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S. CODA - Vol. 6, Giugno 2000, num.2

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Articolo di aggiornamento/Update article

Invecchiamento e longevità: perdite e risorse a confronto
Ageing and longevity: a comparison between losses and resources

S. CODA

Cattedra di Psicopatologia Forense, Centro di Psicologia Giudiziaria, Università di Torino

Parole chiave:
Persone anziane • Invecchiamento • Longevità • Perdite • Funzioni cognitive • Psicopatologia
Key words:
Old people • Ageing • Longevity • Loss • Cognitive functions • Psychopathology

Premessa

Nel corso di questo secolo si è registrato un graduale aumento della vita media delle persone: basti pensare che l'età media registrata agli inizi del '900 si aggirava intorno ai 50-55 anni, mentre attualmente si calcola di 76 anni nel sesso femminile e di 73 in quello maschile e si prevede che nel 2000 la percentuale di ultrasessantenni raggiungerà il 20% della popolazione (1) .Dati previsionali dell'ONU indicavano già agli inizi degli anni 90 un incremento del 55% delle classi di età superiori agli 80 anni per il trentennio 1985-2015 (2,3) .

A fronte di tale vistoso aumento della popolazione anziana si sono moltiplicate, a partire dagli anni 50, le ricerche volte ad approfondire il processo di invecchiamento. Poco è stato scritto tuttavia sulla psicoterapia del profondo e non con pazienti anziani, come se nulla o quasi si potesse aggiungere alle antiche e note parole di Freud (4) :

"...l'età ha importanza nella scelta dei malati da sottoporre a trattamento analitico, in quanto nelle persone vicine o al di là dei cinquant'anni viene di solito a mancare la plasticità dei processi psichici, sulla quale la terapia fa assegnamento".

E ancora (5) :

"...nelle persone molto anziane si riscontra una sorta di inerzia psichica: tutti i processi, tutte le relazioni e tutti i rapporti di forza appaiono immutabili, fissati e irrigiditi e si assiste a un esaurirsi, per una sorta di entropia psichica, delle capacità ricettive".

Le ragioni di tale silenzio vanno probabilmente ricercate nelle resistenze indotte dall'anziano, che traggono origine anche dall'attuale cultura fortemente individualistica, edonistica e tanatofobica, da cui lo psicoterapeuta non può considerasi immune.

Per tale ragione fino a oggi i trattamenti proposti e imposti alla popolazione anziana sofferente di un disagio psicologico sono stati fondamentalmente di tipo farmacologico.

Segnaliamo, però, alcuni dati di indubbio significato statistico:

l'O.M.S. riporta le statistiche del National Institute of Mental Health (N.I.M.H.), secondo le quali l'incidenza di nuovi casi di psicopatologia è su ogni 100.000 di 2,3 nuovi casi per la popolazione sotto i 15 anni; di 76,3 nuovi casi per quella dai 25 ai 34 anni; di 93 per quella dai 35 ai 54 anni e di circa 240 per quella al di sopra dei 65 anni. Circa il 15% delle persone sopra i 65 anni ha disordini psichici di tipo funzionale, di varia gravità, che potrebbero probabilmente beneficiare di un trattamento psicoterapico (1) .

A fronte di tali dati si rende evidente la necessità di approfondire dal punto di vista teorico e metodologico lo studio di tale settore operativo.

Introduzione

Innanzi tutto è bene apportare un chiarimento terminologico: in letteratura si incontrano termini quali invecchiamento, senescenza, vecchiaia, senilità, che, anche se in alcune occasioni vengono utilizzati come sinonimi, presentano sfumature differenti. Di recente è stato proposto da alcuni Autori di considerare, secondo l'impostazione di Ames (6) , "invecchiamento" e "senescenza" come sinonimi; mentre al termine "senilità" viene attribuito il significato di "aspetto patologico della vecchiaia" (7) .Nella mia trattazione mi atterrò a questa impostazione semantica.

L'invecchiamento o senescenza consiste nel processo che conduce alla condizione di vecchiaia e pertanto si connota in termini dinamici. Premesso che convenzionalmente si colloca l'inizio dell'invecchiamento intorno al 65° anno di età, è importante precisare che in tale processo esistono tre aspetti non omogenei: biologico (il mutare e il decadere del corpo), psicologico (il modificarsi dell'adattamento alla vita quotidiana) e sociale (il cambiamento del ruolo dell'anziano nella società), in contemporaneo e non coincidente movimento (8,9) .

Inoltre, nei primi studi l'invecchiamento si distingueva, per una implicazione regressiva e distruttiva, dal processo di accrescimento, che era invece caratterizzato da una modificazione progressiva e costruttiva (7) .

L'invecchiamento era considerato come il processo attraverso cui l'individuo diminuisce quantitativamente le proprie strutture e perde progressivamente le proprie funzioni.

I più recenti studi si pongono in modo critico di fronte a questa teoria. I processi di invecchiamento sono infatti descritti da Cesa-Bianchi (7) come modificazioni confrontabili a quelle che avvengono nei processi di accrescimento, ma non a questi "inversi".

L'impostazione teorica conosciuta come psicologia dello sviluppo, centrata sui processi dinamici che avvengono durante tutto il ciclo vitale, dalla nascita fino all'età più avanzata, sottolinea infatti come i vari aspetti di una data fase dell'esistenza siano correlati ai fenomeni che li precedono e trovino in questa prospettiva una comprensibilità nuova.

Mentre l'accrescimento nelle organizzazioni strutturali e funzionali riscontrabili in individui "normali" avviene in modo sequenziale-stadiale, l'invecchiamento presenta eterocronia, cioè modalità e tempi differenti a diverse età:

"il principio dell'eterocronia dell'invecchiamento, oggi universalmente riconosciuto, prevede che il passaggio dall'accrescimento all'involuzione possa avvenire ad età cronologiche differenti non soltanto per i diversi individui, ma anche per le singole funzioni all'interno di uno stesso individuo" (7) .

