che gli altri siano disponibili e ben disposti a fornirgli un supporto nel caso in cui sia bisognoso di aiuto rende capace il bambino di cercare di domandare o di essere intraprendente anche di fronte ad agenti potenzialmente stressanti.

è stato osservato come la qualità delle prime relazioni di attaccamento abbia le sue radici in gran parte nella storia delle interazioni tra il neonato ed il primo caregiver.

Ainsworth et al. (8) distinsero tre diversi tipi di organizzazione dell’attaccamento – sicuro, ambivalente ed evitante –– basandosi su procedure di laboratorio create per osservare nei neonati i comportamenti di esplorazione e di ricerca di vicinanza in condizioni di aumentata tensione. I neonati sicuri esplorano con confidenza il loro ambiente in assenza di situazioni minacciose e nel momento in cui si sentono in pericolo cercano un contatto con i loro caregiver e prontamente si rasserenano e si sentono rassicurati dal contatto.

Questo tipo d’interazione suggerisce che i neonati sicuri percepiscono i loro caregiver come datori di protezione e sicurezza. Al contrario, i neonati che manifestano pattern di attaccamento ansioso-rifiutante o ambivalente esplorano l’ambiente con una minore confidenza, mostrano un comportamento caratterizzato da un insieme di ricerca di contatto e di stizzosa resistenza quando si percepiscono in pericolo e non sono facilmente confortabili. Infine, i neonati che presentano una modalità di attaccamento evitante evitano volontariamente il contatto con i loro caregiver nei momenti di difficoltà.

L’evoluzione del modello della Ainsworth ha portato all’aggiunta di altre categorie dell’attaccamento: Crittenden (9) ha identificato un pattern evitante/ambivalente per i bambini che manifestano una combinazione di ambivalenza ed evitamento, e Main e Solomon (10) hanno proposto un pattern disorganizzato-disorientato per quei bambini che hanno comportamenti contraddittori o disorientati, che riflettono l’incapacità a mantenere una strategia coerente per affrontare l’angoscia al test della Strana Situazione.

La teoria dell’attaccamento ha sostenuto l’ipotesi che la sensibilità del caregiver di fronte alle richieste del neonato fosse di fondamentale importanza nello sviluppo di un attaccamento sicuro.

La Ainsworth (11) mise in evidenza che le madri di neonati che mostravano un attaccamento sicuro tendevano ad essere sensibili con coerenza, le madri di neonati con attaccamento ambivalente risultavano essere incoerenti ed incapaci nella relazione con il loro neonato, e le madri di neonati che presentavano un attaccamento evitante si mostravano fredde e rifiutanti verso il loro neonato.

Ulteriori ricerche hanno evidenziato che la mancanza di sensibilità da parte della madre fosse da mettere in relazione all’ambivalenza mostrata dal neonato e che l’intrusività o l’eccesso di controllo materno fosse una risposta all’evitamento del neonato (12).

Al contrario, revisioni metanalitiche effettuate di recente indicano che le relazioni tra la sensibilità dei genitori ed il tipo di attaccamento del neonato sono modeste (13)-(14), anche se la sensibilità materna, rispetto a quella mostrata dai padri, è stata più strettamente correlata con la sicurezza del neonato (12).

Particolare attenzione la letteratura relativa all’attaccamento nell’infanzia ha rivolto al ruolo che il temperamento potrebbe giocare nell’influenzare il pattern di attaccamento del bambino. In una revisione della letteratura teorica ed empirica sul rapporto tra l’attaccamento ed il temperamento, Vaughn e Bost (15) hanno tratto la conclusione che i due domini non dovrebbero essere considerati ridondanti ma, piuttosto, come fattori indipendenti e interattivi per lo sviluppo interpersonale e della personalità. Una revisione effettuata su 54 articoli pubblicati ha messo in rilievo solo modeste ed inconsistenti associazioni tra il temperamento del neonato e la sicurezza dell’attaccamento.

