S. FISSI, S. DOMENICHETTI - Vol. 6, Giugno 2000, num.2
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Articolo di aggiornamento/Update paper
S. FISSI, S. DOMENICHETTI
Servizio Psichiatrico Azienda Sanitaria di Firenze, zona Firenze 3, Firenze
Parole chiave:
Disturbi schizoaffettivi • Nosografia • Diagnosi Key words:
Schizoaffective Disorders • Nosology • Diagnosis
Il disturbo schizoaffettivo: entità diagnostica reale o fittizia?
Kasanin (1)
,nell'introdurre le sindromi schizoaffettive, usò il termine in senso
eminentemente descrittivo, per delimitare un sottogruppo omogeneo di pazienti
psicotici e in particolare per differenziare i casi di psicosi atipica dal
gruppo omogeneo di "schizofrenici costituzionali". In un primo momento
il termine non indicava quindi una relazione particolare di questo gruppo
di pazienti coi disturbi affettivi. Tale relazione è stata evidenziata
dagli studi di genetica, che hanno mostrato che i familiari di pazienti affetti
da disturbi schizoaffettivi hanno più probabilità di essere
affetti da disturbi affettivi che non da schizofrenia, e quindi hanno delineato
la sindrome schizoaffettiva come un'entità diagnostica similare ai
disturbi affettivi. Questi studi hanno indicato anche che il disturbo schizoaffettivo
è geneticamente eterogeneo, con almeno due sottotipi: uno affettivo
e uno schizofrenico, con un terzo sottotipo, indifferenziato.
In realtà, l'appartenenza dei disturbi schizoaffettivi allo spettro
della schizofrenia o dei disturbi affettivi dipende dai criteri diagnostici
usati: come evidenziato da Maj (2)
,quanto più essi enfatizzano la componente affettiva, tanto più
i soggetti selezionati in base a detti criteri risultano simili ai pazienti
bipolari e quindi positivi rispetto alla profilassi con litio, quanto più
invece i criteri diagnostici sottolineano il disturbo del pensiero, tanto
più i pazienti dimostrano risposta non favorevole ai sali di litio
e prossimità rispetto alla schizofrenia. È chiaro che in un
ambito così sfumato il risultato finale dipende in gran parte dai presupposti,
ovvero dai criteri diagnostici definitori che vengono di volta in volta adottati
per delimitare i vari disturbi. L'adozione di criteri inclusivi per i sintomi
schizofrenici e restrittivi per quelli affettivi comporta che il disturbo
schizoaffettivo venga visto come una varietà atipica della schizofrenia;
al contrario, la tendenza, oggi prevalente, ad ampliare i confini dei disturbi
affettivi fa sì che esso venga visto come condizione marginale di questi
ultimi. Come dire che la taratura dello strumento influisce sul fenomeno oggetto
di studio. Il fatto che i criteri diagnostici dei DSM si presentino come operazionali
e oggettivabili non inficia questo punto di principio, perché comunque
essi sono il risultato di ipotesi definitorie e di scelte teoretiche.
Altri studi distinguono i disturbi schizoaffettivi in schizomaniacali, che
manifestano aspetti familiari, sintomatologici, evolutivi e di risposta al
trattamento simili ai pazienti con disturbi affettivi bipolari, e schizodepressivi,
che appaiono più eterogenei, e sono in parte collegati alla depressione
maggiore, in parte hanno relazione con la patologia schizofrenica. Questa
è anche la classificazione adottata dal DSM-III-R e dal DSM-IV, mentre
l'ICD-10 distingue tre sottotipi: maniacale, bipolare e depressivo. Comunque
il sottotipo maniacale è includibile nel sottotipo bipolare, mentre
il problema è rappresentato dal sottotipo depressivo: eterogeneo, sia
per familiarità, che per esito, una parte di esso potrebbe confluire
nella depressione maggiore con sintomi psicotici incongrui all'umore, mentre
l'altra parte avrebbe decorso e prognosi peggiore e sarebbe più assimilabile
alla patologia schizofrenica. Secondo Akiskal (3)
,questi ultimi costituiscono i veri schizoaffettivi, mentre gli altri rientrano
tra i disturbi affettivi con sintomi psicotici incongrui all'umore. I sistemi
diagnostici citati peccano di iperinclusività: per l'ICD-10 il rilievo
di almeno un sintomo tipicamente schizofrenico deve far emettere la diagnosi
di sindrome schizoaffettiva; il DSM-IV, benché più restrittivo,
stabilisce come criterio discriminante dal disturbo bipolare un intervallo
di almeno due settimane libero dai sintomi affettivi con presenza di sintomi
di primo rango; mentre vi è, nel capitolo della schizofrenia ed altri
disturbi psicotici, una categoria residua, dal nome di disturbo psicotico
non altrimenti specificato, per tutti quei casi di quadri sintomatologici
psicotici - deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento grossolanamente
disorganizzato o catatonico - che però non soddisfano i criteri per
nessun altro disturbo psicotico, e in particolare l'"intervallo libero"
dalle alterazioni dell'umore di almeno due settimane che permette di diagnosticare
il disturbo schizoaffettivo; forse proprio qui andrebbero a ricadere gli schizoaffettivi
"veri" di Akiskal.
Breve storia dei disturbi schizoaffettivi
L'esistenza di psicosi atipiche è stata rilevata dallo
stesso Kraepelin, e successivamente interpretata in vario modo a seconda degli
indirizzi al momento prevalenti. Così per Bleuler certi sintomi schizofrenici
sono patognomonici, mentre i sintomi affettivi sono non specifici, in quanto
possono ritrovarsi anche nella schizofrenia; di conseguenza, nell'indirizzo
che si richiama alla scuola europea, la presenza di sintomi schizofrenici
"fondamentali" indica inequivocabilmente un caso di schizofrenia,
e fa delle psicosi atipiche una espressione della schizofrenia, indipendentemente
dall'estensione dei sintomi affettivi.
Dopo la loro introduzione da parte di Kasanin, e per i successivi trenta anni,
i disturbi schizoaffettivi sono stati inclusi all'interno del gruppo della
schizofrenia in conformità con la concezione estensiva bleuleriana
della stessa, basata sulla patognomonicità dei sintomi schizofrenici.