Antonini (10) ha evidenziato che l'accrescimento e l'invecchiamento presenterebbero ciascuno alcuni degli aspetti che caratterizzano l'altro: infatti nell'accrescimento prevale la progressione, ma è presente anche la regressione; nell'invecchiamento è preminente la regressione, ma si rileva anche, per alcuni aspetti, una progressione.

Anche Erikson (11) ha collocato la vecchiaia in una prospettiva evolutiva. In un'ottica epigenetica, l'Autore ha ipotizzato per l'intero ciclo di vita una sequela di fasi di sviluppo, ciascuna caratterizzata da una specifica crisi, il cui superamento o meno influenza la successiva.

Kohut (12) propone un modello evolutivo flessibile, che tiene conto dello scorrere del tempo, ipotizzando il Sé come struttura specifica dell'apparato mentale, che evolve e si modifica durante tutto il corso della vita (13) .

Si ipotizza attualmente che nel processo di invecchiamento tendano a regredire, fino anche a decadere, funzioni scarsamente esercitate, ma possano persistere e anche migliorare quelle maggiormente utilizzate. Si può quindi criticare la vecchia associazione unilineare e deterministica invecchiamento/involuzione, essendo riconoscibili anche in tarda età modi e caratteristiche dinamiche e di tipo evolutivo.

Questa messa in discussione della antitesi evoluzione-involuzione rientra in un più vasto orientamento generale delle scienze antropologiche, mediche, psicologiche che hanno negli ultimi anni attenuato molte sicurezze epistemologiche, rinunciando alla delimitazione di un criterio cronologico e a classificazioni categoriali (giovane-vecchio, sano-malato, endogeno-esogeno, somatico-psichico, neurologico-psichiatrico, eccetera) che, in qualche modo, peccavano tutte di riduzionismo (14) .

Se da un lato è possibile rinvenire numerose prove a favore della continuità e della compresenza di accrescimento e invecchiamento, è pure innegabile che ad un certo momento della vita gli aspetti involutivi iniziano a prevalere su quelli evolutivi, determinando un'inversione di tendenza. Proprio in questo periodo, in cui le "perdite" possono sovrastare le "risorse residue", il disagio psicologico può slatentizzarsi o acuirsi, inserendosi come un quid pluris nella vita psichica dell'anziano, oppure prendere forma per la prima volta, venendo ad assumere le caratteristiche di un quid novi. A questo livello si può convenzionalmente collocare l'esordio dell'invecchiamento psicologico (il diminuire delle motivazioni, degli interessi, il mutare delle abilità nei vari settori della vita, il cambiamento del senso attribuito alla vita).

La maggior parte degli Autori è concorde oggi nel distinguere una vecchiaia "fisiologica", caratterizzata da alcune modificazioni statisticamente normali per l'età del soggetto, da una vecchiaia "patologica", segnata da più o meno gravi compromissioni funzionali e di personalità, tali da inficiarne l'adattamento.

Negli ultimi tempi si è dato inoltre maggiore risalto all'aspetto della soggettività e unicità dell'individuo e del processo di invecchiamento che lo coinvolge: ci si è accorti che non è possibile compiere generalizzazioni teoriche, tratteggiando "la psicologia del sessantenne, del settantenne, eccetera", essendo troppo rilevanti le differenze individuali, dovute alle diverse storie e alle diverse situazioni esistenziali in atto (14) .

Ciò rafforza l'artificiosità di delimitazione della vecchiaia basata solo su un criterio cronologico (8) .

Altrettanto artificiosa risulta infine la distinzione tra aspetti cognitivi, somatici, psicologici e sociali dell'invecchiamento, in quanto è noto come tutti questi ambiti si influenzino reciprocamente; per ragioni di sistematicità espositiva manterrò tuttavia valida tale distinzione.

La componente cognitiva dell'invecchiamento sarebbe, secondo le teorie più moderne e condivise, quella maggiormente legata all'involuzione della struttura cerebrale; la componente psicologica sarebbe invece maggiormente correlata alla personalità, alla storia individuale, allo stile di vita, alle interazioni ambientali, agli eventi e all'assetto del tono dell'umore.

Le modificazioni cognitive possono seguire una strada indipendente da quelle psicologiche; anche se innegabile, l'interazione fra le due componenti è quanto mai singolare, varia da soggetto a soggetto e segue percorsi di vita che non consentono facili generalizzazioni.

Biologia dell'invecchiamento

Le ipotesi biologiche formulate fino a oggi sull'invecchiamento sono numerosissime e propongono una complessa interazione di fattori genetici, immunitari e neuroendocrini.

Nella sostanza, tuttavia, esse possono suddividersi in due gruppi.

Al primo appartengono tutte quelle che considerano l'invecchiamento come un processo passivo dovuto all'accumulo di prodotti tossici, o a una sorta di esaurimento funzionale, o, ancora, a un equivoco biologico, una sommatoria negativa di errori che l'organismo commette dal concepimento in poi. Ne sono un esempio le teorie biologiche che chiamano in causa fattori genetici, come alterazioni nella duplicazione del DNA. Alcuni Autori inoltre considerano il processo di invecchiamento dell'organismo regolato dal sistema nervoso centrale: le alterazioni cerebrali darebbero il via a una cascata di eventi metabolici e fisiologici che porterebbero, gradatamente, organi e tessuti a una perdita di efficienza funzionale, per cui questi ultimi resisterebbero sempre meno all'azione disgregatrice dell'ambiente. Si pensa, in un'ottica biologica, che lo studio dei processi di invecchiamento cerebrale possa chiarire i meccanismi generali della senescenza, ancora in larga misura ignoti (15) .