Nel caso in cui sono state esaminate le differenze tra neonati sicuri ed insicuri (come definiti al test della strana situazione), i racconti dei genitori relativi alle problematiche temperamentali dei neonati non si sono rivelate in generale utili per la discriminazione tra i due gruppi. Tuttavia, l’irritabilità in epoca neonatale sembra aumentare il rischio di insicurezza nel periodo seguente, in particolare intorno al primo anno di vita. Dato che la valutazione del temperamento spesso precede la formazione dell’attaccamento, si stabilisce perciò un’associazione temporale, anche se non necessariamente causale. In definitiva, dati esistenti attualmente non sono in grado di supportare l’ipotesi che le variabilità individuali relative alla sicurezza dell’attaccamento possano essere giustificate da differenze temperamentali preesistenti (15).

Un’altra ipotesi potrebbe essere che i pazienti con disturbo bipolare, a causa proprio della loro diatesi bipolare, abbiano vissuto con maggior sofferenza esperienze, reali od immaginarie, di separazione dalle figure significative durante l’infanzia o l’adolescenza, quasi a denotare una più marcata reattività a tali eventi rispetto agli altri bambini. In altri termini, una diatesi bipolare presente sotto forma di un disturbo del temperamento fin dai primi anni di infanzia si tradurrebbe in un’eccessiva ‘sensibilità’ da parte dell’individuo a eventi esterni stressanti di vario tipo, inclusi la separazione. Eventi, quindi, come l’allontanamento temporaneo dei genitori od altre situazioni simili potrebbero innescare reazioni esagerate nell’individuo piuttosto che tradursi in un’effettiva ‘ansia’ anticipatoria rispetto all’evento (16). In effetti, nei bambini e adolescenti con ansia di separazione è raccomandata una valutazione accurata della presenza di fattori di stress psicologici ed eventi esterni negativi, incluso le caratteristiche qualitative dell’attaccamento, la presenza di paure infantili ed il livello di adattamento precoce (16). Oltre a questo, è necessaria un’esplorazione sul tipo di temperamento in quanto stili temperamentali abnormi potrebbero rappresentare fattori di vulnerabilità per lo sviluppo di disturbi d’ansia, in particolare inibizione comportamentale e disturbo d’ansia di separazione; tuttavia, non vi è ancora parere univoco al riguardo (17)-(18).

Ad oggi i dati forniti dalla letteratura non permettono di trarre nessuna valida conclusione relativa alla natura del rapporto tra il temperamento ed il tipo di attaccamento. Bowlby propose che nel tempo i bambini interiorizzassero le relazioni con i loro caregiver all’interno di internal working models, ovvero schemi riguardanti il sé vicino agli altri ed il sé in relazione agli altri. Gli internal working models sono un insieme di aspettative e credenze relative al sé ed agli altri che permettono al bambino di predire ed interpretare il comportamento della figura di attaccamento. Questi working models si integrano nella struttura di personalità e perciò creano il prototipo delle future relazioni sociali. Nel corso della vita questi modelli rappresentano le strutture portanti che regolano il comportamento nelle successive relazioni e forniscono il fondamento per l’interpretazione delle future esperienze di relazione.

I meccanismi neuronali che sottendono l’attaccamento sono organizzati in un sistema motivazionale indirizzato verso la socializzazione (19). Questo sistema neuronale si forma durante l’infanzia e continua a modulare i comportamenti affiliativi durante tutto il corso della vita. Le radici ontogeniche di questo sistema affiliativo possono essere identificate nell’attaccamento sociale dell’infanzia. è stata supposta l’esistenza di un circuito motivazionale sociale che sia comune a tutti i mammiferi e che si mantenga anche dopo lo sviluppo. L’ossitocina, la vasopressina, gli oppiodi endogeni e le catecolamine sembrano essere coinvolte in gran parte dei comportamenti affiliativi e rivestono un ruolo importante in questo circuito. è stato proposto anche che gli stessi pattern neurochimici e neuroanatomici risulteranno essere i substrati chiave nella neurobiologia dell’attaccamento infantile ai loro caregiver. La separazione da una figura d’attaccamento si accompagna a numerosi cambiamenti sia comportamentali che fisiologici (20)-(22). Nei cuccioli, le vocalizzazioni, sia nel range udibile che in quello ultrasonico, spesso aumentano in seguito ad una separazione. Le misure di queste vocalizzazioni sono state utilizzate come indici di angoscia e potrebbero essere un indice dell’attaccamento (23). Sono stati segnalati nei primati, in seguito a separazioni in ambito sociale, cambiamenti fisiologici, come un’aumentata secrezione di glucocorticoidi e/o di ACTH, variazioni nei parametri cardiovascolari e del sistema immunitario (22). Le variazioni del cortisolo sono state utilizzate per valutare l’intensità dell’angoscia dovuta alla separazione e/o per testare l’ipotesi che la presenza di un partner potesse costituire una sorta di «cuscinetto sociale» (20).

