A. Balestrieri - Vol. 8, September 2002, Issue 3
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Articolo breve/Brief article
A. Balestrieri
Verona
Key words: Schizophrenia Sense of reality Instincts
Evolution Psychopathology Phenomenology Catastrophe theory
Correspondence: Prof. Antonio Balestrieri, viale Repubblica 6, 37126 Verona,
Italy - Tel./Fax +39 45 915066.
A proposito schizofrenie molti concordano almeno su due punti:
presumibilità di un danno o cambiamento strumentale nell'ambito del S.N.C. (processo, difetto, destrutturazione, cambiamento od altro) implicante alterazioni funzionali qualitative;
modificazione delle caratteristiche psicologiche con carattere di incomprensibilità.
Il primo punto sembra affrontabile sul piano delle «spiegazioni» e ad esso si rivolgono soprattutto le ricerche biochimico-farmacologiche e quelle mediante la diagnostica per immagini. Si è anche pensato (1)-(3) a fenomeni non lineari e caotici (teorizzati da Thom e Prigogine) ipotizzabili in certe situazioni biologiche o psicologiche complesse e critiche che sfocino in una nuova «struttura dissipativa». Non escluderei che la schizofrenia clinica possa essere vista come una catastrofe nel senso di Thom producente un nuovo equilibrio, nel senso di Prigogine. E quindi una riorganizzazione funzionale compatibile con la vita anche se psicologicamente incomprensibile. Resterebbe comunque verosimile una base strumentale della incomprensibilità.
Il secondo aspetto del problema schizofrenico è pertinenza degli studi di psicopatologia fenomenologica indirizzati alla «comprensione». Sono peraltro questi stessi studi ad evidenziarci che tale comprensione non si realizza. Con considerazioni gnoseologiche mi è parso di poter dar per scontato (4), che un sistema nervoso qualitativamente modificato non può esprimere una psicologia collimante con le menti normali. Maj (5), definendo queste esperienze sostanzialmente ineffabili e fuori da ogni analogia con le normali esperienze umane, ci ricorda che Carnap riconosceva ai fenomenologi di essere come dei musicisti senza abilità musicale.
Tra i filosofi si è sempre infatti riconosciuto che la conoscenza e l'interpretazione del mondo sono relative a quelle comuni caratteristiche della mente che le rendono possibili. E la schizofrenia è stata definita come «malattia metafisica» (6) proprio perché altera questa comunanza e questa possibilità. Per essa si è parlato (7) di dissoluzione di strutture categoriali.
D'altra parte, il nostro approccio alla realtà esterna può essere visto anche in chiave naturalistica. Se, da un lato, Tommaso diceva che il conosciuto è nel conoscente secondo la natura di quest'ultimo, Lorenz (8) ha paragonato le categorie a priori alle pinne che i pesci usano per vivere nell'acqua. E Piattelli Palmarini (9) ha scritto che dietro lo «a priori» c'è la storia della nostra specie.
Ci sono poi da considerare le metafore. Di fronte alla incomprensibilità ed alla ineffabilità, si è fatto ricorso ad esse, che possono sempre essere uno strumento di conoscenza (come dice U. Eco (10)). Ci sono alcune metafore, le più intimistiche, centrate sul rapporto con se stessi e tra se stessi ed il mondo. Come la crisi del fondamento ontologico di Wirsch, la crisi della ovvietà del fondamento ontologico del sé e del mondo di Ballerini, e poi la perdita del contatto vitale con la realtà di Minkowski.
Per quanto sto per dire mi sembrano anche più interessanti quelle metafore che alludono al nostro rapporto con la realtà come esperienza ed interpretazione della medesima. Come la inconsistenza della esperienza naturale di Binswanger o la perdita della evidenza naturale di Blankenburg. Mi sono permesso di suggerire (11) anche la impotenza ermeneutica, cioè una impossibilità di dare una valida interpretazione a quel mondo che pur si percepisce. Ho citato la paziente di Borgna (12): «qualunque cosa io senta o veda dà luogo ad una serie di interpretazioni possibili che si susseguono ininterrottamente. Nulla è più semplice e chiaro».
D'altra parte i grandi teorici del «senso comune» hanno messo in evidenza la immediatezza, la prereflessività, la naturalità che gli uomini hanno tra loro in comune nell'esperire la realtà. Vico parla di giudizio senza alcuna riflessione. Reid (13) parla di principi naturali che fanno parte della nostra costituzione. Alle nostre doti naturali si riferiscono anche alcune riflessioni degli psicopatologi a proposito delle schizofrenie. Per Parnas (14) il senso comune rivela un atteggiamento naturale, una sintonia preriflessiva e preconcettuale con il mondo. E cita Tatossian per il quale vi è una logica naturale che non è quella dei logici. Per Blankenburg la crisi globale del senso comune coincide con la perdita della naturalezza e datità del mondo. Quando la sua paziente Anne dice «è senza dubbio levidenza naturale che mi manca», sembra proprio mancarle un previsto dono della natura.