Al secondo gruppo fanno capo quei gerontologi per i quali l'invecchiamento sarebbe un processo attivo, dovuto a un'autodistruzione programmata, che procederebbe silenziosa, dal concepimento alla morte. Il termine "programmata" viene utilizzato nel senso di "guidata e controllata da geni particolari", che si attiverebbero quando l'organismo è giunto a maturazione. Tali geni sarebbero stati conservati nel corso dell'evoluzione, in quanto, accanto agli effetti distruttivi, ne avrebbero altri utili e attivati precocemente (7) .

In altre parole, le cellule dell'organismo, continuamente esposte ad agenti potenzialmente danneggianti di origine endogena ed esogena, per mantenere la propria integrità, hanno sviluppato una serie di meccanismi di difesa, tra cui la morte cellulare programmata (o apoptosi) e finalizzata ad eliminare cellule gravemente danneggiate e/o mutate e sono in grado di attivare meccanismi di riparazione del DNA. La loro contemporanea messa in funzione costituirebbe quel "network di difesa" che, come sostiene Franceschi (16) ,rappresenterebbe il principale sistema anti-invecchiamento dell'organismo. Il livello complessivo della funzionalità ed efficienza del network sarebbe controllato geneticamente ed in modo quantitativamente diverso nei singoli individui di una determinata specie, rendendo ragione, almeno in parte, della differente longevità dei diversi individui e della apparente "familiarità" della longevità. Quello che determinerebbe la longevità sarebbe dunque il risultato di un bilanciamento, modificatosi con l'evoluzione, tra meccanismi pro-invecchiamento, che tendono a destabilizzare il DNA, e meccanismi anti-invecchiamento (in primo luogo quelli del network di difesa), che tendono a conservare integrità e correttezza dell'informazione genetica, eliminando le cellule e le molecole alterate e mutate.

Invecchiamento: ipotesi psicologiche alternative

In analogia con le ipotesi biologiche, anche in ambito psicologico si possono individuare due filoni interpretativi ben rappresentati dalla teoria del disengagement e da quella dell'activity.

La teoria del disengagement (del disimpegno), proposta da Cumming e Henry nel 1961, vede nell'invecchiamento una riduzione progressiva delle funzioni individuali e interpersonali. Secondo tale prospettiva, l'invecchiamento comporta inevitabilmente un soggettivo e un obiettivo disimpegno sul piano fisico, psicologico e sociale, con la conseguente incapacità di rispondere alle esigenze sempre più rapidamente rinnovate di un mondo in continua trasformazione. È un "lasciarsi andare alla deriva": conseguenza in parte della reale riduzione delle capacità e delle abilità preesistenti, in parte di un volontario ritiro dal mondo, favorito e dal pregiudizio soggettivo che "invecchiare significa morire" e da quello sociale secondo cui il vecchio è "oggetto" residuale e marginale di un'organizzazione in cui competizione ed efficienza sono i valori dominanti. Alla perdita del funzionamento biologico, si aggiunge, così, quella del funzionamento psicologico.

Alla teoria del disengagement si contrappone quella elaborata da Havighurst (17) ,nota come teoria dell'activity, secondo la quale il disimpegno non è inevitabile e molti anziani non mostrano di disimpegnarsi, né sul piano fisico, né sul piano psicologico, né su quello sociale. Havighurst (17) ha tentato di individuare le caratteristiche "dell'invecchiare con successo", per facilitare in tutti gli anziani l'insorgere del feeling of happiness e aumentare il loro livello di soddisfazione e di benessere psicologico. Tali caratteristiche consisterebbero nella capacità di mantenersi attivi fino ad età avanzata, impegnandosi nelle attività più diverse, a seconda delle differenti opportunità.

Aspetti specifici dell'invecchiamento

Questo nuovo modo di vedere l'invecchiamento come un processo in cui non si assiste soltanto al progressivo instaurarsi e consolidarsi di aspetti involutivi, di perdita, ma anche di attiva ridefinizione del proprio ruolo e delle proprie possibilità individuali e sociali, trova un suo corrispettivo nei singoli aspetti dell'invecchiamento e nel loro riflesso sulla vita psichica dell'individuo. Di questi andrò qui di seguito ad occuparmi.

Gli aspetti cognitivi dell'invecchiamento

Come è noto, nell'età senile, al normale decadimento cui vanno incontro tutte le persone viene contrapposto il deterioramento patologico. Il progressivo deterioramento delle funzioni cognitive viene ricondotto principalmente alle modificazioni che il cervello umano subisce nel corso della vita e che trovano la loro massima espressione psicopatologica durante l'invecchiamento.

Esistono infatti prove certe della stretta dipendenza tra alterazioni strutturali e alterazioni funzionali del cervello. Tali alterazioni possono essere contrastate o agevolate dalle condizioni ambientali in cui l'anziano vive. Peraltro non esiste una correlazione diretta fra l'involuzione fisiologica cerebrale e il mutare psicologico della persona.

La minore interconnessione nel cervello degli anziani (cui sono correlate le alterazioni nei meccanismi della trasmissione sinaptica) viene evidenziata dalla riduzione della ramificazione dendritica e dal declino di neurotrasmettitori quali acetilcolina, dopamina e noradrenalina. Più che lo spopolamento, nei fenomeni dell'invecchiamento cerebrale, sembra avere sempre maggiore peso il depauperamento dei neurotrasmettitori. Le ricerche condotte post-mortem nell'uomo hanno evidenziato livelli ridotti di dopamina (DA) e noradrenalina (NA) in rapporto con l'età (18) e in specifiche aree cerebrali (19) .

In condizioni fisiologiche lo spopolamento neuronale dell'encefalo dell'anziano è ben lontano dall'inficiare seriamente il suo funzionamento cerebrale. Infatti le "perdite" possono essere in parte contrastate e compensate dal fenomeno della plasticità neuronale e dalla continua e mirata stimolazione ambientale.