La separazione in ambito sociale nei topi della prateria, sia maschi che femmine, è seguita da un incremento dei livelli di glucocorticoidi (corticosterone). Nel caso in cui animali che costituivano in precedenza una coppia vengano separati e collocati in uno spazio che dividono con un animale del sesso opposto non familiare, essi continueranno a presentare livelli elevati di corticosterone (24). Nei cuccioli di topo della prateria, ma non in quelli di topo di montagna, la separazione dalla madre determina un’elevazione dei livelli di corticosterone.

Tali risultati suggeriscono che la risposta alla separazione nell’adulto possa essere collegata a quello visto per i cuccioli.

Esperimenti relativi all’angoscia dovuta ad una separazione hanno testato le proprietà dei peptidi di prevenire i cambiamenti del comportamento durante un evento di separazione. In un ampio numero di specie di mammiferi e di uccelli si è visto che i peptici che vengono secreti nei momenti di contatto sociale tendono a dare all’animale un senso di gratificazione e possono indurre preferenze olfattive o spaziali (di odore e spazio), e che bassi livelli basali degli stessi determinano la motivazione per la ricerca di contatti sociali. Altro ruolo degli oppioidi sembra essere quello relativo al gioco, durante il quale essi vengono secreti e alla cui espressione essi contribuiscono. Studi effettuati mediante autoradiografia sottrattiva, nei ratti, hanno dimostrato che i giochi impetuosi ed i capitomboli dei cuccioli sono dovuti al rilascio di oppioidi endogeni (25) e che il naloxone, un bloccante dei recettori degli oppioidi, riduce i livelli del gioco (26).

Svariati studi hanno suggerito che nei cuccioli gli oppiodi endogeni vengono secreti in risposta ad una varietà di stimoli sociali; tra di essi di particolare rilevanza si sono dimostrati l’allattamento ed i contatti somatosensoriali. Infatti nei ratti neonati e nei feti a termine (vicino alla nascita) la somministrazione di latte induce una risposta stereotipata di stiramento che è associata ad una ridotta sensibilità alla stimolazione dolorosa cutanea in sede periorale (27) e ad un’aumentata latenza di allontanamento dalla piastra calda (hot plate) (28). Queste risposte evocate dal latte possono essere bloccate da un precedente trattamento con antagonisti degli oppioidi, dimostrando così che la risposta comportamentale relativa all’assunzione di latte coinvolge la secrezione di oppiodi endogeni. In aggiunta alle loro proprietà antinocicettive e di alleviamento dell’angoscia dovuta all’isolamento, l’ipotesi che gli oppiodi endogeni inducano uno stato di euforia nell’animale ha raccolto molti consensi. Belluzzi e Stein (29) hanno ipotizzato che, oltre all’analgesia, una delle funzioni principali svolta dagli oppiodi endogeni sia quella di rappresentare un segnale di ricompensa. Questa loro presunta proprietà euforizzante è probabilmente la ragione principale per cui gli animali lavorano per ottenere un’infusione di oppioidi e si autosomministrano agonisti degli stessi. L’effetto positivo indotto dagli oppioidi non ha soltanto la funzione di incoraggiamento ad intraprendere comportamenti consumatori, ma svolge anche il ruolo di importante substrato di ricompensa, che a sua volta può influenzare l’apprendimento.

