U. Fornari - Vol. 8, September 2002, Issue 3
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Articolo breve/Brief article
U. Fornari
Professore ordinario di Psicopatologia Forense, Direttore
U.O. di Psichiatria Forense,
Psicopatologia Giudiziaria e Criminologia, Università di Torino, Torino
Key words: Sexual disorders Psychopathology Paedophilia
Correspondence: Prof. Ugo Fornari, Università di Torino, Corso Montevecchio
38, 10129 Torino, Italy.
Le segnalazioni di violenze sessuali consumate in danno di bambini o adolescenti nellambito sia intra- (più frequentemente) sia extra-familiare stanno diventando sempre più numerose, in una con la sottolineatura di altri comportamenti violenti che talvolta fanno da cornice talaltra sostanziano le aggressioni sessuali e stanno suscitando una reazione sociale sempre più intransigente e drastica: espressione, nella sostanza, della risonanza e del tipo di lettura che alle stesse viene data dai mezzi di comunicazione, piuttosto che di una reale presa di consapevolezza dellentità e dei significati del fenomeno.
Nellimmaginario «comune», la pedofilia tende ad essere spicciativamente ricondotta ad una «mostruosità» che gli «addetti ai lavori» tendono a identificare con una malattia mentale, un disturbo ormonale, unanomalia istintuale e così via.
Daltro canto, inattuale ed equivoca sembrerebbe divenuta la distinzione classica (Galimberti U. Dizionario di Psicologia. 1994, p. 665) che definisce la pedofilia, o efebofilia, un atteggiamento, unattrazione erotica per bambini o adolescenti del proprio o dellaltro sesso che non si traduce necessariamente in comportamenti sessuali come nel caso della pederastia (= rapporto sessuale con bambini o adolescenti preferibilmente dello stesso sesso). In realtà, il termine pedofilia è unarma a doppio taglio, nel senso che può funzionare come concetto clinico o celare discorsi clinici che vanno dalle generiche «varianti abnormi dellessere psichico» (Disturbi di Personalità, Disfunzioni Sessuali, Parafilie a altro) fino alla patologia psicotica maggiore (Schizofrenia, Disturbi dellUmore e altro).
In questo grande e indeterminato contenitore continuano ad essere incluse tutte le condotte e le manifestazioni della pedofilia, che può esprimersi come forma di attrazione sublimata verso i bambini (da parte di educatori e insegnanti in specie); come attività propriamente sessuale avente per oggetto soggetti prepuberi (la pederastia che va dalla violenza sessuale fino allomicidio); come semplice esibizionismo, voyeurismo, o seduzione; come sintomo di disturbi psicologici o psicopatologici variamente connotati; come manifestazione di atteggiamenti legittimati da determinati valori sotto-culturali o propri di contesti socio-ambientali specifici (isolamento, deprivazione ambientale, condizioni di promiscuità e altro); come espressione di aspetti di una determinata cultura in un particolare momento storico (gli esempi dellAntica Grecia insegnano). Esistono poi una congerie di teorie che vedono nella pedofilia una costruzione sociale, una espressione di apprendimento sessuale, una distorsione cognitiva, il frutto di una anomalia biologica e così via.
La denominazione utilizzata (e lo stesso discorso vale per il sadismo, il masochismo, il feticismo, ecc.) è dunque una nozione flessibile e senza limiti (Howitt, 1995) e non individua altro che un comportamento, non già una categoria diagnostica. Nulla ci dice circa la psicologia o la psicopatologia che la sottendono, a parte i casi in cui è sintomatica di alterazioni cognitive serie o di disturbi psicotici in atto.
Ecco allora che occorre mettere ordine già a livello di conoscenza del problema o eliminando il termine dal vocabolario tecnico, giuridico, sociale e culturale e parlare più semplicemente di violenza sessuale contro i minori, restituendo al termine pedofilia il suo significato etimologico originario, o almeno ponendo nette distinzioni cliniche tra pedofilo e pedofilo, tra pedofilia «primaria» o «caratteriale» e «secondaria» o sintomatica, tra pedofilia occasionale o abituale.