Questo modello entra in crisi negli anni '60-'70, quando si riconosce che
i sintomi di I rango di Schneider hanno un significato puramente diagnostico-descrittivo
e non consentono inferenze patogenetiche, e che anzi essi possono ritrovarsi
anche nei disturbi affettivi, senza implicarne la parentela con la schizofrenia.
La remissione completa della sintomatologia, assieme alla normale personalità
premorbosa, al rapido inizio, alla presenza di eventi scatenanti, al tumulto
affettivo e alla brevità del decorso (in settimane o tutt'al più
mesi) è stata indicata fin dall'inizio da Kasanin come uno dei capisaldi
della sintomatologia. Tanto che Vaillant (4)
ha provocatoriamente definito la sindrome come il risultato "degli sforzi
della psichiatria di dare un nuovo nome agli schizofrenici guariti".
Questo fa sì che si debba chiamare in causa un'altra sindrome, le psicosi
cicloidi descritte da Leonard e riprese da Perris, come disturbi ancora con
inizio acuto, forte componente affettiva, ricorrenza periodica e remissione
completa. Analogamente, personalità premorbosa con buon livello di
adattamento, presenza di fattori precipitanti dimostrabili, inizio acuto,
prognosi favorevole caratterizzano i disturbi schizofreniformi descritti da
Langfeld. Sia nelle psicosi cicloidi, che nei disturbi schizofreniformi si
trova un quadro sintomatologico composito, con presenza di aspetti maniaco-depressivi
concomitanti e alterazioni dello stato di coscienza accanto alla sintomatologia
psicotica produttiva.
Tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, come prima si diceva,
si verifica nella psichiatria americana una reazione alla tendenza fino ad
allora dominante di fare un uso estensivo della diagnosi di schizofrenia,
secondo l'influenza del pensiero di Bleuler e delle teorie psicodinamiche;
questo la porta più vicino alla tendenza seguita dal Regno Unito e
dal resto dell'Europa, che tende a farne un uso ristretto, restando aderenti
a un'impostazione kraepeliniana. Uno studio condotto dall'U.S.-U.K. Diagnostic
Project ha potuto dimostrare che le differenze statistiche nei due paesi non
erano epidemiologiche, ma legate all'uso di criteri diagnostici diversi. Parallelamente
a questo, l'effetto del litio, come criterio ex juvantibus, contribuisce
a ridimensionare drasticamente i disturbi schizofrenici e ad ampliare quelli
affettivi. La psichiatria americana pertanto da un lato aderisce rigorosamente
alla dicotomia kraepeliniana delle psicosi endogene, e quindi tende a ricondurre
le psicosi atipiche all'una o all'altra delle due psicosi maggiori; dall'altro,
come controtendenza alla sua precedente direzione, dilata progressivamente
i confini dei disturbi dell'umore e restringe quelli della schizofrenia. Conseguenza
di questa tendenza è il fatto che nel DSM-III compare la raccomandazione
di far rientrare le sindromi psicotiche miste nella categoria dei Disturbi
Affettivi Maggiori con Manifestazioni Psicotiche Incongrue all'Umore, posizione
di fatto che toglie dignità nosografica ai disturbi schizoaffettivi,
col risultato di ampliare a dismisura la categoria residua dei Disturbi Psicotici
Non Altrimenti Specificati e la sottocategoria dei Disturbi dell'Umore con
Manifestazioni Psicotiche Incongrue all'Umore.
Questa scelta teoretica è stata riconosciuta come eccessiva, ed infatti
il DSM-III-R ha ripristinato i Disturbi Schizoaffettivi, con specifici criteri
diagnostici. Il DSM-III-R e il DSM-IV riportano anche il disturbo schizofreniforme,
con sintomi similschizofrenici e risoluzione completa della sintomatologia
entro sei mesi. In realtà, per Perugi et al. (5)
,questa categoria diagnostica riassume, più che il riconoscimento dell'entità
descritta da Langfeld, la preoccupazione di dare una sistemazione provvisoria
a quelle sindromi che, se trasversalmente possono rispondere ai criteri della
Schizofrenia (sintomi di I rango di Schneider, deliri bizzarri), longitudinalmente
possono avere un esito diverso (dimostrarsi ad esempio l'esordio di un Disturbo
Bipolare con Manifestazioni Psicotiche Incongrue all'Umore).
Ai confini del disturbo bipolare
Come dicono Blacker e Tsuang (6)
,più un confine tra due entità nosografiche rappresenta un continuum
o è scavalcato da sintomi sovrapponibili, meno è affidabile
la diagnosi dei pazienti i cui sintomi si trovano in prossimità del
confine. Secondo questi autori, sembra saggio mantenere il disturbo schizoaffettivo,
di tipo bipolare, come una "zona tampone" tra schizofrenia e disturbo
bipolare, una categoria diagnostica eterogenea, che può includere individui
che non soddisfano i criteri per il disturbo bipolare o la schizofrenia. L'esistenza
stessa del disturbo schizoaffettivo esprime la difficoltà di inserire
tutti i pazienti o da una parte o dall'altra del confine, ma pone a sua volta
il problema se esso sia un'entità distinta o si debba invece semplicemente
ammettere un continuum: come risulta dalle analisi funzionali discriminanti
di Brockington et al. (7)
,un campione generale di psicotici segue una distribuzione bimodale, ma un
campione di pazienti schizoaffettivi no. Altri problemi pone il confine tra
disturbo bipolare e disturbi di personalità, soprattutto borderline.
Vi sono sintomi sovrapponibili tra disturbo bipolare, disturbo di personalità
borderline, disturbo di personalità narcisistico e disturbo di personalità
istrionico; sintomi sovrapponibili tra i vari disturbi di personalità;
e infine comorbidità tra disturbi affettivi e disturbi di personalità.
Akiskal et al. (3)
sostengono che una quota sostanziosa di pazienti diagnosticati come borderline
siano in realtà affetti da un disturbo subaffettivo, una forma subclinica
di disturbo bipolare. I disturbi di personalità possono semplicemente
mimare il disturbo bipolare, specie quando coesistono con l'abuso di sostanze;
questo, a sua volta, può contribuire allo sviluppo del disturbo bipolare
smascherando sintomi latenti. Le oscillazioni dell'umore si distribuiscono
lungo un continuum tra normalità, disturbo di personalità
borderline, disturbo bipolare di tipo II e disturbo bipolare di tipo I. In
ogni caso, la divisione tra disturbi di personalità e disturbi bipolari
è più utile a separare fenomeni di stato associati con episodi
affettivi da fenomeni di tratto associati con la patologia caratteriale, ma
mantiene tutta la problematicità inerente alla sovrapponibilità
degli items diagnostici.