Una sintesi dei dati più recenti della ricerca in tema di funzioni cognitive documenta l'esistenza di alcune modificazioni positivamente correlate con l'età (20) ,e cioè:

- un crescente e tendenzialmente globale rallentamento sia psicosensoriale, sia motorio, il quale si traduce in un rallentamento nella elaborazione cognitiva e nella produzione di risposte.

Il deficit sensoriale, così come quello motorio possono causare deficit della stimolazione cognitiva, sia direttamente, sia tramite l'isolamento. I sensi sono infatti gli indispensabili mediatori per una gran parte dell'input cerebrale e una loro compromissione comporta inevitabilmente una flessione delle afferenze sensoriali. Si pensi agli anziani che non possono più leggere il giornale o guardare la televisione per un deficit visivo; i difetti uditivi producono imbarazzo, vergogna e limitano conseguentemente le interazioni sociali; anche i difetti motori, molto frequenti negli anziani, diminuiscono l'autonomia del soggetto, la sua disponibilità esplorativa, la sua probabilità di rapporti interpersonali (14) .A questo proposito, Musco (21) sottolinea come riduzione sensoriale e minore efficienza motoria possano determinare difficoltà di decodificazione degli stimoli e limitazione delle possibilità manipolative sull'ambiente. Tutto ciò può portare, a sua volta, a un restringimento dello spazio fisico e quindi di quello psicologico, con l'aumento della tendenza all'introversione e all'isolamento.

- un aumento della componente cristallizzata (utilizzo del patrimonio di esperienze e di conoscenze) dell'intelligenza rispetto alla componente fluida (capacità adattiva e creativa di fronte a stimoli nuovi). Si rileva inoltre una prevalenza di meccanismi di coping (affrontare difficoltà) passivi e poco mirati.

- una graduale compromissione delle capacità mnesiche. Uno dei segnali di allarme del decadimento delle funzioni cognitive è la perdita di memoria; in questi casi è opportuno differenziare se il fenomeno fa parte di un'involuzione fisiologica o è il primo sintomo di una situazione patologica di tipo demenziale (alla cui base ci sarebbe un abbassamento dell'acetilcolina). Tuttavia, resta il fatto che per una percentuale di persone, seppur ridotta, il decadimento mentale è talmente lieve da non compromettere le funzioni psichiche fondamentali.

La prima causa di perdita della memoria è la mancanza di esercizio: "Il cervello deve essere mantenuto continuamente in allenamento, perché i neurotrasmettitori e le connessioni sinaptiche funzionino in modo efficiente. Possono, inoltre, interferire con la memoria stati di ansia e di depressione, disinteresse, mancanza di stimolazione, tutte situazioni che impediscono il lavoro dei complessi sistemi neurotrasmettitoriali che permettono di fissare, immagazzinare e richiamare le informazioni. Ma in molti individui può verificarsi una situazione patologica dovuta a deficit di uno o più neurotrasmettitori, il che comporta più o meno evidenti disturbi della memoria. Tra i diversi neurotrasmettitori l'acetilcolina è risultata svolgere, anche in tarda età, il ruolo di maggior rilievo nei processi di apprendimento e di memoria e a una sua sostanziale riduzione sono attribuiti gran parte dei deficit neuropsicologici caratteristici del decadimento cerebrale patologico" (22) .

Oltre a fattori organici si pensa che il calo della memoria possa essere collegato anche a componenti psicologiche (rimozione, stati confusionali con finalità difensive). Maggiormente colpita sembra essere la memoria a breve termine, mentre quella a lungo termine appare in genere conservata ed è comunque l'ultima a venire intaccata dal deterioramento patologico (14) ;

-una graduale compromissione delle capacità di apprendimento, soprattutto in funzione della sua rapidità. A tale proposito, ricerche recenti hanno messo in luce come negli anziani avvenga un restringimento dello spazio di vita personale e un aumento delle difficoltà di adattarsi a realtà estranee.

La capacità mnemonica si ridurrebbe, quindi, non tanto per l'impossibilità di memorizzare, ma piuttosto per un certo disinteresse verso contenuti che non rientrano in uno spazio vitale noto e collaudato e che va progressivamente restringendosi. Al contrario, la capacità di apprendere elementi nuovi e pertinenti alle aree nelle quali il comportamento va sempre più circoscrivendosi si mantiene e aumenta (7) .La motivazione costituisce pertanto un aspetto fondante la capacità di apprendimento, non solo negli anziani; accanto ad essa in letteratura si attribuisce, anche per quanto riguarda gli anziani, un ruolo centrale all'autostima (23) .Rispetto ai giovani, inoltre, è noto come negli anziani l'apprendimento sia favorito da tecniche fondate sull'azione (by doing), piuttosto che sulla memorizzazione (by memorizing) (24) .

Godino (20) sottolinea che l'insieme di queste modificazioni di assetto funzionale nelle abilità cognitive può non essere facilmente rilevabile in condizioni di stabilità o in condotte di routine ed essere invece ben evidenziabile in una reazione adattiva al cambiamento e in situazioni generali di stress.

Secondo alcuni Autori, le modificazioni funzionali nell'anziano in condizioni fisiologiche non ne compromettono l'adattamento, a patto che aspettative e obiettivi dell'anziano vengano aggiustati e ridimensionati. Grazie alla "vicarianza delle attitudini", un soggetto anziano è in grado di supplire i deficit connessi al decadimento di alcune capacità, utilizzando altre abilità e funzioni. Alla riduzione della rapidità senso-motoria, ad esempio, si affianca la conservazione e spesso il miglioramento di precisione e accuratezza; l'efficienza intellettiva diviene più lenta, ma anche più riflessiva. Con l'avanzare dell'età, in sintesi, diminuisce la possibilità di fornire prestazioni eccezionali, ma è conservata quella di ottenere prestazioni medie abituali. Si restringerebbe inoltre la gamma delle attività, ma non l'efficienza e l'efficacia di quelle possibili (7) .