È indispensabile, poi, tenere conto del contesto storico e culturale in cui il fenomeno si sta verificando e che è caratterizzato:
da un lato da una organizzazione sociale in cui il «fare del male a un bambino» non è altro che un aspetto del consolidarsi di una cultura pre-genitale, scissionale, violenta, sadica, le cui fondamentali fonti di piacere sono far trionfare nei più diversi contesti relazionali e sociali la legge del più forte o del più prepotente;
dallaltro, da una trasformazione sostanziale del ruolo socio-culturale della famiglia, della scuola e dei gruppi sociali, divenuti incapaci di aiutare a mettere in atto meccanismi di adattamento realmente coesivi e riparatori.
Più in generale, questo comportamento può essere espressione degli usi e dei costumi di organizzazioni socio-culturali diverse da quelle occidentali o essere una delle tante manifestazioni delle sottoculture violente o delinquenziali.
Torniamo ora alla clinica, per osservare che indipendentemente dalle sue manifestazioni, le classificazioni e le attribuzioni di codici alfanumerici più o meno attuali a questo tipo di comportamento nulla ci aiutano sul versante del «comprendere» psicodinamico e fenomenologico.
In realtà, si può andare oltre il dilemma nominalistico e classificatorio, prendendo atto che linteresse fondamentale delloperatore delle scienze umane non è quello di definire che cosè la pedofilia, bensì quello di individuarne significati e fini e di tracciare un identikit di coloro che abusano sessualmente dei bambini, puntualizzando fin dora che la pedofilia rientra nella tematica complessa delle condotte perverse o perversioni.
Sotto questo profilo, un mutamento radicale nel modo di affrontare il problema della psicopatologia sessuale e quindi della pedofilia è stato realizzato ricorrendo al modello conoscitivo e interpretativo della psicologia del profondo.
Il primo, grande mutamento è avvenuto con la psicoanalisi; il secondo, quello attuale, con la teoria delle relazioni oggettuali e la psicologia del Sé.
La psicogenesi e la psicodinamica della pedofilia è stata dagli psicologi del Sé riferita, in particolare, ad un rapporto molto problematico con una madre pre-edipica o troppo presente o troppo assente: in entrambi i casi, odiata e temuta e che, al contempo, si ha paura di perdere.
Le relazioni oggettuali possono essere stati precocemente sperimentate o come inadeguate (insufficienti risposte empatiche) o come umilianti e inferiorizzanti o minacciosi per lintegrità del Sé od ostacolanti il processo di separazione/individuazione (comè noto, le tre tappe evolutive per la teoria delle relazioni oggettuali sono la fusione, durante la quale la relazione con loggetto è indifferenziata; la separazione-individuazione, durante la quale loggetto è vissuto come scisso nelle sue componenti idealizzate e persecutorie; lintegrazione, che consiste nellintroiezione delloggetto vissuto come contemporaneamente buono e cattivo. Le prime due corrispondono alla fase pregenitale e sono intrise di oralità distruttiva; la terza alla genitalità, di cui sono proprie lalterità, la comprensione, la compartecipazione).
La patologia delle relazioni oggettuali si esprime in una organizzazione e in un funzionamento perversi in cui sono presenti -in una forma manifesta o nascosta ma essenziale nella fantasia- ostilità, spirito di vendetta, desiderio di fare del male ad altri, di danneggiare e di trionfare su di un oggetto disumanizzato (Stoller, 1978).
Questi vissuti devastanti e distruttivi, presenti in ogni perversione possono esprimersi in attività erotiche parziali esercitate sul bambino (pederastia) e, andando al di là di queste, finire con lassassinio (Arlow, 1994).