Mi rendo perfettamente conto che non possiamo direttamente omologare o commisurare le opinioni dei filosofi o degli psicopatologi fenomenologici con quelle del discorso neuroscientifico, etologico ed evoluzionistico ma dopo tutte queste coincidenze almeno nominalistiche, e cercando il «senso comune» di tante considerazioni, debbo chiedermi se nelle schizofrenie non possa essere alterato per quantità e qualità, e quindi stravolto, qualcosa come un istintivo senso di realtà. Una dotazione della nostra specie (e di altre) che corrisponda alla basilare necessità per ogni organismo di presupporre assiomaticamente l'ambiente e di interpretarlo, onde poter organizzare ogni comportamento. Si tratterebbe di un assioma a fondamento naturale ed anche del più necessario per rendere possibile la nostra esistenza. Un tale «istinto di realtà» mi sembrerebbe collocabile, anche in senso epistemologico, a monte di tanti dibattiti filosofici e fenomenologici.
Del resto, gli istinti non hanno solo una funzione in uscita, di tipo comportamentale, ma ne hanno necessariamente anche una in entrata, come captazione dei segnali. Si può citare anche Jung quando dice che l'istinto è sempre ed inevitabilmente appaiato ad una visione del mondo. E l'etologia moderna ha dimostrata la circolarità tra gli aspetti innati della attesa ed i segnali dall'ambiente. Pensiamo al fenomeno dello imprinting.
Nel processo evolutivo che ha portato allo homo sapiens, l'allentarsi di una «presa diretta» sulla realtà esterna potrebbe aver coinciso con lo sviluppo delle facoltà di astrarre, simbolizzare e parlare. Come in altri casi, un vantaggio evolutivo generale potrebbe aver portato alla patologia un ristretto numero di individui.
Se torniamo a Minkowski, egli cita la «funzione del reale» di Janet e poi, riaffermando la propria ispirazione bergsoniana, ipotizza un danno primario all'istinto nella schizofrenia, avvicinandosi con ciò a Dide e Guiraud. Sappiamo che tanti altri AA. interessati alla ricerca di un disturbo fondamentale per la schizofrenia (da Küppers ad Huber) hanno ipotizzato disfunzioni in ambito sottocorticale con alterazioni degli affetti e degli istinti di base.
Il discorso fatto sin qui non mira peraltro ad ipotizzare che gli schizofrenici possano aver perso del tutto un istinto di realtà. A loro modo, essi una realtà cercano di averla, ma essa sembra essere assai imprecisa ed insicura persino nelle costruzioni deliranti apparentemente più solide. I deliri sono più paure che certezze. Il disturbo dovrebbe essere una alterazione qualitativa in quel meccanismo comune nell'ambito della specie che permette elaborazioni interpretative dell'ambiente da tutti condivisibili e comunicabili.
In una simile visione evoluzionistica, gli aspetti ontologici ed affettivi del disturbo schizofrenico potrebbero, del resto, trovare la loro coniugazione con quelli cognitivi ed interpretativi. Proprio dall'articolarsi di questi vari aspetti, caso per caso e momento per momento, potrebbero conseguire i diversi peculiari aspetti, in «negativo» ed in «positivo», del quadro clinico.
Venendo infine al problema della terapia antipsicotica, direi che ogni interpretazione ha puntato, sin dall'inizio (15) (16), su di un effetto dei farmaci sulle funzioni affettive, istintive o, come si dice, dinamiche. In realtà, se non vogliamo limitarci a supporre una azione banalmente sedativa e sintomatica, si deve riconoscere che la riduzione dinamica affettivo-istintiva incide profondamente nell'edificio morboso riducendo chiaramente la elaborazione dei sintomi secondari o positivi. Cioè quella risposta del soggetto protesica e difensiva di fronte al danno primario che potrebbe appunto tendere al ricupero di una realtà. Si può sempre valorizzare il ruolo della affettività nella psicosi schizofrenica, quello della disforia nel delirio (17) il concetto di psicosi unica, la comune matrice affettiva delle psicosi maggiori (18), la possibile primaria occorrenza di affetti anormali di immediata derivazione somatica che possono nascere nell'interno del corpo e poi integrarsi in eventi della corrente psichica (19). Del resto, Ciompi è tornato (20) a proporre la schizofrenia come psicosi affettiva.
Che ci sia anche un effetto sui sintomi primari, o negativi, è invece perlomeno dubbio, anche se i più recenti antipsicotici non provocano certi sintomi negativi secondari. Si è parlato (21) di un effetto sugli organizzatori, e quindi recettori, psicopatologici. Si è parlato anche di dissezione nosografica attuata dai farmaci per agire su complessi sintomatici transnosografici (22). Ben difficile è però dire come, in questo senso, un vantaggio terapeutico potrebbe prodursi.
Forse però la riduzione della sofferenza psichica e l'impedimento alla produttività psicotica «positiva» potrebbe indurre le nostre più antiche e solide organizzazioni per il rapporto ambientale a riprendersi e riordinarsi. Anche qui, come sempre, dovremmo invocare la «vis medicatrix naturae». Una visione jacksoniana della mente ancorata a concetti evoluzionistici potrebbe sostenere questa ipotesi. Ciò che è più antico dovrebbe resistere meglio o perlomeno poter meglio riprendersi quando il danno non sia irrimediabile. L'uomo schizofrenico tenderebbe a tornare l'uomo che era prima, utilizzando la sue radici filogeneticamente più antiche. Tra questa potrebbe appunto esserci un rapporto istintivo con l'ambiente che sia di base ad ogni elaborazione psichica e ad ogni comportamento.
Una collaborazione epistemologica trasversale tra clinica, fenomenologia ed evoluzionismo potrebbe quindi essere ben utile.