Nei DSM sono scomparsi i concetti di schizofrenia ambulatoriale, o latente,
o pseudonevrotica, confluiti nei disturbi di personalità, in particolare
in due quadri diagnostici: il disturbo schizotipico di personalità,
e il disturbo di personalità borderline. I risultati degli studi sull'anamnesi
familiare e sull'esito indicano che il primo è parte dello spettro
della schizofrenia (Mc Glashan (8,9) ,mentre il secondo sembra più
riferibile ai disturbi affettivi (Stone (10) ).Akiskal et al. (11)
comprendono il disturbo di personalità borderline come parte dello
spettro affettivo, cioè come una forma subsindromica di malattia affettiva,
mentre McGlashan lo ritiene indipendente dal disturbo dell'affettività,
benché frequentemente associato con esso. La frequente comorbidità
del disturbo di personalità borderline e del disturbo bipolare, nonché
la sovrapponibilità dei criteri diagnostici di entrambi rende difficile
determinare con quale frequenza i due disturbi coesistano senza sovrapporsi.
Aspetti eziopatogenetici
Vi sono dunque due aree di confine, tra schizofrenia e disturbi bipolari, e tra disturbi bipolari e disturbi di personalità, fonti di incertezza diagnostica, ma anche promotrici di indagini e nuove ipotesi eziopatogenetiche. Converrà distinguere il punto di vista biologico, da quello psicopatologico e da quello psicodinamico.
Punto di vista biologico
La prima controversia è dunque sull'estensione del
disturbo schizoaffettivo, rispetto ai disturbi affettivi con sintomi psicotici
incongrui all'umore. Una volta che si sia esclusa la patologia appartenente
all'ambito affettivo, la conclusione più verosimile è, con Tsuang
e Simpson (12)
,che il disturbo schizoaffettivo sia un'entità eterogenea, che costituisce
un continuum, una regione intermedia tra le due psicosi maggiori, pur
senza una propria individualità genetica e biologica, sì che
nessun concetto di questa malattia risulta più valido degli altri.
Dal punto di vista genetico, non vi sono prove per la trasmissione del disturbo
schizoaffettivo come una separata e specifica entità diagnostica, come
riassume Abrams (13)
.Vi è un contributo genetico sia della schizofrenia che del disturbo
affettivo al disturbo schizoaffettivo, con sovrapposizione tra le due malattie,
come suggerito dagli studi che riportano un aumento del rischio sia per la
schizofrenia che per i disturbi affettivi nei parenti di probandi schizoaffettivi.
Il contributo maggiore viene dal disturbo affettivo, mentre la presenza di
sintomi schizofrenici riflette una dimensione di severità. Dal punto
di vista dei markers biologici, secondo la sintesi di Meltzer et al.
(14)
,vi è sovrapposizione tra schizofrenia, disturbi affettivi e disturbi
schizoaffettivi con anomalie comuni ai tre tipi di psicosi, il che suggerisce
che è prematuro concludere che i disturbi schizoaffettivi sono sottotipi
dei disturbi dell'umore, e sostiene piuttosto l'ipotesi che alcuni casi di
disturbo schizoaffettivo sono fenotipi dell'uno e altri dell'altro. Questa
visione ripropone di nuovo con Abram il continuum tra schizofrenia
e disturbo affettivo, sostenuta da un modello di eredità multifattoriale
a soglia multipla, in cui i pazienti con le psicosi maggiori hanno in comune
un certo numero di influenze genetiche. Se il disturbo schizoaffettivo è
fondamentalmente eterogeneo, il problema diviene per Tsuang e Simpson quello
di approntare criteri diagnostici severi per descrivere sottogruppi omogenei
di pazienti schizoaffettivi e disporre per ognuno di questi sottogruppi di
un'adeguata scelta terapeutica e di una prognosi attendibile.
Brockington e Meltzer (15)
hanno considerato sei ipotesi sulla natura dei disturbi schizoaffettivi: 1)
che essi si verifichino, quando sono presenti in concomitanza, schizofrenia
e disturbo affettivo; 2) che tutti i casi siano varianti della schizofrenia;
3) che tutti i casi siano varianti della psicosi maniaco-depressiva; 4) che
essi siano espressione o della schizofrenia o del disturbo affettivo; 5) che
almeno alcuni casi rappresentino un tipo di psicosi unica; 6) che un gruppo
di fattori interagenti, la vulnerabilità biologica, i traumi ambientali
e le reazioni psicologiche susseguenti producano lo spettro di stati clinici
dalla schizofrenia "pura" alla psicosi affettiva "pura".Tuttavia,
Brockington e Meltzer ritengono che delle sei ipotesi suddette la più
interessante sia l'ultima: che un gruppo di fattori sovrapposti (vulnerabilità
biologica, stress ambientali e reattività psicologica) può produrre
lo spettro delle psicosi. Questa ipotesi indirizzerebbe la ricerca a identificare
l'intera gradazione di disturbi biologici e psicosociali nei pazienti psicotici
e nei loro parenti di primo e secondo grado per integrarli in un modello comprensivo
con probabili relazioni gerarchiche. La sovrapposizione tra le psicosi sotto
l'aspetto della trasmissione ereditaria, delle anomalie biologiche, del decorso
e della risposta al trattamento suggeriscono un modello interattivo integrato
e gerarchico. Il disturbo schizoaffettivo si presta pertanto ad approntare
un modello più generale di patogenesi della psicosi.