Questo tipo di lettura deve però essere integrato, nel senso che è necessario tenere conto dei profondi cambiamenti che si sono verificati in questi anni nel ruolo socio-culturale della famiglia, che da normativa e divenuta affettiva (si veda, per tutti, Charmet Pietropolli G., 2000). Alcuni corollari sono i seguenti:
amore e accudimento prevalgono o addirittura sostituiscono regole e principi;
lobiettivo è costruire figli felici che vivono in un famiglia felice, riducendo al minimo il tasso di dolore mentale e di frustrazioni narcisistiche;
il padre ha assunto il ruolo matrizzato di persona accudente e soccorrevole; è uomo bisognoso di approvazione, che blandisce, ricatta, mantiene la dipendenza in maniera contraddittoria e colpevolizzante;
la madre è una donna che addestra il suo compagno a fare il padre, in subordine ai bisogni del figlio; pretende la massiccia dipendenza del figlio-bambino per dare e ricevere gratificazioni narcisistiche (il figlio della madre);
la regola è lidentificazione reciproca con attenzione alle ferite affettive, piuttosto che alle violazioni delle norme e dei valori;
i genitori mantengono e pretendono la massiccia dipendenza del figlio-bambino per dare e ricevere gratificazioni narcisistiche;
il figlio, confuso e incerto, privato dei collaudi esistenziali necessari per imparare a tollerare le inevitabili frustrazioni della vita, non riesce a contrattare il suo «spazio di libero movimento» e accampa polemicamente il diritto a rimanere un eterno adolescente.
Il tutto può essere tradotto in termini di malfunzionamento nelle relazioni oggettuali genitori-figli, con conseguenti problemi nellidentificazione e nella formazione di rappresentazioni del Sé (lIo in relazione con gli oggetti interni ed esterni) o delloggetto da parte dellIo (infrastruttura psichica di cui sono proprie funzioni cognitive, organizzative, previsionali, decisionali ed esecutive) e del Super-Io (infrastruttura psichica di cui sono proprie funzioni interdittive e censorie nei confronti dellIo).
Il mancato processo di separazione-individuazione o, meglio, limpossibilità di contrattare il proprio spazio di libero movimento, impedisce la possibilità di stabilire relazioni oggettuali totali e facilita la messa in atto di atteggiamenti e/o di condotte genericamente perverse. In particolare, nella perversione pedofilica si può trovare nel figlio (per i genitori) o in un bambino (per gli adulti in genere) lunica possibile area in cui costruire la finzione di una propria indipendenza e autonomia per sfuggire alla minaccia del vuoto e per elaborare il lutto della perdita (risarcimento narcisistico).
Molti accudimenti e molte infanzie protratte hanno pertanto il significato perverso di una pedofilia benigna attraverso la quale certi adulti trovano modo di (ri)trovare il calore di uninfanzia perduta o mai vissuta, ponendosi nella posizione di coloro che «sanno» di che cosa il bambino ha bisogno.
Nei casi in cui invece il pedofilo sia stato oggetto di una o più aggressioni sessuali nellinfanzia o nelladolescenza la violenza subita gli ha impedito laccesso alla sua sessualità infantile, che risulta in tal modo svuotata di contenuti affettivi. Secondo tale approccio interpretativo, leffetto traumatico deriva dalla partecipazione diretta del bambino alla sessualità dei genitori (o degli adulti). Il bambino violentato dal padre non può identificarsi con lui, interiorizzarlo e costruire quelloggetto interno che gli permette di sentirsi a sua volta maschio, uomo e padre (la fissazione omosessuale o pedofilica maligna). La situazione è aggravata dalla cecità, dallindifferenza o dalla complicità passiva della madre, la cui assenza viene dal bambino-vittima identificata con la fonte della distruttività (confusione primaria a tre, Balier, 1998). Ne consegue che in lui sono presenti in una forma manifesta o nascosta ma essenziale nella fantasia ostilità, spirito di vendetta, desiderio di fare del male ad altri, di danneggiare, di trionfare nei confronti di un oggetto disumanizzato, ma rassicurante: il bambino-feticcio, appunto.
Di qui la distinzione tra pedofili benigni e maligni.
Nella pedofilia benigna si è di fronte a comportamenti sessuali volti ad ottenere una gratificazione che non implichi il ricorso diretto alla violenza. Il soggetto è attento ai bisogni del bambino, anche se gli impone il piacere di cui è lui in realtà ad avere bisogno e che, attraverso il meccanismo dellidentificazione proiettiva, attribuisce al bambino come desiderio; cerca di ottenerne laffetto, linteresse e la fedeltà; desidera che la sua attività sessuale non venga rivelata ad altri.