E' stato ipotizzato che livelli basali bassi di oppiodi endogeni si possono tradurre in alti livelli di motivazione per la ricerca di contatti sociali. Questa teoria è in accordo con l’osservazione che la somministrazione di antagonisti degli oppioidi aumenti e la somministrazione di agonisti degli oppioidi diminuisca la motivazione a ricevere «social grooming»nelle scimmie (30).

Gli intensi comportamenti di chiamata manifestati da polli domestici posti in isolamento si sono ridotti in seguito a svariati trattamenti, comprendenti iniezioni di ossitocina, vasopressina, oppioidi i quali stimolano i recettori mu e la prolattina (23). In cuccioli di ratto, il pianto che segue una separazione non presenta le suddette attenuazioni in seguito a trattamenti con oppiacei (31), ma può essere inibito mediante trattamenti centrali con ossitocina e vasopressina (32)-(33).

L’evidenza che l’ossitocina, peptide secreto dall’ipofisi posteriore, rivesta un ruolo fondamentale all’interno di tre comportamenti femminili in cui è coinvolta la creazione di legami (nascita, allattamento ed attività sessuale) ha fatto supporre inizialmente che essa fosse coinvolta nella regolazione di alcuni aspetti della vita di relazione (34)-(35). Un grande numero di studi anatomici comparativi e farmacologici, condotti in un periodo di circa 20 anni, ha portato avanti e suffragato quest’ipotesi (36). L’interesse si è rivolto principalmente alle proiezioni neuronali centrali dell’ossitocina, rispetto agli effetti periferici ed ormonali. L’ipotesi che le riduzioni o le fluttuazioni dell’attività dell’ossitocina potessero anche essere responsabili di qualche sintomo della separazione in ambito sociale ha trovato conferma nell’evidenza di un suo ruolo importante nell’influenzare sia i sintomi comportamentali che quelli tipici del sistema nervoso autonomo che compaiono in seguito alla perdita di un oggetto di attaccamento. Le attività svolte dall’ossitocina si possono quindi riassumere: (a) essa attenua la reazione alla separazione in ambito sociale; (b) il suo rilascio avviene in risposta a stimoli di ordine sociale; (c) essa partecipa alla creazione di preferenze nei rapporti della vita di relazione; (d) essa modula i comportamenti affiliativi all’interno di una vasta gamma di contesti sociali. Noonan et al. (37) hanno suggerito che il rilascio endogeno di ossitocina è necessario per la formazione delle associazioni materno-odore in ratti non ancora svezzati. Gli stessi autori hanno anche affermato che una riduzione della capacità di legame dei recettori dell’ossitocina è stata osservata nell’ippocampo di ratti neonati dopo un breve periodo di isolamento sociale. L’ossitocina viene secreta dall’ipofisi posteriore delle femmine dei mammiferi in svariate condizioni; durante stimolazione vaginale, durante l’allattamento e durante il parto (38); tutte queste situazioni avvengono nell’ambito delle relazioni sociali. Esiste invece una minore evidenza per gli stimoli che determinano il rilascio di ossitocina nei cuccioli e nei maschi o nelle femmine in «situazioni sociali non riproduttive». è plausibile che, come avviene per gli oppioidi, i neuroni ossitocinergici siano attivati da contatti fisici dell’animale. Uvnas-Moberg et al. (39) hanno dimostrato, nei ratti, che sia i livelli ematici che quelli cerebrospinali di ossitocina si innalzano dopo aver ricevuto una lieve stimolazione vibrotattile o termica. L’ossitocina svolge un ruolo importante nella regolazione dei comportamenti affiliativi, non solo nel periodo che precede l’allattamento, ma anche in molte altre occasioni durante tutta la vita di molte specie di mammiferi, compresi i ratti. Insel (40), Jirkowski et al. (41) e Pedersen et al. (42) hanno evidenziato, nel ratto femmina al momento del parto, la proliferazione di recettori dell’ossitocina in svariate aree del cervello comprese l’area preottica mediale, l’ipotalamo ventromediale, ed il nucleo della stria terminale.