Partendo dall'assunto che il disturbo schizoaffettivo è una variante
particolarmente severa di disturbo affettivo, Braden (16)
propone di spiegare la coesistenza di sintomi affettivi (maniaco-depressivi)
e cognitivi (schizofrenici) con un modello a processi congiunti o a processo
singolo. Nella prima ipotesi, l'iperattività dopaminergica produce
a un primo livello sintomi di attivazione o di eccitamento (da non confondere
con l'arousal: insonnia, eretismo psichico, accelerazione psicomotoria)
e a un secondo livello sintomi cognitivi (deliri, allucinazioni, disorganizzazione
del pensiero). Nell'ipotesi a processo singolo, sia i sintomi d'attivazione
che quelli cognitivi sono intrinseci allo stesso processo psicopatologico,
ma sono correlati alla gravità del processo in modo gerarchico: forme
più lievi sono associate ad alterazioni dell'umore e della psicomotricità,
forme più gravi a pensiero disorganizzato, deliri e allucinazioni,
forme di estrema severità a confusione e delirium fino all'amenza.
Nel modello di Braden, l'iperfunzione del processo dopaminergico è
il processo che produce i sintomi, ma non è il solo. Questo modello
è analogo a quello proposto da Davis (17)
per la schizofrenia, sulla base del fatto che i neurolettici bloccano i recettori
dopaminergici in pochi minuti, mentre la guarigione richiede settimane. L'impegno
dopaminergico nella produzione dei sintomi non è specifico né
di una singola eziologia (Meltzer e Stahal (18) ),né di una singola
diagnosi (Meltzer (19) ).Gli episodi depressivi sono spiegati da Braden in
parte come sintomi d'attivazione (disforia, agitazione, insonnia della depressione
agitata), in parte come espressione di una fasicità del processo: analogamente
alla schizofrenia di tipo II di Crow, corrisponderebbero all'"esaurimento"
del sistema dopaminergico.
Gli studi sugli esiti, di cui Harrow e Grossman (20)
fanno una rassegna ed una interessante critica metodologica, confermano il
dato acquisito che la prognosi dei disturbi schizoaffettivi è peggiore
di quella dei disturbi affettivi e migliore della schizofrenia. Gli studi
di Brockington et al. (21,22)
trattano degli esiti dei sottotipi. Il sottotipo bipolare ha esiti sovrapponibili
a quelli dei pazienti affettivi e in generale migliori di quelli schizofrenici.
I pazienti schizodepressivi, invece, hanno esiti intermedi tra i pazienti
affettivi e i pazienti schizofrenici, con un'alta proporzione di deterioramento
cronico. La corrispondenza con la schizofrenia II, e con l'esaurimento del
sistema dopaminergico, è chiaramente correlata ad un grado di maggiore
gravità del disturbo. Le conclusioni degli autori sono che il sottotipo
bipolare del disturbo schizoaffettivo può essere una variante del disturbo
affettivo, ma il sottotipo depressivo no e merita ulteriori indagini, soprattutto
in considerazione del fatto che esso ripropone una condizione intermedia che
rende problematica la classica bipartizione tra le due psicosi maggiori, e
più in generale mette in discussione tutto il modello nosografico.
Conclusioni diverse propone uno studio di McGlashan e Williams (23)
,che effettua una comparazione tra i tre sottogruppi bipolare, maniacale e
depressivo attraverso variabili multiple trasversali e di decorso. I sottogruppi
sono equivalenti in partenza, ma il sottogruppo schizodepressivo ha un esito
più benigno, mentre i sottogruppi bipolare e maniacale sono indistinguibili
da pazienti bipolari. Lo studio depone per una relativa autonomia del sottogruppo
schizodepressivo, che non è una variante di un disturbo affettivo.
Punto di vista psicopatologico
Spetta a E. Bleuler (24)
l'aver posto le basi del concetto psicopatologico di vulnerabilità
con l'affermazione:
<<Una lesione che agisce sulla psiche può determinare quadri
clinici d'ogni genere e d'altra parte alla base di un medesimo quadro psicopatologico
vi possono essere cause molteplici>>.
Da qui l'impostazione della malattia mentale in termini di mediazione tra
disturbo primario (primary illness) - che è il disturbo di base
vicino alla causa, l'Endon, regione di confine tra psichico e somatico
- e attività di confronto (coping) ed elaborazione di essi da
parte del soggetto, che tiene conto di aspetti costituzionali ed acquisiti
(caratteriali).
Questa posizione teorica si è espressa inizialmente nella inclusione
nel quadro della schizofrenia di formes frustes, come la schizofrenia
latente della stesso Bleuler, o la forma della schizofrenia simplex caratterizzata
dai soli sintomi specifici di base e rimanente a lungo senza sintomi secondari,
o successivamente la schizofrenia pseudo-nevrotica di Hoch e Palatin. Da qui
la possibilità di una diagnosi di schizofrenia anche in assenza di
sintomi psicotici (schizophrenia sine schizophrenia), fino alle attuali
posizioni di Zubin (25)
.
La caratteristica persistente della schizofrenia non è l'episodio psicotico
che perdura, ma la vulnerabilità allo svilupparsi di tali episodi di
malattia.
Ma dove il concetto di vulnerabilità trova la declinazione più
completa ed estensiva è nella teoria dei sintomi base, e degli
stadi-base ad essi clinicamente correlati della Scuola di Bonn. I sintomi-base
individuano, quale fondazione somatica della malattia e radice dell'impairment
socio-relazionale, non il delirio e la produttività psicosensoriale,
bensì quegli elementi semiologici relativamente aspecifici, non psicotici,
sovente protratti e di cui il malato stesso si lamenta. Il concetto di sintomi
di base ribalta la tradizionale visione clinica della schizofrenia, valorizzando
ciò che non appare produttivo, positivo; costituisce la sintomatologia
di maggiore durata nel decorso delle psicosi schizofreniche ed è correlata
con la cattiva prognosi in termini clinici e sociali. Huber (26)
sottolinea come le ricerche catamnestiche abbiano ormai accertato che il concetto
stesso di psicosi è valido, nella maggior parte dei casi di schizofrenia,
solo per i relativamente brevi periodi produttivi e non per l'intero decorso
della malattia, soprattutto dopo l'introduzione dei trattamenti farmacologici.
