M.G. CARTA, B. CARPINIELLO, P.COPPO, M.C. HARDOY, M.A. REDA, N. RUDAS - Vol. 6, Giugno 2000, num.2
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M.G. CARTA, B. CARPINIELLO, P.COPPO, M.C. HARDOY, M.A. REDA*, N. RUDAS
Clinica Psichiatrica, Università di Cagliari
* Istituto di Psicologia Clinica e Generale, Università di Siena
Vengono presentati i risultati di un programma di indagini condotte dal nostro gruppo su popolazioni africane. È analizzato l'impatto delle modificazioni culturali sulla percezione di sé e sull'estrinsecarsi del disagio psichico, in particolare della sintomatologia depressiva. Le ricerche confermano l'esistenza di quadri depressivi anche in popolazioni scarsamente occidentalizzate quali i nomadi Peul del Subsahara. In queste popolazioni, tuttavia, i sintomi depressivi sono secondari a disturbi somatici gravi e si evidenziano come primitivi solo in alfabetizzati. Si rilevano modalità di espressione psicopatologica contrapposta fra aggregazioni sindromiche che definiamo "occidentali" o della "colpa" e "tradizionali" o della "dislocazione dal gruppo". I fattori ambientali sembrano influenzare l'evoluzione dei sintomi depressivi e modificare la soglia di scatenamento di schemi emotivo comportamentali depressivi. È ipotizzato che ciò possa accadere attraverso perturbazioni dell'assetto sociale che rendono adattive attitudini alla "autoresponsabilizzazione compulsiva". Il cambiamento sociale può offrire opportunità contingenti che permettono, all'individuo dotato di particolari caratteristiche di base, di maturare sistemi complessi e innovativi di interpretazione della realtà, di concepire la causalità ed il controllo degli eventi, di vivere le emozioni. Un simile modello può suggerire una ridiscussione del concetto di soglia e una spiegazione della trasformazione della fenomenologia depressiva se si ipotizza che i nuovi sistemi organizzativi della conoscenza, pur capaci di rispondere alle esigenze emergenti, espongano ad una maggiore vulnerabilità depressiva.