L’ossitocina riveste anche un ruolo nei comportamenti riguardanti la riproduzione. Nei ratti maschi, un’infusione a livello centrale di tale peptide determina l’erezione del pene, mentre la somministrazione centrale di un antagonista dell’ossitocina inibisce l’erezione (43). L’ossitocina centrale e periferica è inoltre coinvolta nella regolazione della fase appetitiva del comportamento sessuale nei ratti maschi e femmine (44) e nella fase consumatoria dell’accoppiamento. In una grande varietà di specie, come topi della prateria, ratti (45) e scimmie scoiattolo (32), tale peptide è in grado di incrementare le interazioni sociali e di consentire una scelta in caso di socializzazione.

Anche se non in maniera così estensiva come per l’ossitocina, anche per la vasopressina è stato proposto un ruolo nell’ambito dell’affiliazione in letteratura. Winslow e Insel (46)-(47) hanno dimostrato che questo nonapepetide, è in grado di ridurre la frequenza delle vocalizzazioni nei cuccioli di ratto, se posti in isolamento. Nelson et al. (48) hanno evidenziato in alcune razze di ratti la tendenza a preferire odori simili a quelli materni anche se attenuati.

Questi dati suggeriscono che la vasopressina, come l’ossitocina, potrebbe essere coinvolta nei processi affiliativi emergenti di cuccioli di ratto. Essa è stata anche implicata nell’esordio del comportamento materno, anche se gli effetti prodotti da tale ormone non sono mai potenti né rapidi come quelli dovuti alla secrezione di ossitocina. Benché un ruolo specifico nel comportamento sessuale (erezione, lordosi) non sia stato attribuito alla vasopressina, la somministrazione di un suo antagonista nel maschio di avicola (topo della prateria) dopo l’accoppiamento previene la formazione di «coppie post-copulazione» ed in assenza di un accoppiamento la somministrazione di vasopressina si è dimostrata in grado di determinare la formazione di coppie in questa specie. Perciò la vasopressina potrebbe giocare un ruolo importante nei maschi di alcune specie nell’attaccamento che segue l’accoppiamento. Questi risultati indicano che l’ossitocina e la vasopressina potrebbero agire congiuntamente agli steroidi gonadici nel determinare un comportamento sociale genere-specifico.

Svariati studi hanno identificato sia l’ossitocina che la vasopressina come importanti mediatori della «memoria sociale», infatti l’apprendimento e la memoria giocano un ruolo importante nell’attaccamento sociale. Gli odori rappresentano stimoli particolarmente importanti per i neonati di ratto che alla nascita sono sordi e ciechi (49) ed essi continueranno ad essere una guida importante per il comportamento sociale per tutta la vita di questi animali. In aggiunta al ruolo svolto dai suddetti peptidi ossitocina e vasopressina, anche la norepinefrina sembra avere una funzione importante, in particolare sulla componente neurofisiologica dell’apprendimento olfattivo nei ratti neonati ed adulti. Sullivan et al. (50) hanno dimostrato che i ratti neonati mostrano una preferenza per un odore che è stato associato in precedenza allo spazzolamento del loro dorso (superficie dorsale) con una spazzola. Questo apprendimento comportamentale è accompagnato da un cambiamento odore-specifico nella morfologia del bulbo olfattivo. Risultati simili sono stati riportati anche nelle femmine madri dei ratti relativamente al ruolo nell’apprendimento dell’odore dell’epinefrina nel bulbo olfattivo. Esistono svariati esempi, tra cui il comportamento affiliativo precoce, quello materno e quello riproduttivo, che sottolineano come le proiezioni noradrenergiche al bulbo olfattivo rivestano un ruolo chiave nella formazione della «memoria sociale» basata sull’olfatto. Questa è un importante «sentiero» finale per la creazione di rapporti sociali e per la formazione di una «memoria sociale» in molte specie di mammiferi. è stato dimostrato che complessi recettoriali benzodiazepinici endogeni possano partecipare nella regolazione delle interazioni sociali nei cuccioli di ratto. Agenti benzodiazepinici, come diazepam (51) e clordiazepossido (52), si sono rivelati in grado di ridurre le vocalizzazioni indotte dall’isolamento nei piccoli di ratto e un agonista del recettore (GABA-A) delle benzodiazepine, pentylenetetrazol, ha determinato un aumento della quota ultrasonica delle vocalizzazioni. Inoltre, l’isolamento sociale è responsabile della riduzione del numero di siti di legame disponibili per un antagonista benzodiazepinico esogeno in diverse aree cerebrali il che suggerisce che l’isolamento sociale è associato al rilascio di un agonista benzodiazepinico. Infine, Insel et al. (53) hanno dimostrato che una molecola endogena (DBI) viene apparentemente secreta nelle condizioni di isolamento sociale, nelle quali il legame con i complessi recettoriali benzodiazepinici è obbligato/irresistibile e necessita di studi ulteriori, ma la mancanza di generalità e di specificità, al presente rende difficile considerare agenti endogeni facenti parte del complesso recettoriale benzodiazepinico, od anche il GABA o il DBI, come una componente maggiore o critica del circuito affiliativo. Un altro mediatore neurochimico che potrebbe modulare il conforto dovuto ai rapporti sociali e l’isolamento è la prolattina. Panskepp (54) ha dimostrato che essa riduce drammaticamente le vocalizzazioni seguenti all’isolamento nei cuccioli di pollo domestico, ed altri autori hanno sottolineato che la prolattina potrebbe avere un ruolo parziale nel controllo di alcune facilitazioni del comportamento materno provocate da un trattamento con estrogeni nel roditore, nella femmina di ratto ovariectomizzata e nella femmina di pecora (55)-(57). Significativo sembra essere anche il ruolo della melatonina (58) e della serotonina nella neurobiologia dell’affiliazione (59)-(60).