Un fattore fondamentale per contrastare in parte il deterioramento mentale resta in ogni caso, secondo la letteratura, quello della stimolazione e dell'esercizio: "per ogni anziano è possibile migliorare il proprio rendimento pensando, ragionando, leggendo, studiando, giocando, lavorando, ma soprattutto parlando e rispondendo non solo ai suoi coetanei, ma anche a persone più giovani" (7) .

Nei casi in cui il deterioramento assume entità patologiche, si avranno vari livelli di compromissione funzionale, fino ad arrivare a conclamati quadri di demenza.

Gli aspetti fisici dell'invecchiamento

La frequente insorgenza di problemi somatici, handicap estetici, patologie organiche, spesso invalidanti, può avere come conseguenza l'isolamento o, quanto meno, un grave impedimento alle relazioni sociali, con un alto rischio di depressione e/o di spegnimento delle funzioni cognitive.

Particolarmente frequenti sono gli equivalenti psicosomatici che spesso si costituiscono come quadro di allarme neurastenico manifestantesi attraverso cefalee, mialgie, rachialgie, dolori nucali, disturbi del sonno, turbe dell'equilibrio, astenia, formicolii, cardiopalmo, poliuria, tachicardia, estremità fredde e altro.

In generale, le malattie genericamente intese sono una delle principali fonti di timore per l'anziano, che già si sente fragile e quindi più esposto al rischio di ammalarsi. La malattia, sia nella sua attualità, sia nella sua potenzialità, è percepita come qualcosa di ineluttabile e intrinsecamente connessa all'invecchiamento e può portare con sé angosciosi vissuti di inadeguatezza, di inutilità e di morte.

Da un punto di vista psicologico, il vivere il proprio Sé e, di conseguenza, con il proprio Sé è ampiamente condizionato dalle emozioni e dai significati che, con l'inizio del cambiamento involutivo, possono essere quelli dell'allarme e della costruzione di ipotesi negative sul presente e sull'immediato futuro. La percezione del decadimento fisico che può accompagnare i disturbi psicosomatici o seguire ad essi, viene spesso assunta dall'anziano come immagine di un Sé corporeo che va deteriorandosi e sgretolandosi (25) .Non solo: ma il progressivo venir meno "di un'armonica percezione e integrazione dell'immagine del Sé nella prospettiva e nel ruolo che la realtà esterna concretamente fornisce" (26) alimenta, a sua volta, una comprensibile diminuzione di vitalità, vigore fisico ed energia psichica ed una maggiore difficoltà ad adattarsi alle richieste ambientali. In altre parole, "la persona reagisce non solo al difetto fisico e/o psichico che l'invecchiamento comporta, ma anche alle modificazioni che esso determina nel suo operare; o si scoprirà negativamente diverso e sarà costretto a un più o meno brusco mutamento di ruolo o sarà considerato diverso dall'ambiente nel quale è inserito e dove, il più delle volte, è insufficiente la valorizzazione degli aspetti positivi legati all'età anziana" (26) .

Il progressivo indebolimento dell'Io e il cedimento dei meccanismi di difesa, fanno sì che aumentino l'ansia e le attenzioni rivolte al corpo, a loro volta esprimentisi in frequenti e tormentose richieste di visite mediche e specialistiche. Per converso, il ricorso alla negazione o alla regressione può far sì che l'anziano adotti meccanismi ipercompensatori fittizi e miri a ostentare con intransigente cocciutaggine e rigidità una salute e una sanità che invece sono compromesse, o assuma ruoli infantili che, dietro al puer, celano il decadimento e il venire meno dell'efficienza.

La malattia, in particolare quella invalidante, comportando una perdita dell'autonomia, costringe l'anziano alla dipendenza e genera vissuti depressivi o ansiosi. L'ambiente sociale e familiare, a loro volta, svolgono funzioni positive o negative sui vissuti del paziente, modificando le risposte soggettive individuali. Pertanto, il quadro finale è unico e irripetibile, non schematizzabile e non generalizzabile, essendo molte le variabili che entrano in gioco e assumendo ognuna di esse significati differenti, che seguono regole di causalità circolare e non unilineare.

Gli aspetti affettivi dell'invecchiamento

Benché la personalità sia un fattore psicologico relativamente "stabile" nel tempo, almeno in condizioni di normale invecchiamento fisiologico, durante la senescenza anche gli affetti e le emozioni subiscono degli "aggiustamenti" (27) .L'affettività tende a modificarsi sia quantitativamente, sia qualitativamente. Innanzitutto si riduce l'intensità soggettiva, rispetto a contenuti che in precedenza suscitavano reazioni intense; ne consegue un'attenuazione dell'aspetto espressivo. In secondo luogo, l'affettività si concentra su poli circoscritti dal momento che, piuttosto che da condizioni esterne, l'anziano è coinvolto da quelle personali: in particolare dal suo benessere fisico e psichico e dal suo status economico e sociale. Il risultato finale è il prevalere di un egocentrismo sempre più accentuato (7) .

Mentre cioè la personalità del giovane è di tipo prevalentemente centrifugo, proiettata verso l'esterno e verso il futuro, la personalità dell'anziano è centripeta, ossia rivolta prevalentemente al proprio Io, con tutto il carico di ricordi, esperienze e sentimenti che lo caratterizza. Gli investimenti affettivi si rivolgono al proprio presente e al proprio corpo che, come già segnalato, può diventare oggetto di preoccupazioni ipocondriache o il tramite attraverso cui comunicare all'esterno per attirare le attenzioni altrui (25) .