Nella pedofilia maligna si assiste ad una espressione diretta di distruttività attraverso attività erotiche parziali esercitate unitamente ad altre forme di violenza. I comportamenti sono volti a umiliare e produrre sofferenza nel bambino per trarre soddisfacimento. Il pedofilo manifesta indifferenza, se non compiacimento, verso la rivelazione delle condotte sadiche. Egli è convinto di avere il diritto di godere come, quando e quanto vuole degli oggetti della sua perversione.
Alla base dello sviluppo pervertito si colloca sempre una struttura narcisista che cerca gratificazioni narcisistiche attraverso relazioni pre-oggettuali: come tali, disumanizzati e alienanti ogni tipo di relazione che non oggettivi il partner, anche se le manifestazioni possono essere le più varie.
Non esiste, infatti, un rapporto diretto tra gravità del trauma sessuale o affettivo subìto e gravità e tipo di perversione, anche se laggressione sessuale equivale a un attacco confusivo e destabilizzante che produce danni psicologici tanto più seri quanto più precoce, protratta e intrisa di violenza essa è stata.
In alcune ricerche, rare peraltro, sono state sottolineate limmaturità affettiva, legocentrismo, lidentificazione deficitaria, la bisessualità, il polimorfismo perverso, linadeguatezza delle relazioni interpersonali (tutti aspetti già segnalati nei moderni dizionari di psichiatria) che caratterizzerebbero i pedofili: tratti, questi, non significativi, e perché non tutti i pedofili li presentano e perché essi possono essere presenti anche in soggetti che mai hanno praticato la pedofilia. Inoltre molti pedofili hanno una loro sessualità adulta eterosessuale, che maschera la loro perversione, per cui è come se viaggiassero su due binari distinti e paralleli. Esistono, poi, delle differenze tra uomo e donna per quanto si riferisce agli oggetti della perversione e alle sue manifestazioni, nel senso che nel primo è orientata verso oggetti parziali esterni; nella seconda verso oggetti parziali interni (il corpo e i figli, trattati come emanazione del proprio corpo).
Al proposito, ricordiamo che gli equivalenti della perversione maschile nella donna (Kaplan LJ, 1992; Weldon EW, 1995) sono: la cleptomania, la bulimia, lanoressia, la femminilità caricaturale («le donne che si mascherano da donne»), lesibizionismo (loggetto feticistico non è più un fallo, ma un seno. l«uomo con limpermeabile» è sostituito dal «gioco del cucù»), le automutilazioni, i maltrattamenti verso i figli, la pedofilia, la prostituzione, alcune manifestazioni della maternità (attraverso il figlio, la donna realizza la propria vendetta o rivalsa contro la madre), il travestitismo (omovestitismo; impersonazioni femminili).
Anche se la visualizzazione sociale della donna aggressore sessuale è minore rispetto a quella delluomo, è pacifico che la pedofilia occupa un suo posto tra le perversioni femminili: essa può venire contrabbandata come «lezione di età virile» o come provocazione o come stimolazione apparentemente inoffensiva. Oppure può manifestarsi attraverso comportamenti più intrusivi quali: fare il bagno ad un bambino quando ha unetà che gli consente di farlo già da solo; indugiare sulla sua igiene intima; commentare il suo iniziale sviluppo e compiacersi di questo attraverso parole e gesti carichi di sensualità; sviluppare atteggiamenti seduttivi verso il figlio con il quale si sostituisce il partner perduto, assente o divenuto indifferente, se non ostile. Né si sottovalutino certe «attenzioni» proprie delle baby-sitter, quali carezze e stimolazioni manuo-genitali; atti di sesso orale; penetrazioni o indugi più o meno compiaciuti e prolungati intorno e negli orifizi vaginali e/o anali; e così via.
Quali sono i percorsi psicodinamici che il pedofilo può seguire nella messa in atto della sua perversione?
Potrebbe, ad esempio, aggredire il bambino per avere accesso, attraverso di lui, ad una sensorialità di base, ad un autoerotismo primario (il toccare e il toccarsi) il cui accesso gli è stato impedito dalla madre preedipica.
Oppure potrebbe imporre le sue attenzioni al bambino-feticcio per recuperare limmagine inafferrabile della madre, occupandosi di quel bambino come avrebbe desiderato che la mamma accudisse lui.