La serotonina è sicuramente coinvolta, dal momento che una gran quantità di dati provenienti da studi condotti sull’uomo, molti dei quali aneddotici (61), suggeriscono che la stessa faciliti la confidenza sociale e un senso di unione con gli altri. Inoltre una riduzione dell’attività cerebrale della serotonina è uno degli effetti neurochimici più chiari di un isolamento sociale protratto (62), perciò è ipotizzato un ruolo nella regolazione del comportamento sociale.

Pochi studi hanno esaminato la continuità dell’orientamento dell’attaccamento nei soggetti adulti.

Bowlby sostenne con salda convinzione che il sistema di attaccamento continua ad essere operante durante tutto il corso della vita e che «il comportamento di attaccamento dell’individuo acquisisce un’organizzazione all’interno della sua personalità … (e determina) l’insieme di legami affettivi che il soggetto instaura durante la sua vita» (3).

Il periodo di formazione per lo sviluppo dei modelli relativi all’attaccamento si estenderebbe dall’infanzia fino all’adolescenza ed in tale fase ci si potrebbe aspettare che i pattern di attaccamento siano divenuti relativamente resistenti ai cambiamenti.

Quindi l’orientamento dell’attaccamento nell’adulto dovrebbe essere caratterizzato da una notevole stabilità. In accordo con le suddette aspettative, è stato dimostrato nell’adulto un grado di stabilità di attaccamento da modesto a marcato per periodi che vanno da mesi a qualche anno (63).

Un recente studio longitudinale svolto sui pattern di attaccamento di donne con attaccamento evitante o sicuro, contattate all’età di 52 anni, ha evidenziato una ragionevole/moderata stabilità nelle valutazioni del funzionamento intra ed interpersonale a partire dai 31 anni (64).

Si pensa che le differenze individuali nell’attaccamento dell’adulto vengano accentuate (si riflettano) nei rapporti sentimentali. Alcune ricerche indicherebbero che coloro che sono partner sessuali o sentimentali per un lungo periodo di tempo svolgono la funzione di figure primarie di attaccamento l’uno per l’altro (65)-(66).

Recentemente, è stato proposto che bambini con disturbo d’ansia di separazione possano continuare a presentare sintomi ansiosi simili anche nell’età adulta e che adulti con un disturbo d’ansia di separazione non diagnosticato possano esperire, sottoposti a stress, sintomi simili a quelli del panico (67).

Questi «attacchi di panico» apparentemente «spontanei» potrebbero in realtà essere connessi alla paura della separazione o alla presenza di situazioni che tendono a mettere in pericolo i legami dell’individuo. In questi casi, si potrebbe correre il rischio che l’ansia anticipatoria o fobica relativa alla paura della separazione possa essere interpretata, a torto, come un disturbo di panico e/o agorafobia (68)-(71).