Questo tuttavia non significa che per l'anziano i legami affettivi e le relazioni interpersonali siano insignificanti; al contrario, l'anziano è in grado di amare e ha bisogno di sentirsi amato, di ricevere attenzioni e affetto. È noto infatti come, a qualsiasi età, rapporti affettivi soddisfacenti favoriscano un'attività psichica globalmente efficiente e una adeguata motivazione alla vita (25) .

Anche la sessualità continua a rappresentare in età senile un importante aspetto della vita affettiva. Aver perso, o ridotto in modo consistente la propria capacità procreativa non costituisce motivo di rinuncia all'atto sessuale, che continua a rappresentare importante espressione psico-fisica di una relazione matura basata sull'amore (27) .Le modificazioni fisiologiche, tanto funzionali quanto anatomiche, che si verificano in senescenza non sono per lungo periodo tali da rendere l'anziano inidoneo ad attività sessuale; tant'è che, secondo recenti statistiche, il rapporto sessuale coniugale tra le persone anziane è abbastanza frequente (7) .

Tra i fattori che determinano una diminuzione o una sospensione del rapporto sessuale vi sono motivazioni psicologiche o relazionali. Basti pensare all'alto numero di anziani che sono rimasti soli, in seguito alla morte del coniuge. Sia per questa categoria di soggetti, sia per gli anziani che ancora vivono in coppia possono avere un importante effetto inibente i pregiudizi e gli stereotipi culturali che vedono l'anziano come asessuato, privo di desideri sessuali, immerso nella "pace dei sensi". Gli effetti sugli anziani possono essere quelli della vergogna e del senso di colpa per avere ancora esigenze e pulsioni del genere.

L'insorgenza di alcuni disturbi sessuali, quali l'impotenza secondaria, l'incapacità eiaculatoria, il vaginismo, può essere legata a tali vissuti, o a una reazione ansiosa e fobica di fronte alle modificazioni fisiologiche indotte dall'età (erezione più lenta e meno vigorosa, minore lubrificazione vaginale) che, se serenamente accettate, non costituiscono ostacolo alla realizzazione dell'atto sessuale.

D'altra parte, molte persone anziane finiscono con il rinunciare a una vita sessuale per evitare possibili insuccessi, competizioni e ogni altra forma di frustrazione e di confronto vissuto come inferiorizzante. Questo dato vale per le coppie di coniugi anziani, ma ancor più per gli anziani rimasti soli, per i quali la ricerca di un nuovo compagno e la paura di deluderlo possono assumere valenze molto ansiogene (7) .

Le modificazioni dell'affettività e del controllo sulle emozioni si possono sommare con quelle cognitive che vanno autonomamente deteriorandosi o aggravare distorsioni cognitive, a loro volta correlate al decadimento fisico e alla malattia. Il tutto si articola in un sinergismo negativo che conduce a una inevitabile modificazione delle preesistenti abilità sociali e dell'efficienza dell'età matura.

È vero che questo progressivo infragilimento della persona anziana, entro certi limiti, come abbiamo visto, può essere positivamente compensato dalla possibilità di attingere a risorse ancora attive e attivabili, ma è altrettanto vero che il discorso finora fatto deve tenere conto dell'impatto cui l'anziano va incontro quando si trova a dovere affrontare l'immagine, il ruolo, la collocazione che gli viene oggi riservata nella cultura e nella struttura sociale. Ed è di ciò che mi occuperò nel paragrafo che segue.

Aspetti socio-culturali dell'invecchiamento

Con il passaggio all'attuale era post industriale, l'immagine sociale dell'anziano, il suo ruolo all'interno della società e della famiglia si sono modificati in modo sostanziale. Nella nostra cultura e nella nostra organizzazione sociale, infatti, la produttività e l'attività lavorativa sono elementi fondamentali nella definizione dell'identità e del ruolo sociale. L'inizio della vecchiaia viene oggi sancito (e spesso sanzionato), in modo brusco e repentino, dal pensionamento e dalla perdita dello status sociale connesso al ruolo di lavoratore. Uscire dall'ambiente lavorativo può significare, per molti, essere fuori dal mondo. Diminuiscono le possibilità di contatto umano e di relazione; vengono meno, progressivamente, gli incontri con i compagni di lavoro, con gli amici ancora produttivi. Allontanarsi dal lavoro può significare anche perdere la necessità di doversi continuamente occupare degli avvenimenti futuri, degli aspetti organizzativi: perdere, in altri termini, l'atteggiamento aggressivo verso il presente e costruttivo verso il futuro. Tale passaggio induce molto spesso vissuti di inutilità, di vuoto, di mancanza di prospettive e di risorse, cui non sempre l'anziano è in grado di contrapporre nuovi obiettivi e interessi (27) .

Alcuni fattori risultano influire in modo significativo sul vissuto soggettivo (26) :

-la percezione che il soggetto aveva del proprio lavoro e dell'ambiente lavorativo;

- il tempo intercorso dal pensionamento, in quanto è necessario un periodo di adattamento;

- la possibilità di scelta al momento del pensionamento. Il pensionamento forzato e anticipato sembra avere peggiori conseguenze sul tono dell'umore, specie in assenza di alternative vissute dal soggetto come validi sostituti dell'attività perduta.

Inoltre al pensionamento si collegano spesso difficoltà economiche che incidono negativamente sulla qualità di vita dell'anziano e sul suo equilibrio psicologico (28) .Il disagio del pensionamento è particolarmente evidente nell'uomo, meno abile nel fare "altri" investimenti, che non siano il lavoro e l'ambiente in cui svolge le sue attività; la donna, in genere, lo tollera meglio, in quanto la cura della casa e della famiglia, nonché la maggiore capacità di costruire e mantenere legami alternativi e integrativi le permette di sostituire e compensare quanto andato perduto. Inoltre, la struttura attuale della famiglia e il clima culturale non sempre aiutano l'anziano a superare il disagio indotto dal pensionamento. In una società che insegue il mito dell'eterna giovinezza, della forza, della bellezza e del successo, l'anziano è evocatore di angosce di morte e disfacimento e pertanto viene emarginato.