I sintomi-base sono una molteplicità di disestesie e cenestopatie,
di disturbi dello schema corporeo e dolori circoscritti, connessi con disturbi
affettivi, sintomi vegetativi, inibizione pragmatica. A differenza dei sintomi
fondamentali di Bleuler, e dei loro moderni successori operazionalizzati i
sintomi negativi, che sono osservabili dall'esterno sulla base del comportamento
e della espressione, i sintomi-base possono essere osservati immediatamente
solo dalla persona disturbata. Essi sono esperienze primarie che costituiscono
la base di sintomi psicotici complessi di primo e secondo rango. Klosterkotter
(27)
ha dimostrato il passaggio da sintomi-base a sintomi di primo rango, attraverso
"sequenze di transizione": il fine del processo è di rendere
un'esperienza complessa e allarmante per il soggetto, inadeguato a fronteggiarla
per via del difetto neurointegrativo che è il fondamento biologico
della vulnerabilità schizofrenica, comprensibile e gestibile attraverso
una donazione di senso (per quanto incongruo questo ci possa apparire); la
schizofrenia produttiva è, in tale situazione, l'unico tentativo di
adattamento e compenso. Ebel et al. (28)
,comparando i sintomi-base dei disturbi schizofrenici ed affettivi, dopo aver
ricordato che questi sintomi non sono esclusivi della schizofrenia, ne riscontrano
la presenza nelle tipiche depressioni endogene; con la differenza che qui
compaiono più frequentemente sintomi-base dinamici e vegetativi, mentre
quelli cognitivi e cenestesici sono significativamente più rappresentati
nel gruppo della schizofrenia. Così, i sintomi-base si riscontrano
in tutte le psicosi idiopatiche, ma con diversa frequenza e nei disturbi affettivi
senza i deficit di base cognitivi rilevanti per le sequenze di transizione.
Come dicono Huber et al. (29)
,il concetto di sintomi-base è transnosografico, e vale per le tre
"psicosi idiopatiche" schizofreniche, maniaco-depressive e schizoaffettive;
del resto, per queste ultime, essi constatano che solo un terzo va incontro
a remissione completa e una sindrome deficitaria irreversibile si presenta
nei due terzi dei casi.
Da Muscatello et al. (30)
,il disturbo schizoaffettivo è stato visto, piuttosto che come una
collezione di entità nosografiche intermedie tra le due psicosi maggiori,
alla stregua di una posizione di mezzo, di una tappa psicopatologica che può
estinguersi o perdurare, evolversi o regredire, una specie di crocevia patogenetico
che nella sua indeterminatezza e potenzialità può offrire alternative
nosodromiche e modulare il percorso psicotico. In questo suo collocarsi a
monte delle più definite e cristallizzate psicosi classiche risiede
forse la relativa benignità prognostica del disturbo, nonché
la sua eterogeneità: centrato su vissuti fluttuanti e informi di vergogna
e indegnità, esso può successivamente rinforzare gli aspetti
di colpa e depressione, orientandosi verso il versante affettivo, oppure enfatizzare
le esperienze sensitive ad essi connesse, evolvendosi verso il riferimento
e la persecutorietà dell'esperienza. In ossequio alla centralità
della ferita narcisistica nella genesi del disturbo, Ballerini (31)
individua nella vergogna l'emozione originaria, non facilmente riaccessibile,
che segna la fase d'insorgenza del percorso psicopatologico. Questa esperienza
emozionale, drammatica e inconfessabile, starebbe a monte della colpa e della
persecuzione.
Punto di vista psicodinamico
Il tentativo di enucleare un'emozione come substrato eziopatogenetico
dei disturbi schizoaffettivi sembra peccare di un eccesso di riduzionismo:
è stato infatti rilevato da Wurmser che le difese dalla vergogna sono
molteplici, e quindi molteplici sono gli sviluppi psicopatologici di questo
stato d'animo (32)
.All'opposto vi è la posizione di chi, come Stoller (33)
,individua nella vergogna una componente dinamica di ogni psicopatologia ed
anzi della vita psichica in generale. Esiste comunque una sovrapponibilità
tra la fenomenologia delle difese dalla vergogna e le organizzazioni di personalità
borderline e narcisistiche, come vi è certamente una relazione tra
incapacità di corrispondere ai propri ideali di perfezione, megalomania
ed onnipotenza, e senso d'inferiorità, vergogna ed infine colpa.
I primi studi psicoanalitici che collegano personalità prepsicotica
e malattia conclamata sono quelli di Abraham e di Fairnbairn (34)
.Fin dal 1924 Abraham imposta il problema tentando una sintesi delle acquisizioni
della psicoanalisi - e in particolare di Freud e di lui stesso - sul rapporto
tra corredo eredo-costituzionale, sviluppo della libido e formazioni psicopatologiche.
Egli concentra la sua indagine sui disturbi ciclici dell'umore, individuando
cinque fattori patogenetici, che sono necessari tutti quanti per la produzione
della psicosi, mentre ognuno di essi preso singolarmente entra nell'eziologia
delle psiconevrosi. Il primo fattore è il fattore costituzionale. Abraham
afferma però che non si eredita direttamente la predisposizione alla
psicosi maniaco-depressiva, bensì un rafforzamento costituzionale dell'erotismo
orale, che agisce come predisposizione generale allo sviluppo della psicopatologia.
Questo fattore facilita il secondo, la fissazione della libido alla fase dello
sviluppo orale, che fa sì che i futuri bipolari siano molto esigenti
riguardo alla soddisfazione delle zone erogene legate all'oralità,
e alquanto sensibili alla frustrazione di questo bisogno. La fissazione della
libido a questa fase dello sviluppo pone una delle più importanti precondizioni
alla comparsa di una psicosi maniaco-depressiva, attraverso il fattore successivo:
le gravi ferite del narcisismo infantile per le esperienze di abbandono, cui
sono legati i ripetitivi e impotenti tentativi del futuro bipolare di ottenere
l'amore di una persona del sesso opposto. Queste ferite narcisistiche devono
occorrere, e questo è il quarto fattore, prima del superamento dei
desideri preedipici ed edipici, il che fa sì che si stabilisca una
permanente associazione tra il complesso d'Edipo e la fase orale-cannibalica
dello sviluppo, e che il processo psicologico si rivolga prevalentemente alla
madre. Il quinto fattore è infine la ripetizione di questo modello
primario di frustrazione e di abbandono nelle fasi successive della vita.