Oppure potrebbe voler risperimentare, attraverso gli atti compiuti sulla vittima, il piacere provato attraverso un rapporto perverso con una madre pedofila (unalta percentuale di queste madri è stata, a sua volta, vittima di abuso sessuale e scarica sul bambino il proprio odio contro i molestatori).
Non è da escludere anche lipotesi secondo la quale il pedofilo (maschio o femmina che sia), interessandosi del bambino, rifiuti di perdere caratteristiche preedipiche femminili e sessuali alle quali è fissato e in cui trova una sua precaria «unitarietà».
Potrebbe inoltre cercare regressivamente forme di soddisfacimento affettivo e sessuale meno ansiogene rispetto alla relazione adulta eterosessuale, che richiede il raggiungimento di una buona identità di genere e di una identità sociale, diventando «altro» rispetto al bambino che si era.
Potrebbe infine rincorrere il mito delleterna giovinezza e soddisfare il prepotente bisogno di non invecchiare attraverso la messa in atto di comportamenti che ripropongono gli stessi meccanismi primari di una organizzazione sociale e culturale che predica ledonismo a oltranza e che vuole disperatamente esorcizzare e negare il decadimento, la malattia e la morte.
Se è stato abusato dal padre, può cercare una riedizione sulla piccola vittima della violenza subita. La vittima è trattata come un feticcio (manipolabile, disponibile, dal valore simbolico, sovrainvestito, portatore dellindistruttibilità del soggetto, e sostituto dellassenza della madre).
Lidentificazione con il padre o con labusante (la cosiddetta identificazione con laggressore) ha il medesimo significato: quello di controllare la paura attraverso il feticcio, disinvestito di affetto e non interiorizzato, ma idealizzato e potente.
Qualsiasi sia lipotesi interpretativa avanzata, il pedofilo cerca di sfuggire, attraverso i suoi atti, alla depressione narcisistica e allesperienza del vuoto, nutrendosi di bambini-feticci, essenziali per la sua sopravvivenza. Nel passaggio allatto, il pedofilo cerca la rassicurazione di essere forte, e potente: di esistere.
A seconda che usi il bambino come difesa narcisistica (difesa dallangoscia di morte tipica di ogni perversione) o per tradurre in atto la sua perversità, intesa come organizzazione narcisistica della personalità, come narcisismo maligno allo stato puro, le differenze fondamentali sono le seguenti:
il primo prova sensi di colpa, resipiscenza e rimorso; il comportamento pedofilo è vissuto come egodistonico e dissintono; la sua perversione è fondamentalmente orientata nella direzione della seduzione narcisistica e delle fantasie di evasione e di compensazione; non si accompagna necessariamente a trasgressioni sessuali; essa ha caratteristiche propriamente difensive e regressive; in genere, si sviluppa dopo che sono state raggiunte forme ed espressioni più mature di relazione con loggetto (regressione); è accessibile agli interventi psicologici, quasi sempre spontaneamente ricercati;
il secondo è totalmente privo di senso di colpa; vive in maniera egosintonica e funzionale latto; è inaccessibile alle terapie psicologiche. La ricerca del dominio e della supremazia fanno di lui una persona oltremodo temibile e distruttiva. Il suo comportamento perverso è indicatore di una fissazione non modificabile e organizzata in maniera stabile.
Tema comune a tutte queste persone è il vuoto esistenziale in loro presente, la loro disperata solitudine e profonda tristezza, fittiziamente colmati dalle condotte pedofiliche (e perverse, in genere) che svolgono la funzione di rinforzo narcisistico, quando non si collocano in un disturbo narcisistico di personalità.
In ogni caso, queste persone non hanno avuto modo di comprendere che crescere significa creare nuovi oggetti sui quali investire, senza che la mortificazione narcisistica sia eccessiva; non hanno potuto (o voluto) comprendere che senza separazione e (ri)definizione delle proprie nuove competenze non nasce il nuovo soggetto sessuato e sociale.
Figli cristallizzati da un accudimento eccessivo o assente e comunque senza speranza di riscatto, sono diventati adulti confusi e senza identità che inseguono disperatamente il mito di uninfanzia mai esistita o che non si ricostruisce più.