Precisa inoltre Barucci (14) che l'equilibrio psicologico del vecchio è messo in difficoltà dall'ambivalenza dell'ambiente, che gli richiede da una parte aspetto giovanile, prestanza, flessibilità, anticonformismo, autonomia, dall'altra critica impietosamente ogni atteggiamento che non corrisponda allo stereotipo culturale della vecchiaia.

Già Simone de Bouvoir (29) aveva messo l'accento sull'ambivalenza che il contesto sociale esprime nei confronti della persona anziana: da una parte il senectus ipsa morbus, per cui il vecchio viene visto come soggetto malato e farneticante; dall'altra le fantasie della vecchiaia come età della saggezza, dell'equilibrio, della pace interiore, per cui se gli anziani manifestano i medesimi desideri, sentimenti e rivendicazioni dei giovani, suscitano scandalo: "in loro l'amore e la gelosia sembrano ridicoli, la sessualità ripugnante, la violenza risibile".

La correlazione tra atteggiamento psicologico del vecchio e società è quindi duplice: lo "stile di vita" dei vecchi determina in gran parte il modo col quale vengono percepiti e integrati nella società e, viceversa, l'atteggiamento culturale condiziona notevolmente l'esistenza senile. Si creano così meccanismi di feedback tra emarginazione, ostilità e squalificazione. Ancor più acuti sono i contrasti tra l'inerzia fisiologica e l'irrigidimento progressivo che caratterizzano l'invecchiamento e il rapido mutamento dei sistemi sociali in cui attualmente le persone vivono (si pensi all'automatizzazione e all'informatizzazione dei servizi) e che richiedono rapidi adattamenti alle innovazioni tecnologiche che vieppiù pervadono la nostra vita, non solo pubblica, ma anche privata (14) .

Per quanto si riferisce in specie all'ambiente familiare, è noto come la figura dell'anziano possa essere vissuta come destabilizzante all'interno della famiglia. Per il noto meccanismo della profezia che si autoadempie, si assiste a comportamenti dei vecchi che diventano palesemente coerenti con le previsioni del contesto familiare, col risultato dell'avvio di un circolo vizioso, nel quale quanto più i comportamenti di una persona saranno ridefiniti come espressione delle sue carenze, tanto più questa metterà in atto comportamenti di quel tipo, in quanto unico strumento comunicativo di cui dispone (14) .Le possibilità di conflitti, frustrazioni, dissapori all'interno della famiglia sono continue: le differenze di età portano a concezioni diverse della vita e dei suoi valori, della moralità, della religione. Si può arrivare a veri scontri generazionali con dinamiche di competitività, di risentimento, di invidia, di colpevolizzazione verso i figli, i quali reagiscono spesso con rifiuto o senso di colpa e iperprotezione verso i genitori. Non è infrequente che il genitore anziano diventi il capro espiatorio delle tensioni coniugali o che si attuino nei suoi confronti più o meno diretti meccanismi di emarginazione o di esclusione, motivati dai difetti del carattere, dalla trascuratezza, dagli stessi handicap fisici, e altro (14) .

A livello socio-culturale la squalifica dell'anziano, vissuto come un peso inutile e privo di risorse, come un individuo che non ha più nulla da dare, soprattutto (anche se non solo) quando non è più in grado di gestirsi in maniera autonoma, risulta evidente, se si considera che la quasi totalità degli interventi rivolti agli anziani sono di tipo socio-assistenziale e relegano pertanto l'anziano in un ruolo di passività e di dipendenza (30) .

È evidente che questa complessa e sfaccettata problematica ha un'incidenza diversa sui processi di invecchiamento, a seconda dei significati che la persona anziana conferisce a singoli contrasti e conflitti e della modalità che adotta per affrontarli; ma è pure indubbia l'influenza che ambiente e assetto culturale esercitano a loro volta sul conferimento di significato al divenire anziani.

Il buon invecchiamento

Negli ultimi anni le ricerche sulla longevità (convenzionalmente collocabile intorno agli 85-90 anni) si sono intensificate, a causa delle notevoli proporzioni assunte da tale fenomeno, conseguenti al già segnalato aumento dell'età media: nell'intero territorio italiano, attualmente, si contano più di 1600 centenari. La popolazione italiana è tra le più longeve del mondo e l'attesa di vita è destinata ad aumentare ulteriormente, sia in Italia, sia nel resto d'Europa.

Ovviamente, i longevi fanno parte del gruppo più generale degli anziani, nel senso che oggi si trovano tra gli anziani alcuni longevi di domani. Lo studio dei longevi assume pertanto un'importanza particolare per tentare di mettere a fuoco i fattori che possono favorire un buon invecchiamento.

Come l'invecchiamento, anche la longevità è considerata il risultato dell'interazione di più aspetti: genetici, fisici, cognitivi, ambientali (ovvero geografici, familiari e sociali) e psicologici (2,31) .Viene precisato, tuttavia, che nessuna variabile può spiegare da sola la longevità, che deve invece essere ricondotta ad una combinazione di fattori endogeni ed esogeni (32) .Tra i primi, particolare rilevanza è stata riconosciuta alla predisposizione, alla funzionalità e al funzionamento del sistema immunitario, alla stabilità del corredo cromosomico. Su questi aspetti non mi soffermerò, in quanto il mio obiettivo è quello di sottolineare l'importanza della vita psichica, dal momento che è sui significati e sui vissuti soggettivi che si possono calare quegli interventi psicologici rivitalizzanti, che un tempo erano ritenuti di scarsa utilità. Porre l'accento sugli aspetti psicologici dell'invecchiamento, mi ripeto, non esclude la necessità di una attenta considerazione di tutti gli altri aspetti sui quali mi sono soffermata e che richiedono interventi specifici e differenziati da quelli psicologici, anche se con questi ultimi dovrebbero, nell'interesse del paziente, trovare una loro necessaria integrazione.