Classici sono gli studi di Fairnbairn (35)
sulla personalità schizoide, definita dalla freddezza, dal distacco,
dalla tendenza alla solitudine, dall'emotività coartata, dall'atteggiamento
di onnipotenza e di isolamento. C'è un diaframma tra il soggetto e
le proprie emozioni, che anche la tendenza ad agire non riesce a rompere,
persistendo il senso di vuoto. Il concetto di schizoidia non è un'entità
nosografica, ma un concetto "trasversale" di significato quasi esclusivamente
psicopatologico che si riferisce a una dinamica costante di movimenti intrapsichici,
rintracciabile in diverse organizzazioni personologiche. Lo stato schizoide
si caratterizza quindi come espressione psicopatologica specifica e individuabile
sulla base di un assetto dinamico caratteristico il cui elemento fondamentale
è costituito dalla presenza di scissioni dell'Io. Con Fairnbairn, il
fenomeno posizione schizoide è riconosciuto come una condizione basilare
della psiche; con la Klein (36)
,diviene una delle due posizioni fondamentali. Le posizioni kleiniane sono
configurazioni di fantasie, di angosce, di difese e di rapporti con l'oggetto
che costituiscono fasi ricorrenti dello sviluppo, che si succedono e si rincorrono
durante tutta la vita, ma proprio per questo rappresentano anche modalità
di funzionamento mentale. Tra le teorie psicoanalitiche, quella della Klein
ripropone nella fase arcaica dello sviluppo il bipolarismo delle psicosi,
interpretando queste ultime come una cristallizzazione, una fissazione dei
meccanismi psicodinamici propri di ciascuna fase. Secondo Fossi (37)
,tuttavia, la spiegazione eziologica della Klein è basata su una ipotesi
ad hoc, inammissibile in ambito scientifico, in quanto si basa sulla sequenza
osservazione di una condizione patologica dell'adulto - collocazione di questa
nella prima infanzia - sua utilizzazione per spiegare la condizione di partenza.
Pur con queste riserve, le posizioni kleiniane descrivono modalità
di rapporto, transferts ed organizzazioni di personalità che hanno
un riscontro clinico, ed offrono una direzione dello sviluppo. Steiner (38)
introduce tra le due una terza posizione, la posizione borderline o rifugio
della mente. Essa esprime l'incapacità di completare il passaggio da
posizione schizoparanoide a posizione depressiva cercando protezione in un'organizzazione
caratteriale patologica, a partire da una delle due posizioni fondamentali.
Anch'essa non si identifica necessariamente coi pazienti borderline, ma corrisponde
a un'organizzazione mentale tipica in senso lato dei disturbi di personalità.
Le organizzazioni caratteriali patologiche sono quindi strutture difensive
rigide, il cui scopo è di evitare l'esperienza della perdita, del lutto,
del dolore psichico, che da un lato servono a legare, neutralizzare e controllare
la distruttività di tipo primitivo, dall'altra costituiscono un'area
protetta, ma anche isolata, ritirata, stagnante, e si risolvono in un intralcio
e un impedimento allo sviluppo psichico. Le organizzazioni patologiche di
personalità possono quindi essere intese sul piano psicodinamico come
specifiche configurazioni di relazioni oggettuali tra loro variamente interconnesse
in modo da evitare l'angoscia, il dolore e lo sviluppo psichico, sul piano
descrittivo come caratteristiche permanenti, rigide, scarsamente adattabili
della personalità, conseguenza di un particolare rapporto con la realtà
in cui essa, analogamente ai casi di feticismo descritti da Freud, è
contemporaneamente accettata e negata; questo comporta, sul piano intrapsichico
la coesistenza di stati dell'Io scissi, contraddittori, continuamente alternantisi,
sul piano oggettuale l'elusione del rapporto con l'altro e la realtà
stessa.
Il concetto di psicosi unica
L'inesaustività dei sistemi diagnostici e l'esistenza
di faglie nella ripartizione delle entità nosografiche in classi omogenee
evocano un fantasma che a lungo ha aleggiato nella psichiatria europea: la
Einheitpsychose (psicosi unica). Questo concetto, ancorché interessante
dal punto di vista euristico, rischia di essere come l'assoluto di Fichte,
di cui Hegel diceva "una notte in cui tutte le vacche sono nere".
Già in Chiarugi (39)
l'idea di psicosi unica nasce come reazione al paradigma classificatorio,
ritenuto inapplicabile per le troppe turbative. In antitesi egli propugna
l'idea di psicosi unica, dividendo la "Pazzia" in tre generi: Malinconia,
Mania, Amenza, che possono mescolarsi tra loro, succedersi, o infine trasformarsi
l'uno nell'altro, fino a far pensare che essi possano essere "una modificazione
diversa d'una causa comune". Chiarugi pone l'origine della Pazzia dal
lato organico in uno squilibrio nella funzionalità del cervello, e
dal punto di vista psichico nelle Passioni, nelle Meditazioni, nella Fantasia:
attraverso un movimento auto-alimentantesi, esse si sottraggono alla volontà,
finché ogni passione portata all'eccesso degenera e si trasforma nel
suo opposto; di conseguenza ogni genere di pazzia si trasforma in un altro.
Ma l'idea di psicosi unica si identifica con Griesinger (40)
,che definisce la follia "un complesso sintomatico di diversi stati anormali
del cervello", i quali hanno gravità crescente e sono riconducibili
a modalità di azione sul cervello da parte di diversi fattori patogeni.
Le malattie sono divise in primitive e secondarie, e in emozionali e degenerative,
a seconda dei meccanismi patogenetici e dei reperti anatomo-patologici; tuttavia,
al di là delle differenze, esse rappresentano dei livelli di gravità
crescente di uno stesso disturbo di base.
Secondo Gaston (41)
,la psicosi unica è "il modello nascosto della psicologia del
profondo". Al contrario, infatti, dei paradigmi descrittivo-nosografici,
che pretendono di scomporre la continuità del reale approfondendo ad
arte i punti di rarefazione, le varie teorie psicodinamiche ammettono un determinismo
unitario della malattia, della salute e del clivaggio tra salute e malattia.
Se noi confrontiamo lo schema di successione dei transferts patologici quale
per esempio è descritto da Kernberg (42)
con i disturbi di personalità dei DSM, si vede che esiste una certa
corrispondenza tra organizzazioni patologiche della mente e nosografia dei
disturbi di personalità. Le organizzazioni di personalità patologiche
sono per definizione rigide, stabili, e quindi tendenzialmente omeostatiche.