In uno studio recente (68), 36 adulti presentavano tutti i criteri per la diagnosi di disturbo d’ansia di separazione secondo il DSM-IV. I due terzi del campione avevano affermato che i loro sintomi di ansia di separazione erano esorditi prima dei 18 anni. Altri disturbi affettivi, come disturbo di panico, agorafobia e disturbo depressivo maggiore, erano presenti nella maggior parte dei soggetti, ma il 75% di essi aveva affermato che i sintomi d’ansia di separazione avevano preceduto l’esordio dei disturbi in comorbidità, e la maggior parte di essi inoltre sosteneva che tali sintomi erano più invalidanti.

La relazione tra ansia di separazione, sia nella forma infantile che in quella dell’adulto, ed altri disturbi d’ansia o dell’umore non è stata ancora sistematicamente approfondita.

In particolare, è poco chiaro se l’ansia di separazione infantile sia selettivamente collegata al disturbo di panico dell’adulto o, in alternativa, costituisca un generico fattore di rischio per molteplici disturbi dell’adulto.

Alcune ricerche, facenti riferimento alla teoria dell’attaccamento, hanno sottolineato l’importanza della continuità tra le insicurezze dell’attaccamento nei primi anni di vita e nei periodi successivi con termini come «sensitività al rifiuto» o «sensitività interpersonale» utilizzati per descrivere forme di ansietà per l’attaccamento che persistono nell’età adulta.

Bowlby, per esempio, ha ipotizzato che l’agorafobia fosse un’espressione dell’ansia di separazione originatesi nei primi anni di vita che potesse riemergere nell’età adulta in presenza di particolari condizioni di stress dovuto a fattori interpersonali. Questa possibilità sulle modalità di evoluzione è in accordo con l’osservazione che alcuni bambini con una forma grave di ansia di separazione potrebbero essere portatori di una vulnerabilità di costituzione che persisterebbe per tutto l’arco della loro vita. Pertanto, è possibile che sintomi di ansia di separazione giovanile possano progredire in un disturbo equivalente nell’adulto (71) che tuttavia tende a rimanere misconosciuto perché gli attuali sistemi diagnostici non includono una diagnosi definita o anche perché i sintomi sovrapposti del disturbo di panico o dell’agorafobia oscurano il disturbo sottostante.

Nell’adulto questa ‘sensibilità’ alla separazione può avere un decorso instabile e ricorrente con esacerbazioni in presenza di minacce all’integrità delle relazioni personali, condizione questa che predispone particolarmente a gravi sintomi d’ansia, compreso attacchi di panico ma che in realtà è sottesa da una marcata reattività ed instabilità affettiva (69). Questi individui tendono ad evitare di rimanere soli e si preoccupano facilmente al pensiero che qualcuno o qualcosa li possa allontanare da figure di riferimento. D’altra parte, questi soggetti non rispondono ai criteri per il Disturbo Dipendente di Personalità (69) ed anzi è necessario distinguere i sintomi dell’ansia di separazione dai tratti della personalità dipendente: la dipendenza è una tendenza pervasiva ed indiscriminata ad avere eccessivamente fiducia negli altri, mentre l’ansia di separazione si riferisce ad una limitata schiera di interessi relativi alla vicinanza e sicurezza delle figure chiave dell’attaccamento (1).

Gli individui adulti con sintomi di ansia di separazione solitamente si rivolgono allo psichiatra soltanto quando è presente un disturbo di panico. è proprio questo fenomeno che potrebbe sovrastimare il rapporto esistente tra ansia di separazione e panico (16). Da questo punto di vista, almeno in alcuni casi, l’associazione tra ansia di separazione e disturbo di panico potrebbe essere «spuria» nel senso che gli attacchi di panico costituirebbero manifestazioni secondarie all’ansia di separazione, la quale a sua volta genererebbe e si svilupperebbe sulla base di aspetti temperamentali relativamente indipendenti dal disturbo di panico (69)-(71).