Numerose ricerche hanno tentato di individuare eventuali correlazioni significative tra la longevità e determinate caratteristiche della personalità degli individui.

Alcune correlazioni sono emerse in modo evidente: Lehr (32) ,Boon Beard (33) ,Stolar (34) descrivono il soggetto longevo come un individuo che presenta ancora un concetto positivo di sé, accompagnato da un generale ottimismo verso la vita e un sereno atteggiamento nei confronti di passato, presente e futuro. Tali caratteristiche sono state riassunte nel termine: life satisfaction (soddisfazione per la vita), che si è rivelata un importante predittore della mortalità. Esiste, infatti, una forte correlazione negativa tra il livello di soddisfazione per la propria vita e la mortalità. Inoltre, la life satisfaction risulta in parte determinata dalla soggettiva percezione del proprio stato di salute, crescendo con l'aumentare del benessere fisico percepito dall'individuo (spesso molto differente dallo stato di salute effettivo), e influenza a sua volta l'atteggiamento verso il mondo e la realtà.

Rispetto ad individui più giovani, gli ultralongevi presentano, secondo alcuni Autori, una maggiore "centratura su se stessi" (32) .

Pearlin (35) tenta di spiegare tale fenomeno affermando che, con l'aumentare dell'età, si è meno capaci di tollerare l'ansia. Tale "centratura su di sé" avrebbe una funzione protettiva-difensiva. Accanto a ciò, Martin (36) e Hurwich (37) rilevano nel longevo un basso grado di tensione emotiva, che però non sfocia in un distacco totale dagli avvenimenti stressanti della vita, bensì nella capacità di far fronte agli eventi critici, sviluppando strategie per affrontarli in maniera positiva.

Molto frequente fra i longevi è pure la necessità di mettere in atto una continua crescita interiore, di attribuire alla propria vita un "senso", che si specifica in modo differente da individuo a individuo, e che spesso, ma non sempre, viene ricercato nella fede religiosa (38-41) .Sulla base delle ricerche condotte, questi Autori hanno potuto osservare che i soggetti che si definiscono religiosi sembrano più preparati alla morte e dimostrano una maggiore serenità a tale riguardo. Atteggiamenti religiosi possono attenuare inoltre l'effetto negativo che una salute cagionevole e fattori sociodemografici sfavorevoli possono esercitare sul morale ad età avanzata. I longevi risultano essere, da quanto emerge in questi studi, poco dogmatici, presentando un credo religioso tollerante che si traduce in filosofia di vita, produttiva di ottimismo, rispetto per gli altri e capacità di apprezzare ciò che si possiede. Le caratteristiche di personalità proprie anche dei soggetti longevi consentono di escludere che esista un'unica modalità di invecchiamento comune a tutti questi soggetti. Antonini (42) ,Boon Beard (33) ,Lehr (32) e Hurwich (37) sottolineano, infatti, che la vecchiaia assume caratteri differenziati ed individualizzati: l'invecchiamento non implicherebbe un livellamento psichico tale per cui tutti gli individui risultano simili, bensì favorirebbe l'ulteriore acuirsi di aspetti squisitamente personali ed individuali.

Vediamo ora di esaminare il ruolo giocato dall'ambiente familiare, in quanto una condizione frequente del longevo è la solitudine, essendo probabile che il longevo sopravviva al coniuge, ai coetanei, agli amici e persino a figli e nipoti (43) .Questo dato è degno della massima attenzione, se si considera che persone con pochi parenti disponibili a prestare sostegno materiale ed emotivo hanno un tasso di mortalità da due a quattro volte maggiore di quello di individui della stessa età, che vivono relazioni familiari gratificanti (44) .A questo proposito, è stato evidenziato che il benessere psichico in tarda vecchiaia può dipendere in particolare dalla percezione della solidità del legame con fratelli e sorelle: esso sarebbe in grado di contrastare, entro certi limiti, l'insorgenza della depressione (45) .Altri Autori evidenziano che con l'avanzare dell'età e la morte dei coetanei assumono maggiore importanza le relazioni intergenerazionali: figli e nipoti risulterebbero essere, dai risultati ottenuti, il principale punto di riferimento nella vita relazionale degli ultralongevi (44) .

Oltre all'importanza di un valido supporto familiare, la letteratura accorda un ruolo altrettanto cruciale all'ambiente sociale, in particolare alle relazioni di amicizia extrafamiliari, in grado di fornire un valido sostegno emotivo.

Mellor e Edelman (46) ,Olsen et al. (47) ,Stolar et al. (34) ,Ulbrich e Bradsher (48) concordano nell'affermare che i contatti sociali con amici intimi, profonde relazioni di fiducia e un'efficace e consapevole integrazione sociale possono ritardare la mortalità in generale e quella cardiovascolare in particolare.

Il benessere economico inciderebbe soprattutto come fattore soggettivo, oltre che come realtà obiettiva (43,48,49) .

Barer (51) ha confrontato le condizioni di vita di uomini e donne ultralongevi, rilevando che gli uomini, in assenza di eventi stressanti, affrontano la longevità meglio delle donne.

In ultimo, è stata sottolineata da numerose ricerche condotte sui centenari l'importanza del lavoro. I risultati hanno evidenziato una forte correlazione positiva tra la longevità e la capacità, nel corso del pensionamento, di sostituire al lavoro altre forme di attività e interessi, continuando ad ampliare le proprie conoscenze (52) .