La forte omeostaticità degli assetti caratteriali patologici sembrerebbe
escludere un rapporto tra essi e la vulnerabilità. Ma la questione
è lungi dall'esser conclusa; citiamo alcune questioni irrisolte:
- il rapporto tra disturbo borderline e disturbi affettivi,
poc'anzi esposto;
- il fatto che esista, nel DSM-IV, tra le categorie che richiedono ulteriore
studio, un disturbo di personalità depressivo, evidentemente distinto
dalla distimia, e che potrebbe esprimere la predisposizione alla depressione
senza malattia conclamata, come il disturbo di personalità schizotipico
esprime la predisposizione alla schizofrenia senza malattia;
- l'idea, a questa simmetrica, di spostare i disturbi schizotipico,
schizoide e paranoide in Asse I, come forme attenuate, ma pur sempre facenti
parte dello spettro schizofrenico;
- infine la proposta di Zubin (25)
di introdurre, nella prossima edizione del DSM, un asse apposito della vulnerabilità.
Il problema è aperto anche all'interno dell'indirizzo biologico e psicopatologico. Huber (26) parla di schizofrenia cenestesica per indicare un quadro a decorso cronico, progressivo, subdolo, in cui la diagnosi di schizofrenia viene effettuata anni dopo l'instaurarsi dei sintomi-base; l'esito è un Defekt della personalità più o meno pronunciato, con peggioramenti acuti, veri e propri episodi psicotici, ma anche intervalli di normalità. Inoltre il tipo di mutamento di personalità è riconoscibile come schizofrenico solo in particolari momenti. Più frequentemente, esso dà un esito affine ai disturbi di personalità, sia di tipo emotivo-impulsivo, che di tipo astenico-ipocondriaco. Huber et al. (29) rilevano la presenza di sintomi-base in pazienti diagnosticati secondo il DSM-III-R come affetti da disturbi di personalità, da disturbi affettivi (più spesso distimie), da disturbi somatoformi (soprattutto ipocondria), e da disturbi d'ansia (specie attacco di panico). Questo pone il problema della diagnosi differenziale tra stadi-base prepsicotici e le suddette categorie nosografiche, ma non autorizza ad espandere la categoria delle schizofrenie verso i disturbi di personalità, né ad accettare il modello del continuum tra le due psicosi maggiori. Excusatio non petita: se gli autori si sono sentiti in dovere di fare questa precisazione è perché la teoria dei sintomi-base ripropone fortemente il rischio di una overdiagnosis di schizofrenia, mentre la transnosograficità dei sintomi-base rimanda all'Einheipsychose.
Le insidie del realismo nosografico
I disturbi schizoaffettivi confondono inesorabilmente coloro
che credono ciecamente al "realismo" della nosografia, ovvero all'esistenza
in natura di entità definite - da familiarità, sintomatologia,
decorso, esiti e risposta al trattamento - che corrispondono alle varie malattie
mentali. La loro complessità mette in crisi la diagnostica operazionale
basata appunto sui criteri "naturali" di malattia prima elencati.
I sottotipi bipolare e maniacale - che nei DSM si riducono a uno solo - sono
sovrapponibili al Disturbo Bipolare con Manifestazioni Psicotiche Incongrue
all'Umore, salvo che per il benedetto intervallo di due settimane libero da
alterazioni dell'Umore, che certo come criterio d'esclusione è un po'
fragilino. Il disturbo schizodepressivo è l'entità più
problematica, eterogenea, autonoma dallo spettro depressivo, a mezza strada
tra questo e lo spettro schizofrenico, variabile come decorso e come prognosi
(e addirittura le opinioni sono contrastanti sul fatto che essi siano più
benigni o più maligni degli altri disturbi schizoaffettivi), ma secondo
un'autorità come Akiskal è proprio questo l'autentico disturbo
schizoaffettivo. I tentativi di sistematizzare questa entità in base
alla familiarità, al decorso, alla risposta al trattamento mostrano
qui impietosamente i loro limiti.
Gli studi genetici e biologici mostrano delle sovrapposizioni tra schizofrenia,
mania e disturbi schizoaffettivi e suggeriscono di considerare un modello
unitario di psicosi. La possibilità che l'interazione tra vulnerabilità
biologica, traumi ambientali, e susseguenti reazioni psicologiche produca
lo spettro di stati clinici misti tra schizofrenia "pura" e psicosi
affettiva "pura" necessita, secondo Meltzer (43)
,di ulteriore approfondimento. In accordo con questo modello interattivo
di psicosi unitaria, Caine e Shoulson (44)
riportano che 24 pazienti ammalati di morbo di Huntington manifestarono sette
ben definiti disturbi del DSM-III, tra cui la schizofrenia e il disturbo affettivo,
e altre sindromi più indefinite, concludendo che l'eterogeneità
in un disturbo con un meccanismo patogenetico unitario conosciuto sfida gli
attuali sforzi nosografici di "demarcare sindromi omogenee comportamentali".
La vexata quaestio dei disturbi schizoaffettivi ci riporta all'ironica
classificazione zoologica di Borges, per ricordare che le classificazioni
ci introducono in uno spazio che Foucault ha definito "il non-luogo del
linguaggio" (45)
.Il dato dell'eterogeneità dei disturbi ci dice che essi non si costituiscono
di per sé in entità naturali, ma sono pur sempre una convenzione
linguistica applicata a una descrizione della realtà. La suddivisione
delle entità nosografiche in base alle costellazioni di sintomi prescinde
dalla costituzione biologica dei pazienti, dalle caratteristiche di personalità,
dalle influenze dell'ambiente, dalla risposta al trattamento e da tutti quegli
altri fattori che differenziano un essere umano da una sindrome psichiatrica.
In altre parole, la psicopatologia è un continuum, con delle
rarefazioni; queste rarefazioni possono ingenerare nel clinico l'illusione
che vi siano delle cesure tra una sindrome ed un'altra, ma la questione è
destinata a restare impregiudicata. Con le parole di Belmaker e Van Praag
(46)
:
"Abbiamo davanti a noi un frutto chiamato psicosi, ma non sappiamo se
sia un agrume, che si dividerà in sezioni separate, oppure una mela,
che dobbiamo dividere noi con tagli arbitrari".
Di fronte al caos della nosografia psichiatrica i due concetti che più
hanno informato le nuove classificazioni categoriali sono stati quelli della
affidabilità e del consenso, come determinante è stata l'elaborazione
delle tassonomie da parte del filosofo Hempel (47)
,che ha introdotto in psichiatria il concetto di definizione operazionale,
cui si sono ispirati i vari DSM. Tuttavia, come sottolinea Strick (48)
,un aumento di affidabilità e di consenso non significa necessariamente
un miglioramento della qualità dei dati, visto che si può ottenere
un consenso su un concetto con una perdita di informazione.
Richiamandoci a Jaspers (49)
,la storia della nosografia psichiatrica può essere letta come una
ininterrotta lotta tra due organizzatori nosografici fondamentali, unitarietà
e molteplicità della patologia psichiatrica, ovvero continuità
e discontinuità delle diverse sindromi. Pensare in termini unitari
significa essere in grado di tenere in considerazione un'enorme mole di dati
informativi, senza poter trovare in essi principi esplicativi e ordinari validi,
cioè senza poter effettuare diagnosi differenziate di tipo medico che
in psichiatria sono sempre riduttive, cioè povere, insufficienti, relativamente
poco correlate alla prognosi e alla terapia. In questi ultimi anni, all'opposto,
vi è stata una crescente prevalenza delle classificazioni categoriali
(DSM e ICD), nonostante l'affermarsi di raffinati concetti semiologico-clinici
e modelli psicopatologici trans-nosografici, quali il concetto di sintomi-base
di Huber e Gross, il quadro strutturale-dinamico delle psicosi di Janzarik,
il modello di inquadramento multiassiale delle psicosi di Guyotat, la psicopatologia
funzionale di Van Praag. Il paradigma unicista permane tuttavia nella pratica
terapeutica e nella gestione delle problematiche psichiatriche che si declina
nell'operare dei servizi e che di fatto, valorizzando gli aspetti socio-organizzativi,
pone sullo sfondo le distinzioni diagnostiche. In uno studio di Lipkowitz
(50)
si impiega un questionario distribuito a più di mille psichiatri statunitensi
per individuare i loro criteri diagnostici rispetto alla schizofrenia e per
verificare se l'introduzione dei DSM ne ha modificato la concettualizzazione.
Ne è risultato uno scarso interesse, in quanto solo il 26% ha risposto
al questionario e dalle analisi delle risposte emerge che un alto numero di
psichiatri ha un approccio soggettivo e asistematico alla schizofrenia. In
uno studio di Liebermann e Baker (51)
,in cui si confrontano le diagnosi in Pronto Soccorso e in successive ospedalizzazioni,
si evidenzia che il livello di affidabilità della diagnosi vale per
categorie diagnostiche molto ampie (psicosi, depressione) e che tale affidabilità
è sufficiente per un primo intervento, mentre a successivi livelli,
diagnosi più specifiche non sono ugualmente affidabili.
Il conflitto unico/plurimo va esaminato nel rapporto tra continuità
e discontinuità, vale a dire la relazione tra ciò che si può
isolare, separare, discriminare, e ciò che è variazione di caratteristiche,
senza salti e senza fratture. La tipologia, la dimensionalità, la vulnerabilità
si muovono naturalmente nell'ambito dell'unicismo.
Deve esserci una continuità nella natura - ci ricorda Michel Foucault
- perché quel dubbio radicale, istituito da Hume, sulla necessità
della ripetizione dell'esperienza, dovrà essere aggirato dalla storia
naturale, la quale ne è minacciata al medesimo titolo di ogni linguaggio.
Conclusioni
I disturbi schizoaffettivi segnano la crisi del modello categoriale
basato sul decorso e gli esiti. La categoria in questione è stata infatti
introdotta per spiegare le anomalie che sorgevano nella separazione tra schizofrenia
e disturbi bipolari in base alla remissione sintomatica. Oggi si è
visto che è molto più utile pensare in termini di vulnerabilità.
La vulnerabilità è vista come un tratto relativamente persistente
che predispone alla psicosi, risultante da condizioni eredo-costituzionali
e da componenti acquisite (sia di tipo organico, minimal brain damages,
che di tipo psicologico, come disturbo nelle relazioni affettive precoci di
dipendenza). I fattori stressanti provocano episodi di malattia, anziché
l'intera malattia. Questo fa sì che si tenda a individuare un meccanismo
unitario nelle tre psicosi schizofrenica, maniaco-depressiva e schizoaffettiva.
La vulnerabilità psicotica - come dicono Ballerini e Rossi Monti (52)
-è come un oggetto a due facce, da un lato a contatto con il substrato
biologico, dall'altro con le esperienze interne che da sole riescono a definire
ciò che chiamiamo psicosi schizofrenica.
Essa consente una visione integrata della malattia psicotica che abbraccia
il deficit primario (primary illness) e i processi psicoreattivi di
compensazione e coping in grado di condurre, attraverso ciò
che gli autori chiamano "matrice antropologica" e "amalgama
personologico", all'espressione clinica della stessa. Tale dimensione
rimanda al rapporto della psicosi col carattere, o in termini nosografici
coi disturbi di personalità. Questi interessano il decorso della psicosi
sia come sindromi prepsicotiche, che come residui postpsicotici reversibili
e irreversibili. Esistono una serie di forme fluide, di passaggio, tra stadi-base
ed episodi psicotici e d'altra parte i residui psicotici, e lo stesso Defekt,
possono declinarsi secondo le forme del disturbo di personalità (schizotipico,
schizoide, paranoide, borderline), ma anche secondo la nevrastenia e l'ipocondria.
Dal punto di vista psicoanalitico, la carenza di adeguati studi sulla personalità
premorbosa dei disturbi schizoaffettivi non consente di dirimere la questione
se l'assetto di personalità patologico sia una protezione o piuttosto
una predisposizione alla psicosi. Certo, la metafora di Freud, per cui le
nevrosi sono il negativo delle perversioni, torna in mente a proposito del
rapporto tra vulnerabilità-psicosi e disturbo di personalità,
che possono essere diverse espressioni di un deficit di base della personalità,
e allo stesso modo intrecciarsi e modularsi variamente nella storia dell'individuo.